Cerca
Close this search box.
  • EDITORIAL TEAM
    STOCKLIST
    NEWSLETTER

    FAQ
    Q&A
    LAVORA CON NOI

    CONTATTI
    INFORMAZIONI LEGALI – PRIVACY POLICY 

    lampoon magazine dot com

Milano, linee, marmo e legno - codici borghesi di una città
TESTO
CRONACHE
TAG
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

«Sei soltanto un borghese»: quando un insulto diventa complimento

Crescere in un contesto borghese a Milano: il liceo, i comunisti e la poesia: i codici borghesi non producono più reazione, ma consolazione – per educazione civile e imprenditoria etica

Il contesto borghese: un ragazzo per bene e le buone maniere

Sono cresciuto in un contesto borghese – avevo vent’anni e lottavo contro. Frequentavo il Leonardo da Vinci, il liceo pubblico per antonomasia a Milano, politicamente schierato a sinistra, dove nei collettivi dell’istituto in autogestione si accoppiavano gli ultimi nuovi intellettuali comunisti. Così come tanti altri uomini a quell’età, anche io cercavo la poesia – non in un testo, ma in ogni sabato sera, in ogni notte d’estate, in ogni sogno, libro e abbraccio, in ogni corsa sotto la neve. Oggi comprendo che la mia educazione di ragazzo per bene inserito in un contesto di buone maniere – appunto: borghese – definisce un’appartenenza alla storia di questa città di Milano. 

Cosa significa essere borghese oggi? 

Essere borghese oggi significa sentirsi parte di una comunità che si riconosce in un’educazione civica e civile basata sul lavoro e sul merito che questo lavoro porta. Il borghese oggi non lavora solo per guadagnare soldi, ma per costruire un valore. 

Storicamente, il borghese era un lavoratore. Imprenditore, professionista, direttore, mercante o commerciante. Il borghese ricercava l’agio e il lusso. Apprezzava la struttura sociale e la tradizione locale, se ne sentiva da entrambe protetto. 

Da Alberto Moravia indietro a Dorothy Parker, e poi avanti a Lina Sotis, finanche Hedi Slimane: una conversazione immaginaria sul concetto borghese – una questione di buonsenso

«Cuore? Quale cuore? Quella roba che serve a pompare veleno». Immaginiamo una conversazione impossibile – quando a dare campo al discorso dovrebbe essere Alberto Moravia: «Le cose peggiori, le vedevo in quella donna. Era avara, inibita e omofoba, rigida, snob, ignorante e sempre convinta, convenzionale e così via e così via. Tutte queste cose poi le riassumevo con una sola parola: borghese. Io iniziavo a designare col termine borghese tutto ciò contro cui mi saliva la voglia di ribellarmi, di non accettare».

A tagliarlo via, forse troppo prolisso, Dorothy Parker prende parola: «Io odio le donne che si cuciono gli abiti da sole, quelle che spulciano i giornali alla ricerca della migliore ricetta, quelle che d’improvviso esclamano Oh devo correre a casa perché è arrivata l’ora di preparare il pranzetto. Anche gli uomini, però, non sono da meno» – strizzando l’occhio a Scott Fitzgerald perché anche questa volta sia Dorothy sia Scott finiranno a letto troppo ubriachi per poter tentare una sessione di sesso soddisfacente – «È incredibile che l’unico essere umano» sbadiglia Fitzgerald «con cui non vado a letto, sia mia moglie»

I codici borghesi sono quelli cui Hedi Slimane si è riferito per inventare la donna parigina di Celine

«I borghesi di allora, così come i borghesi di oggi, sono coraggiosi», scriverà Lina Sotis con più razionalità e chiarezza. «I borghesi sono persone che erano riuscite e che riescono a costruirsi una forza. Trent’anni fa, a un certo punto, borghese diventò una parola che dire infima è troppo, ma quasi uno sfregio. Sei borghese perché la pensi in un dato modo. Se tu mi davi della borghese, fino a poco tempo fa, io avrei pensato ‘dopo tutto quello che ho fatto? Io una borghese?’. Oggi mi piace. Ritornano quelle regole solide che abbiamo disprezzato per avventure che non ci appartenevano».

I codici borghesi sono quelli cui Hedi Slimane si è riferito per inventare la donna parigina di Celine senza accento: «Rispetto significa considerare l’integrità di ogni individuo, riconoscere quello che spetta e appartiene agli altri con onestà e buonsenso» dice Slimane sulle pagine di Le Figaro. Codici borghesi che ci accorgiamo come fossero presenti anche in quella collezione di Yves Saint Laurent che invocava Liberation, nel 1961. 

Soprattutto il buonsenso, mi permetto di ripetere io. Essere borghesi oggi è prima di tutto una questione di buonsenso.

