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Virgil Ortiz, Cochiti Pueblo, Triennale Milano 2023
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Le statuine degli stranieri della ceramica cochiti: Virgil Ortiz per Siamo Foresta

«Quando andiamo a caccia preghiamo, chiediamo agli animali il loro permesso per usarne le pelli e le ossa» Virgil Ortiz e la cultura Cochiti alla Triennale di Milano per Siamo Foresta con Fondation Cartier

Questo contenuto è parte della collaborazione editoriale tra Lampoon e Fondation Cartier pour l’art contemporain

Tutto ha origine da un blocco d’argilla: Virgil Ortiz e la fatica a sentirsi un artista

In poche curve, tracciate sulla superficie levigata di un blocco calcareo, le mani possono racchiudere il tempo in una semplice scultura. In quella donna che ha preso vita nella Venere di Willendorf, una delle più antiche forme di arte, convivono una realizzazione preistorica e un’idea, quella del femminile, che di limiti conosce molto poco. 

Virgil Ortiz, è cresciuto tra esperti di scultura. «Sono nato in una famiglia di ceramisti e il lavoro con l’argilla ha sempre fatto parte del mio habitat. Mio padre invece era un batterista, completando una famiglia di soli artisti. Ho sempre fatto fatica a sentirmi tale, per questo mi assicuro che ogni giorno che passa dalle mie mani traspaia la tecnica e soprattutto la tradizione dei miei antenati. Non solo nella forma, ma anche nella materia». 

«La ceramica è il cuore e l’anima di tutto ciò che faccio. Ora mi sono spinto oltre, ma tutto ruota e orbita attorno a un semplice blocco di argilla».

Virgil Ortiz, l’efficacia dei nuovi media

«Le immagini mi aiutano a raccontare la storia e ne rappresentano il quadro generale e i margini entro cui si sviluppa. Il mio scopo è quello di educare gli spettatori sul genocidio del 1680 avvenuto a danno dei nativi americani. Ogni volta che viaggio in Europa, francesi, inglesi e tedeschi conoscono la nostra storia meglio degli americani. Noi siamo sempre stati qui e ora che lavoro con grandi istituzioni, come la Fondazione Cartier o lo Smithsonian di Washington, posso finalmente farci conoscere».

Virgil Ortiz, la ceramica mi ha parlato e le ho dedicato il mio futuro

Due tecniche di due mondi opposti. Da una parte il passato della ceramica, dall’altra il futuro della visual art. Crede che questi due elementi possano convivere anche all’interno di un blocco di argilla? 

«Sta tutto nell’usarla come facevano i nostri antenati. Nell’Ottocento tutti i pezzi Cochiti avevano la forma delle caricature dei volti dei forestieri che con circhi itineranti o per caso erano arrivati nella nostra terra. Ogni opera rappresentava una linea temporale, ne narrava i personaggi e il loro incontro. Più li scolpivano più erano i turisti alla ricerca di una statuetta. Tutto durò finché gli stranieri non hanno realizzato, alla fine dell’Ottocento, che le caricature rappresentavano proprio loro. Da quel momento la produzione è stata interrotta. La prima volta che ne ho vista una ero nello studio di un gallerista di Albuquerque. Ero ancora un bambino e non sapevo ancora come modellare l’argilla o dipingere. A sedici anni, guardando i miei primi esperimenti, ho notato che assomigliavano molto alle caricature di due secoli prima. L’ho detto ai miei genitori e mi hanno preso da parte. ‘Ricordati questo giorno’ – mi hanno detto – ‘È l’argilla a parlarti’. Da quel giorno ho capito che a quella materia avrei dedicato il futuro».

Virgil Ortiz, la moda come strumento di ribellione

Ceramica, arti visive, tutti elementi che tu utilizzi come critica sociale. Alla lista si aggiunge anche la moda, a cui si è recentemente avvicinato con la produzione degli indumenti presenti nelle sue opere e di una linea di borse. Questa però è spesso accusata di essere consumistica ed estremamente mutevole. Pensa che possa essere uno strumento di ribellione efficace? 

«Lo è se inserito nel contesto giusto. Devo utilizzare ogni strumento per raccontare la mia storia e quella del mio popolo e la moda ne rappresenta un lato narrativo. Nessuno di questi costumi è mai esistito prima perché la storia di cui parlo è avvenuta nel passato, nel presente e, attraverso l’arte, nel futuro. Per fare tutto questo ho imparato come realizzare la mia linea di moda in maniera veloce ed efficace. Ogni mio prodotto è controllato e realizzato con prodotti non di massa. Ho imparato a registrare i marchi, a conoscere i miei diritti di artista e a difendermi dal plagio, di cui la mia cultura è sempre più vittima a favore del fast fashion».

