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Claire Fontaine: il patriarcato sta tramontando e con lui l’idea di verità neutra

Conversazione con Claire Fontaine: il valore delle parole e dell’ascolto, il ready-made come dimensione simbolica, la potenza dei femminismi e il rapporto con Dior e Maria Grazia Chiuri

Questo contenuto è parte della collaborazione editoriale tra Lampoon e Treccani Arte

Ascolto, l’opera di Claire Fontaine per il progetto Utopia di Treccani Arte 

Cosa lega Claire Fontaine al lemma ‘Ascolto’, che avete scelto come titolo dell’opera per il progetto Utopia?

«L’invito a illustrare una parola di nostra scelta per il dizionario Treccani ci è arrivato quando i ricordi della pandemia e della reclusione erano ancora freschi. Non solo siamo vissuti in un’intimità forzata, diventando spesso l’unico confidente per chi ci stava accanto, ma abbiamo anche vissuto una temporalità che ha permesso ai pensieri e alle parole di diventare più lenti, più precisi. L’ascolto è stato anche quello della nuova situazione in cui vivevamo, del silenzio fuori dalla finestra, delle strade deserte, delle voci dei vicini e del canto degli uccelli. Abbiamo voluto dare corpo a un’immagine che evocasse la fisicità di ciò che è immateriale ma non elettronico: la voce, che viaggia nell’aria come faceva il virus, però attraverso un dispositivo domestico che permette di comunicare a distanza senza aver ricorso agli schermi e ai telefoni sulla cui onnipresenza non c’è bisogno di insistere».

Claire Fontaine: i social servono per distrarre non per ascoltare

Viviamo all’interno di un paradosso sociale: proprio mentre i social creano una realtà fatta di comunicazione, l’ascolto è sempre più raro e complesso. In che modo l’arte può sovvertire questa dinamica? «Nei social comunichiamo ormai in mezzo a una marea spersonalizzante di messaggi, quindi lo facciamo spesso in modo competitivo, concitato, breve, violento. I social sono fatti per distrarci o per stimolarci in modo semplice, ma l’ascolto non è al cuore della loro funzione, l’espressione, l’esibizionismo sono i protagonisti. Non vi prevale chi capisce più profondamente qualcosa ma chi esibisce la cosa più sensazionale e immediata. L’arte dovrebbe funzionare diversamente, anche se non sempre questo accade. Gli artisti che comunicano all’inconscio donando forma e parole a sentimenti, emozioni che restano sommersi nella vita quotidiana, devono farlo in modo poetico, attento, preciso, anche quando l’effetto delle opere è scioccante o sconcertante per gli spettatori. L’arte per continuare a esistere ha bisogno che il mondo cambi, se il mondo cambia invece i social rischiano di scomparire perché la vera vita potrebbe diventare più interessante di loro. In realtà nei social siamo ascoltati soprattutto dalla polizia e dagli algoritmi che estraggono più dati possibili dai nostri click e dalle nostre conversazioni. Loro non perdono una parola dei nostri desideri».

Il valore del ready-made nell’arte di Claire Fontaine; Duchamp e la qualità ‘infrasottile’ degli oggetti qualsiasi

Vi presentate come ‘artista ready-made’ e già nel vostro nome è presente un chiaro riferimento alla Fountain di Duchamp. Qual è oggi il valore di questa pratica artistica? «Il valore del ready-made è immenso. L’operazione controversa che ha portato alla sua creazione è la defunzionalizzazione: privando un oggetto del suo valore d’uso gli si fornisce un valore di esposizione, che oltre a modificare potenzialmente il suo prezzo – il suo valore di scambio– , lo apre a una dimensione simbolica che lo dota di una presenza trasformativa (l’oggetto diventa realmente un’opera d’arte, lo si vede con uno sguardo diverso). I criteri che rendono possibile questo processo, che Duchamp stesso descriveva come miracoloso, sono legati a una sensibilità finissima da parte dell’artista, a una qualità unica posseduta solo da alcuni oggetti qualsiasi, Duchamp la chiamava ‘infrasottile’. Poiché noi ci troviamo in un periodo storico in cui persino le soggettività hanno tendenza a oggettificarsi – presentando se stesse come immagine o merce, trattando il proprio corpo come una materia da scolpire – bisogna ricordare che gli esseri viventi non hanno solo un valore d’uso, e di abuso. 

