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Milano, 2021, Scena Blocco 181
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Cinema e TV: Milano può tornare un centro di produzione cinematografica?

Grazie all’avvento delle piattaforme streaming, le storie ambientate a Milano e l’industria audiovisiva hanno registrato una crescita che la città non viveva da tempo – c’è il sostegno politico?

Milano: il primo epicentro del cinema italiano

Il rapporto tra Milano e il cinema ha inizio nei primi anni del Novecento. Prima dell’affermazione di Cinecittà come riferimento dell’industria intorno agli anni Trenta, la presenza di teatri di posa e gli investimenti nell’innovazione dell’audiovisivo portarono il capoluogo lombardo a primeggiare nell’attività cinematografica, trovando anche nei cambiamenti sociali del nostro Paese una fonte di rappresentazione popolare. Tutto ciò permise a professionisti, investitori e costruttori di concedersi la lungimiranza di coltivare una rete che, nonostante la successiva crescita di Roma, continuò poi per decenni a raccontare le evoluzioni di una città in cambiamento, oltre che a regalare capolavori che avrebbero poi scritto la storia del cinema italiano e non solo. Così, mentre Milano iniziava ad affacciarsi al futuro grazie alle spinte del boom economico, rappresentando le vite di personaggi che non facevano altro che incrociarsi con la modernità, assaporando il ritmo del progresso ma anche le sue contraddizioni. 

La Milano del dopoguerra, il boom economico e il cinema: Miracolo a Milano di Vittorio De Sica 

Il dopoguerra a Milano è il periodo in cui vennero prodotte alcune delle pellicole più significative del nostro cinema, dirette da registi come Ermanno Olmi, Elio Petri, Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni. La rinascita della città trovò uno sbocco nei film che disegnavano gli stravolgimenti dell’epoca, la mentalità lavoratrice della sua comunità, il clima e le atmosfere che tendevano la mano ad alcuni linguaggi e filoni cinematografici differenziandosi dalle scenografie del centro-sud. Quelle stesse atmosfere ospitarono per esempio Miracolo a Milano di Vittorio De Sica, che nel 1951 raccontò una città che cerca di risollevarsi dalle fatiche della Seconda Guerra Mondiale e la cui identità viene man a mano svelata dai suoi protagonisti, piccoli borghesi ma anche decaduti, poveri e residenti nelle baraccopoli. Il boom economico giocò quindi un ruolo chiave nella costruzione della narrazione in gran parte delle produzioni milanesi, a maggior ragione in una realtà che ha rappresentato a lungo l’unità di misura per monitorare la crescita del nostro Paese e della sua economia dopo il conflitto, accogliendo esperienze imprenditoriali che avrebbero segnato i decenni successivi. Una rinascita alimentata, prima di tutto, dalla possibilità di ricominciare da zero sfruttando le proprie risorse e, soprattutto, di sperimentare. 

Milano set del riscatto sociale e dell’alienazione: Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti; La notte di Michelangelo Antonioni 

Come De Sica, anche Luchino Visconti trasformò Milano in un set a cielo aperto nel 1960 con Rocco e i suoi fratelli, pellicola che riesce ancora oggi a marcare il suo manifesto, costruito su una storia che ribalta le narrazioni guidate dall’ideologia, nobilitando il dramma dell’immigrazione e raccontando la storia di cinque fratelli lucani che condividono le vicissitudini di una città che li accoglie ma al contempo li divora, trovandoli impreparati ad affrontare l’adattamento. Allo stesso modo Antonioni, ne La notte (1961), proseguì la tradizione e valorizzò un soggetto scritto insieme a Ennio Flaiano e Tonino Guerra mettendo in scena uno scrittore milanese nel pieno di una crisi matrimoniale. Un pretesto che sostiene il tema dell’alienazione degli individui nella società industriale, che ha compromesso ormai le loro emozioni isolandoli e caricandoli di indifferenza. 