Virgil Ortiz, la foresta come luogo del mondo

Nella mostra Siamo Foresta dialoghi con altri artisti riguardo il ruolo che l’umanità riveste all’interno dell’ecosistema. Quale pensa sia il suo ruolo nell’universo? 

«Rimarrò in questo mondo per assicurarmi che la ceramica Cochiti rimanga viva. Le famiglie artigiane stanno scomparendo e le nostre tecniche sono sempre meno utilizzate. La tempera nera che utilizziamo è prodotta da spinaci selvatici essiccati. Bisogna attendere il periodo di crescita del vegetale, la sua raccolta e un trattamento di quasi un mese. Un lavoro che deve essere imparato fin da giovani. Insegnarlo alle nuove generazioni significa permettere loro di lavorare sia dentro che fuori la nostra comunità, di conoscere davvero il mondo e di riconoscere un proprio posto al suo interno».

Virgil Ortiz, uomini e animali: il filo di un mondo comune

«Quando andiamo a caccia preghiamo, chiediamo agli animali il loro permesso di cibarcene e di usarne le pelli e le ossa. Siamo tutti collegati allo stesso modo e loro sono nostri fratelli e sorelle. Non possono di certo parlare, ma gli animali possono comunicare con noi. Per questo sappiamo che provengono dal regno degli angeli e conviverci come loro pari è un nostro dovere in qualità di membri di questo mondo»

Virgil Ortiz, tra il vivere e l’essere una foresta

All’interno della sua foresta personale, quella che si è costruita negli anni e che ha coltivato e rinnovato nel tempo, dove vorrebbe vivere? 

«Dovunque. Dentro e fuori allo stesso tempo. Ogni volta che viaggio a Parigi e poi ritorno nella mia comunità, le loro domande sono continue: ‘Che hai visto? Cosa è successo?’. Mi sento diviso tra due mondi. L’uno che ha bisogno di conoscerci e di vedere che la realtà Cochiti esiste e sopravvive. L’altro che, dalle mie poche parole riguardo mostre o incontri, il mondo ha ancora bisogno di scoprirlo».

Virgil Ortiz da Cochiti, Nuovo Messico 

Nato nel 1969 nella Cochiti Pueblo, nel Nuovo Messico, Virgil Ortiz proviene da una stirpe di ceramisti. Sua madre, Seferina, e sua nonna, Laurencita, gli hanno insegnato l’antica arte della ceramica Pueblo. Fin da giovane, è stato attratto dalle culture underground, dai tatuaggi, dai piercing e dalla fantascienza. Vedeva un dialogo tra queste forme di espressione e le radici della sua gente.

A quattrodici anni, Ortiz ha vinto il suo primo premio al Santa Fe Indian Market, diventando il più giovane artista a ricevere tale riconoscimento. Mentre altri ceramisti Pueblo perpetuavano le forme del passato, Ortiz le re-inventava. Re-immaginava la Rivolta Pueblo del 1680 in un futuristico scenario del ventiduesimo secolo, tra robot e astronavi. Ortiz ha esposto le sue visioni allo Smithsonian e al Denver Art Museum, tra gli altri. Ha collaborato con stilisti come Donna Karan, e ha fondato il suo marchio di moda, Indigene. Le sue creazioni spaziano dalle ceramiche alle installazioni, dai dipinti ai video. Il medium non ha importanza, è il messaggio che conta: la cultura Pueblo è eterna, ribelle, proiettata nel futuro.

Siamo Foresta – Fondation Cartier pour l’art contemporain alla Triennale di Milano

Dal 22 giugno al 29 ottobre 2023, Siamo Foresta sarà ospitata alla Triennale di Milano. Riunendo le opere di 21 artisti di paesi, culture e contesti diversi, per lo più latinoamericani e provenienti da comunità indigene, la mostra ci invita a scoprire nuovi punti di vista della contemporaneità. «Siamo Foresta trae la sua ispirazione da una comune visione estetica e politica della foresta come multiverso egualitario di popoli viventi, umani e non umani, e come tale offre una vibrante allegoria di un mondo possibile al di là del nostro antropocentrismo», scrive Bruce Albert, antropologo e curatore della mostra. Con le opere di Sheroanawe Hakihiiwe, Fabrice Hyber, Luiz Zerbini, Virgil Ortiz, Adriana Varejão, Joseca Mokahesi, Ehuana Yaira, olange Pessoa, Bruno Novelli, Alex Cerveny, Cai Guo-Qiang, Ehuana Yaira e altri, la mostra fa parte del programma della Fondation Cartier pour l’art contemporain, che da anni sostiene gli artisti indigeni di tutto il mondo e promuove il dialogo interculturale.

Lorenzo Sangermano

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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