Claire Fontaine: dobbiamo relazionarci con il pianeta in quanto entità vivente, riscoprendo l’anima delle cose e degli esseri

«Non è più possibile costruire un rapporto con la vita basato su criteri estrattivi e utilitaristici; prova ne è il fatto che la nostra relazione col pianeta, in quanto entità vivente abitata da esseri viventi, che è stata finora improntata all’oggettificazione, guidata dalla possibilità di un profitto, deve volgere al termine. È nuova per noi la sensibilità all’anima delle cose e degli esseri, perché è stata sepolta da tanti anni di positivismo coloniale, di illuminismo accecante, di ideologia di un progresso bianco che vede il potere, i macchinari e la capacità di dominare come le conferme della propria superiorità, mentre è cieco davanti ai danni che provoca. Abbiamo molto da imparare da chi non si è imbarcato in questo cammino di disincanto – per citare Stefania Consigliere – e per salvare il pianeta ci serve nuovamente una sensibilità infrasottile. Claire Fontaine pensa che il materialismo storico, che è stato per il Novecento un metodo per l’emancipazione, presupponga una storia accumulativa, popolata da uomini bianchi e gesta eroiche, e che ci serva invece un materialismo che spieghi gli aspetti più impercettibili e trascurati del vivente che a noi piace chiamare, in omaggio a Ernesto De Martino e a Silvia Federici, materialismo magico. Ne parliamo in modo più esteso in un testo che è in uscita con Derive Approdi in un volume collettivo intitolato Materialismo magico. Immaginario e rivoluzione».

Il valore delle parole per Claire Fontaine; il tramonto del patriarcato e della verità anti-storica e neutra

Nelle vostre opere le parole hanno sempre un ruolo cruciale. Nell’epoca della post-verità qual è il valore delle parole? «Non c’è un’epoca della post-verità perché non ci sono ne’ un’epoca della verità ne’ una della pre-verità; forse invece siamo finalmente giunti a un momento in cui il patriarcato sta tramontando e con lui declina la sua idea sbagliata di verità anti-storica e neutra. Non ci sono verità ideologicamente neutrali, anche la scienza – che si presenta come oggettiva – ha dietro di sé una filosofia, una visione del mondo culturale e una lunga storia che continua a evolvere, in cui le nuove scoperte contraddicono continuamente  le certezze di ieri. Non è relativismo ammettere che quando gli oppressi e le oppresse si esprimono, la loro parola ha poco valore, anche se è più vera di quella dei potenti. I whistleblowers dicono cose fondamentali per la nostra salvezza e finiscono in prigione come fossero dei criminali. La verità è più viva che mai, ma è apertamente politica, non è un’opinione senza fondamento che diventa rilevante perché la esprime una persona famosa: il valore di un argomento logico, scientifico o politico non viene, come succede nella pubblicità dei prodotti, dalla fama di chi lo promuove, ma dal modo in cui questo è dimostrato e spiegato. Se chiamiamo questo fenomeno post-verità stiamo sdrammatizzando il culto della personalità,  che ha una storia ben precisa che va ricordata a tutti i costi. Le parole sono e saranno sempre qualcosa di inseparabile dalla memoria fisica della lingua in cui sono pronunciate e scritte. I giovani oggi scrivono tantissimo sui loro telefoni, usano parole che li uniscono, provocano emozioni, trasformano le loro vite, forse nessuna generazione ha mai scritto così tanto prima d’ora».

Opera e interazione con il pubblico per Claire Fontaine

L’interazione tra opera e pubblico è parte integrante dell’arte di Claire Fontaine. Da dove nasce questa attenzione verso chi fruisce l’opera? «L’opera nasce come dono a coloro che Paul Klee chiamava il popolo che manca. Creare un’opera senza immaginare il suo dialogo con altri è come fare dei figli col progetto di tenerli chiusi in casa per tutta la vita. L’opera d’arte nasce come mezzo senza fine, cioè come mezzo che è in sé il proprio fine, perché è un gesto che non ha un’utilità pratica immediata per chi lo compie: il fine dell’opera non è – come crede il patriarcato – portare potere e denaro al proprio autore, ma trasformare il mondo e le creature che vi abitano».