Milano, le opportunità e la frenesia: Il posto di Ermanno Olmi; La classe operaia non va in paradiso di Elio Petri 

Sempre nel 1961, Il posto di Ermanno Olmi dipinse un ritratto di un’Italia che stava cambiando e che identificava Milano come il luogo dove cercare le proprie opportunità. Il personaggio di Domenico Cantoni, giovane che va a Milano per farsi assumere in una grande azienda, vive le sue giornate accettando di dover stare al passo della città, il cui ritmo testimonia il cambiamento in ogni dettaglio, espressione, episodio, scandendo le vite di persone che come Domenico hanno trovato il posto di lavoro, ma si sentono smarrite dentro e isolate dalla realtà. In quegli anni, le strade di Milano attraevano le produzioni, come lo faceva però anche il grigio della provincia, dove Elio Petri trovò l’ambientazione per il suo La classe operaia non va in paradiso nel 1971. Nel film Gianmaria Volontè interpreta l’operaio Ludovico Massa detto Lulù, che prende coscienza della sua condizione e inizia una battaglia politica contro il lavoro a cottimo. La pellicola destò polemiche, prima di tutto per le sue interpretazioni delle categorie politiche parlamentari ed extra-parlamentari, ma rimane ad oggi un manifesto di quello che la Lombardia ha offerto e può offrire ancora al cinema.

Gli anni Settanta e il cinema a Milano: il genere ‘poliziottesco’ e le produzioni pubblicitarie

Negli anni Settanta Milano iniziò a vivere quella che viene chiamata la fase del ‘poliziottesco’, oltre a diventare il centro delle produzioni pubblicitarie e industriali. Erano gli anni in cui i marchi destinavano i primi investimenti nei contenuti promozionali destinati alle riviste e alla tv, elemento che contaminò il settore dell’audiovisivo milanese in maniera significativa, ma mentre colossi come Edison, Pirelli e Campari sfruttavano le telecamere per valorizzare i loro prodotti, l’architettura della città veniva a sua volta usata dal cinema per raccontare la violenza e il crimine in chiave drammatica, spettro degli anni di piombo e motore del genere, appunto, poliziottesco. Il poliziesco all’italiana fu un filone influente a Milano e in tutta la società, perché costruì il suo successo sulla rappresentazione della cronaca nera provocando non poche discussioni riguardo al suo approccio politico e civile nei confronti del pubblico. La retorica che prevale nelle sceneggiature del poliziottesco era diventata a tutti gli effetti un mezzo per intrattenere, pur introducendo una riflessione sulle dinamiche del tempo. Allo stesso modo, la quotidianità dei set fotografici e degli spot pubblicitari diede per la prima volta a Milano una dimensione di scuola trasversale e suo modo destinata a pubblici diversi. È proprio in quel momento che la città diede i primi assaggi di quella che sarebbe diventata l’incubatrice di talenti che vediamo oggi. 

Le commedie alla milanese: Renato Pozzetto, Adriano Celentano, Diego Abatantuono 

Dagli anni Ottanta in poi, Milano perde il primato produttivo che l’aveva caratterizzata fino al dopoguerra ma visse in compenso una nuova fase, quella della commedia. Personaggi come Renato Pozzetto, Adriano Celentano, ma anche Diego Abatantuono e Aldo, Giovanni e Giacomo anni più tardi, raccontarono quella Milano entrando anche nell’immaginario popolare degli italiani, mostrandone gli usi e costumi, il suo rapporto con gli immigrati meridionali ma anche quelli che arrivavano dalla provincia, la passione viscerale per il calcio. Nonostante ciò, Roma continuò a consolidarsi come primo centro di produzione del Paese, accompagnata dalla scuola napoletana che, forte di una tradizione nata decenni prima con la dinastia di Eduardo Scarpetta e proseguita con Totò fino agli anni Sessanta e Massimo Troisi negli Ottanta e Novanta, non smise di imporsi sempre di più sulla scena nazionale.

L’industria torna a raccontare Milano: l’impulso dato dalle piattaforme streaming 

Con la diffusione di massa dei contenuti streaming e le produzioni originali che tanto portano in dote la visione glocal – ovvero la necessità di raccontare le particolarità locali sfruttando l’orbita della globalizzazione – richiesta da piattaforme come Netflix e Amazon, è cambiato tutto, o almeno moltissimo: le produzioni sono aumentate, le storie anche. La linea editoriale che punta a diffondere su misura mondiale le storie ambientate nelle realtà culturali estranee all’immaginario anglo-americano, infatti, ha dato a Milano la possibilità di rimettersi in corsa e provare a restare al passo di Roma e Napoli. La città è tornata appetibile sul mercato, e lo è grazie alla realtà che racconta: la multiculturalità, l’integrazione, i diritti civili, il disagio giovanile e le disuguaglianze. 