Claire Fontaine: l’arte può e deve sfatare il mito individualista

In una società che ha fatto dell’individualismo un Credo, in un contesto culturale in cui l’individuo stesso è media, qual è il ruolo politico e sociale dell’arte? «Gli artisti forse non sono le persone più adatte a descrivere in modo programmatico il ruolo dell’arte, ma di sicuro l’idea di individuo va sfatata e questo è un compito semplice che l’arte può e dovrebbe svolgere. La finzione dell’essere separato da altri, unico, con delle qualità intrinseche e una proprietà inalienabile è stata costruita a uso e consumo della filosofia capitalista. La realtà è che noi siamo interamente costituiti da condizioni che non abbiamo potuto scegliere, anche se possiamo in parte trasformarle: il nostro nome, il nostro aspetto fisico, la nostra razza, la nostra nazionalità, la nostra classe sociale, il nostro genere, i nostri consanguinei; tutto questo viene dalla famiglia che è la forma più ristretta ed elementare di un collettivo. Senza collettività, senza legami d’amicizia e d’amore non ci sarebbe neppure la vita biologica; questi legami trasformano radicalmente i soggetti implicati e il modo in cui essi fanno l’esperienza di se stessi e dei propri limiti, come di qualcosa che può essere superato, stravolto o che diventa una prigione. La condivisione, la libertà come pratica condivisa sono al cuore di tutto questo, tutto il resto è perfettamente irrilevante nella vita. L’individuo è il nome del soggetto che non comprende la propria posizione nei flussi economici, affettivi e politici della società e vive nella sua cella isolata solo come consumatore e produttore». 

Il femminismo non riformista di Carla Lonzi nell’arte di Claire Fontaine

A proposito di politica, vi definite ‘artista femminista’ e molte vostre opere fanno riferimento al pensiero di Carla Lonzi, co-fondatrice del gruppo femminista italiano Rivolta Femminile nel 1970. Qual è il ruolo di un’artista femminista? E più in generale, in un periodo storico in cui proprio la politica sembra strumentalizzarlo, cos’è oggi il femminismo? «Il femminismo non può mai essere usato al singolare, di femminismi ce ne sono tanti. Il valore del femminismo non riformista – di cui Carla Lonzi è un’esponente fondamentale – è inestimabile perché questo è al tempo stesso una pratica, un’etica e una filosofia. L’idea che le contraddizioni della società influenzino il modo in cui noi percepiamo noi stessi e gli altri, la nostra possibilità di vivere una vita che abbia senso è essenziale sia per l’arte che per la vita. Non viviamo più in un orizzonte politico in cui si crede che lo sviluppo economico di tutti i Paesi e di tutte le classi sociali potrà risolvere ogni problema, oggi capiamo che il capitalismo si è sviluppato all’interno di strutture patriarcali e coloniali cronicizzandone le ingiustizie e rendendole funzionali alla propria perpetuazione. Il nostro stesso modello socio-economico minaccia la vita sulla terra, è insostenibile: i diritti fondamentali universali, la pace del mondo, la fine dell’oppressione sistemica non sono affatto per noi un orizzonte raggiungibile. Il femminismo non riformista ci spiega perché e in che modo possiamo agire per trasformare le cose. È il modo in cui desideriamo e ci desideriamo l’un l’altro che deve cambiare».

L’installazione Cancel Patriarchy di Claire Fontaine in occasione della Milano Art Week 2023

A tal proposito, in occasione della Milano Art Week 2023, la Ground Hall del centro culturale BASE di Milano ha ospitato la vostra opera Cancel Patriarchy, un’installazione composta da due frasi monumentali: Patriarchy kills (love) e We are all clitoridian women. L’arte può essere uno strumento per sovvertire i meccanismi di dominazione? «L’arte può suscitare domande e visioni di cui non riusciamo a liberarci, può portarci in luoghi della mente e della cultura in cui non ci saremmo mai recati, può aprire porte a dei pensieri che ci impediranno poi di chiuderle. Non sappiamo in che modo scrivere nell’aria con lettere di luce che la violenza patriarcale uccide l’amore e che il piacere delle donne è ancora da scoprire cambierà qualcosa. Ma naturalmente ce lo auguriamo».