Milano e le serie a tema sociale: Zero; Non ho mai avuto la mia età; Blocco 181; 1992, 1993 e 1994; Bang Bang Baby

Questioni prima di tutto sociali che riescono a coinvolgere linguaggi contemporanei, aiutando le nuove generazioni a immedesimarsi per quelle stesse strade in cui i personaggi spaesati del neorealismo cercavano il loro posto nel mondo dopo la guerra. In Zero (2021), distribuita su Netflix e basata sul romanzo di Antonio Dikele Distefano; Non ho mai avuto la mia età, c’è la vita degli italiani di seconda generazione che vivono nelle periferie e si confrontano con la speculazione edilizia; in Blocco 181 (2022), serie Sky Original, c’è l’attività delle gang latino-americane; in 1992, 1993 e 1994 (2015-2019), prodotta e distribuita sempre da Sky, funge da contesto anche l’impero creato da Silvio Berlusconi; nella fiction Rai Doc – Nelle tue mani (2020) c’è la quotidianità di un policlinico e dei suoi operatori; in Bang Bang Baby (2022), serie originale Amazon, ci sono le esagerazioni della Milano anni Ottanta. Volti, storie e testimonianze di una Milano che continua a voler cambiare, seppur rimanendo sempre la stessa.

Milano è diventata un’incubatrice di talenti e professionisti: Erminia Ferrara , Direttrice della Civica Scuola di Cinema 

La sensazione, considerando la sua tradizione, le scuole e i professionisti attivi, è quella che Milano disponga di una rete di maestranze che non ha nulla da invidiare alle realtà di Roma e Napoli ma sembra non avere le stesse possibilità di emergere sul mercato, nonostante l’aumento di storie e produzioni. È di quest’idea Erminia Ferrara, direttrice della Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti, che in passato ha svolto anche il ruolo di produttrice e fondato nei primi anni Ottanta, Indigena, un’agenzia di promozione per vari produttori indipendenti della zona milanese e torinese: «Posso confermare che abbiamo avuto una specie di new wave delle produzioni milanesi. Fin dagli anni Ottanta, con Indigena, abbiamo cercato di costruire una rete che potesse rispondere al monopolio romano. Le differenze tra le due città ci sono e sono evidenti, ma la Capitale rimane ancora oggi il cuore dell’industria produttiva e distributiva. Lì ci sono prima di tutto il Ministero, la sede centrale della Rai e le majors, mentre a Milano la scena è più legata alla produzione pubblicitaria e televisiva. Nonostante ciò, negli ultimi anni sono aumentate le competenze sul nostro territorio ed è in questo che entra in gioco l’aspetto della formazione. Le nostre scuole, su tutti i livelli e indirizzi della filiera, hanno il pregio di immettere sul mercato figure qualificate e ben formate, in un clima di grande entusiasmo creativo. Se parliamo in termini di produzione, però, il livello di occupazione c’è e continua a essere vitale, nonostante alcuni svantaggi evidenti per Milano e tutta la regione».

Mentre la Milano dell’audiovisivo cresce, la Lombardia non investe

«Su questo fronte sono convinta che Regione Lombardia possa e debba fare di più – ha precisato Ferrara. «La scarsa politica culturale della Regione non offre fondi regionali per poter produrre e quindi, di conseguenza, contribuire a far crescere il settore anche qui. Lombardia Film Commission esiste, gode di uno staff di persone preparate che offrono una buona assistenza a chi arriva sul territorio, ma la Regione ha deciso di non investire abbastanza nella cultura. Si tratta di una scelta politica che non trova riscontro nella situazione reale e soprattutto rappresenta un unicum in Italia. Se facciamo un confronto, la nostra non è la sola regione in cui si è registrata una crescita dell’audiovisivo: il Piemonte, per esempio, l’anno scorso ha accolto più di 200 produzioni sul suo territorio, di cui una buona parte sostenute dai bandi e a fronte dei 12 milioni di euro di fondi europei che sono stati messi a disposizione. Una nuova forza produttiva dell’industria che possiamo ben osservare anche altrove, con la Sicilia, la Puglia e la Sardegna in testa, così come il Trentino e il Veneto. Tutte regioni che investono di più nella cultura e danno più possibilità alle produzioni rispetto a quanto lo faccia la Lombardia. Quest’ultima avrebbe risorse, competenze e potenzialità: perché non sfruttarle? Nei giorni scorsi la stessa Regione Piemonte ha annunciato lo stanziamento di 20 milioni di euro, ripartiti tra transizione digitale, produzioni e sostegno alle sale. Decisioni che vanno al di là delle posizioni politiche ma si incontrano con una tendenza che può solo portare vantaggi alla nostra crescita internazionale, oltre che rientri economici importanti. In questo contesto, i giovani attori che si formano a Milano faticano a farsi conoscere ma anche i creativi e i tecnici, quasi sempre costretti a trasferirsi a Roma per lavorare con maggiore regolarità». 

I master e corsi organizzati dai privati: l’esempio di Milano Pitch, organizzato dalla Civica insieme all’Università Cattolica 

Le piattaforme hanno aumentato la richiesta di nuove storie, ma è necessario dare più possibilità alle maestranze locali: «Questa mancanza culturale nei confronti del cinema e della serialità è evidente, ma compensata in qualche modo dalla presenza di concorsi che vengono organizzati sul territorio per offrire ai nuovi professionisti l’opportunità di farsi notare, con la speranza che non solo possano lavorare ma costruire anche la loro rete. Mentre questo tipo di investimento non è previsto dalla Regione, la rete milanese continua a crescere anche grazie ai tanti master o concorsi organizzati in collaborazione tra i vari istituti come per esempio Milano Pitch, proposto da noi insieme all’Università Cattolica, dove gli autori possono presentare i loro progetti e agire in un’ottica non concorrenziale. Una risposta sul territorio c’è, ma è doveroso impegnarsi per creare finalmente un punto d’incontro tra la politica regionale e l’andamento positivo del mercato, perché il potenziale è decisamente alto» – ha concluso Ferrara. 

Milano e i parallelismi con Roma, cosa ne pensa un casting director: Pino Pellegrino

Pino Pellegrino è uno dei più noti casting director italiani. Nella sua carriera ha collaborato con registi del calibro di Ferzan Özpetek, Mario Monicelli, Dino Risi e Federico Fellini, oltre ad aver partecipato a numerose produzioni televisive. La direzione dei casting può essere un metro di misura per valutare le tendenze di mercato anche nella scelta degli attori e delle attrici, sempre se ce ne siano, che in Italia spesso provengono dalla scena romana o dal centro sud, meno dalla Lombardia o altre regioni del nord. «In base alla mia esperienza e ai lavori che ho fatto ha raccontato Pellegrino – Non me ne sono mai reso conto, o almeno non ci ho mai fatto attenzione. Il primo aspetto che guardo io è quanto la persona che ho davanti possa legarsi al personaggio che dovrà interpretare, con il suo volto e la sua presenza. Da ormai 27 anni faccio parte di questo mondo, 14 trascorsi come agente, e spesso mi è capitato di cambiare la mia prospettiva in base al regista con cui avevo a che fare. Il sovraccarico di attori romani sulla scena nazionale può essere un fenomeno casuale, visto che personalmente non ho mai vissuto situazioni in cui veniva data priorità ad attori con accento capitolino. C’è una quantità di maestranze tale da pensare che ci sia una tendenza specifica, ma potrebbe semplicemente essere dovuto al fatto che Roma è il centro italiano delle produzioni ed è una cosa fisiologica. Ogni regista ha una sua visione, e in questo indirizzo di solito ci si discosta dalle dinamiche commerciali per far spazio a una responsabilità creativa più autonoma. È il bello di certe professioni del cinema, nonostante qualche caso particolare in cui certi attori vengono spinti dalle agenzie, ma questa è tutta un’altra storia. Dal punto di vista della selezione, quindi, dipende sempre dal regista con cui lavori: per esempio mi capitò di incontrare registi a cui andava bene l’accento siciliano di un attore, mentre ad altri no. È un aspetto della produzione che, fortunatamente, mantiene ancora una certa libertà rispetto alle esigenze che arrivano dall’esterno. Posso capire, però, quando le storie sono ambientate in una specifica regione e la produzione richiede solo attori con l’accento locale. Un aspetto che può essere collegato a chi nasce e studia a Milano che, godendo di meno produzioni locali, ha inevitabilmente meno lavoro ed è meno sulla scena»

Matteo Mario

Visconti sul Duomo con Annie Girardot e Alain Delon
Visconti sul Duomo con Annie Girardot e Alain Delon

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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