Il rapporto tra arte e moda per Claire Fontaine; la collaborazione con Dior

All’interno della vostra visione del ruolo dell’arte, qual è il rapporto di questa con la moda? La moda può essere politica? «Della moda noi sappiamo ben poco e quindi non possiamo pronunciarci riguardo al suo potenziale politico, la sola collaborazione felice che noi stessi abbiamo avuto col mondo della moda è stata quella con Dior. Ma sono stati loro a interessarsi a noi, non noi a loro. La moda è il frutto di un desiderio di trasfigurare la vita quotidiana, un anelito di libertà in cui il corpo perde il suo peso e la bellezza regna al posto della volgarità. Tutta questa leggerezza può con difficoltà opporsi al disastro, ma può aiutare a non smettere di sognare».

Claire Fontaine e Maria Grazia Chiuri: dal set della sfilata del 2020 al vestito di Chiara Ferragni per la prima serata di Sanremo

Come si è evoluta la vostra collaborazione con Dior e Maria Grazia Chiuri in questi anni? «È stata una collaborazione che si è trasformata in un’amicizia. Nel 2020 abbiamo concepito il set per una sfilata. Da allora abbiamo mantenuto aperto un dialogo che ci ha portato alla collaborazione di recente su uno degli abiti di Chiara Ferragni per la prima serata di Sanremo. L’abito doveva agire come un manifesto per sottolineare la sua posizione di portavoce quella sera contro la violenza sulle donne. È stato un lavoro nuovo e incredibile per noi. Le affinità tra le donne mettono disordine tra tutte le divisioni e categorizzazioni possibili, possono anche dare fastidio».

Il concetto di Utopia per Claire Fontaine

Tornando al progetto di Treccani Arte, nella società del ‘se vuoi, puoi’ cos’è un’Utopia? «La società del se vuoi puoi viene dall’America, in cui l’individualismo ha costruito mitologie coloniali improponibili, utilissime a deresponsabilizzare i politici e ad accecare ciascuno sulle dinamiche all’opera nella società – anche con effetti di psicosi omicide. Abbiamo creato due video nel 2015 su questa questione: uno si intitola Untitled (Why your psychology sucks), l’altro Untitled (You can cut anyone). Siamo in realtà esseri in continua trasformazione, influenziamo il mondo attorno a noi e siamo trasformati da ciò che mangiamo, sentiamo, leggiamo. Il controllo assoluto sulla propria vita può essere ottenuto solo tramite la violenza contro tutti e non è un orizzonte desiderabile. Se invece accogliamo la complessità del destino di ciascuno – le diverse origini sociali e la differenza nelle capacità, ci rendiamo conto che la competitività può essere distruttiva e che alcune cose che non sono essenziali ma sono percepite come tali sono irraggiungibili e inutili. ‘Se vuoi puoi’: ma cosa possiamo volere insieme che renda più forti e più vicine delle persone? Il successo in solitudine è il peggiore degli incubi. L’utopia è l’orizzonte che non è qui (letteralmente non ha luogo qui e ora) ma che può polarizzare le energie del presente verso un futuro in cui le contraddizioni siano risolte meglio. Utopico è diventato nel realismo capitalista un insulto e invece è il realismo capitalista a essere un surrealismo che si trasforma in tossica verità. Il denaro stesso è immateriale e non è realmente equivalente a ciò che acquistiamo né al tempo passato a lavorare. Quando siamo fustigati perché manchiamo di realismo, possiamo sempre ricordare l’irrealtà sostanziale dei principi della società capitalista al nostro spiacevole interlocutore».

Claire Fontaine

Collettivo artistico fondato a Parigi nel 2004, si definisce ‘un’artista femminista e concettuale’. È composto da Fulvia Carnevale e James Thornhill. La loro pratica artistica spazia attraverso vari media, con particolare attenzione all’uso del neon, dell’infografica e della parola scritta in generale. I loro lavori sono accomunati da una critica lucida e analitica ai punti deboli della società. Ospitate in sedi museali internazionali (tra le altre, The Jewish Museum di New York, il Wattis Institute for Contemporary Art di San Francisco e il Museion di Bolzano).  Nell’ambito del progetto Utopia di Treccani Arte il collettivo ha realizzato il poster d’artista Ascolto (2022).

Giuseppe Francaviglia

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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