Borghese e comunista: Miuccia Prada, massima epitome del lusso contemporaneo

Oggi non solo il codice borghese, ma il più completo concetto di lusso può esistere e sussistere solo se porta con sé il suo messaggio sociale e civile. La trasparenza e la tracciabilità, una buona remunerazione del lavoro di chi produce, il sostegno all’artigianato, le scelte delle materie naturali, la circolarità, il diniego della plastica – queste e altre in linea a queste, sono le componenti del lusso di oggi.

I grandi gruppi stanno trasformando il lusso in un prodotto di massa. Se così succedesse, sia l’aspirazione e l’ispirazione che il lusso sa muovere, si fermerebbero. Se procediamo tenendo come esempio il campo della manifattura, il lusso si può comprendere solo in un contesto di sostenibilità, di un’imprenditoria etica che non ponga più il ricavo come primo scopo, ma la condivisione del reddito. 

Per paradosso, oggi, il lusso deve incontrare gli ideali comunisti – ma in fondo, se epitome massima del lusso è una signora borghese di nome Miuccia Prada che si è sempre dichiarata comunista, non stiamo dicendo niente di nuovo. Un tempo, borghese e comunista era come dire sei di destra o di sinistra – oggi, come in Parlamento appare ancora più evidente, questi opposti non sussistono. 

Retrovie culturali: i tempi dell’Oro e del Rosa, Carlo Borromeo, Roberto Calasso – la Lombardia, terra di imprenditoria etica

L’Umanesimo e il Rinascimento furono tempi apollinei, color dell’oro – il Manierismo e il Barocco presero il rosa della decadenza di Dioniso. Si tratta di cicli, di oro e rosa: a una rinascita segue sempre una decadenza – e spesso, nella decadenza c’è più bellezza che nella rinascita. Oro e Rosa – dopo il Barocco rosa, torna l’Illuminismo dorato, e poi ancora il Rococò in rosa, quindi l’oro del Neoclassicismo, e ancora il rosa a seguire, con il Romanticismo.

Alla fine del Settecento, la rivoluzione francese fu una rivoluzione borghese che scoppiò dalle scintille illuministe. Parigi, città monarchica, accentratrice e dispotica, diede avvio al motore borghese che tramite Napoleone arrivò fino in Lombardia – la terra più fertile d’Europa, campo della controriforma laboriosa di Carlo Borromeo, patria storica dell’imprenditoria etica proprio perché reazionaria allo straniero conquistatore. Già da due secoli, la Lombardia era terra agricola capace di produrre quasi a livelli industriali. Il Lombardo Veneto era così ricco da esser indicato come il Tesoriere d’Europa. 

Nel ritmo delle epoche d’oro e rosa, la figura del collezionista popola gli anni umanistici, di preparazione rinascimentale. Lorenzo il Magnifico prima del Rinascimento, Winckelmann prima del Neoclassicismo, Charles Ephrussi prima della rivoluzione elettrica, Calouste Gulbenkian prima dell’Europa unita. Lo so, si tratta di generalizzazioni – Calasso ne Il Rosa Tiepolo è più sofisticato e meno didascalico – ma sono riferimenti che possono servire a considerare quanto la figura del collezionista giochi nell’evoluzione culturale e sociale di un borghese – come me – in una città come Milano.

Gli anni Ottanta e i Boomer di oggi: la borghesia e il buon senso di tornare alle basi

Gli anni Ottanta sono stati gli anni di Reagan e della signora Thatcher – politici che il populismo lo avrebbero spazzato via come briciole dal tavolo. Avevano governato durante la Guerra Fredda: due politici che potevano distruggere l’impero sovietico. Gli anni Ottanta si sono basati su due pilastri: fare soldi e riconoscere pochi diritti umani. Era l’edonismo reaganiano. Quello con cui sono cresciuti i Boomer di oggi. Mohamed Al-Fayed, il padre di Dodi, voleva entrare dentro un mondo a lui precluso. Quello che manca adesso è un mondo a cui le persone vorrebbero appartenere. Negli anni Ottanta sapevamo dove voler entrare. Oggi no, non lo sappiamo più. La crisi del capitalismo ha portato alla paura. La borghesia oggi non è più sicura che il suo lavoro, il suo buon operare, sia sufficiente. In una situazione di instabilità e di timore cosa bisogna fare? Ce lo dice il buonsenso, appunto: bisogna ritrovare le basi, tornare alle radici che hanno permesso ogni crescita. 

I quattro maestri di Galli della Loggia, Milano e il Grande Borghese, Andrea Carandini

In Italia eravamo abituati ad avere «una non disprezzabile educazione civica, una discreta consuetudine alle regole della convivenza e della libera discussione» – scrive Galli della Loggia, definendo la classe borghese e laboriosa italiana della seconda metà del Secolo Breve che ha avuto la fortuna di avere quattro scuole, quattro cardini, quattro fondamenti: la Chiesa, la leva militare, la scuola e la televisione pubblica. 

Andrea Carandini è l’ultimo della classe borghese. Il Grande Borghese si usa scrivere per riferirsi a Carandini: «Siamo sommersi dalle immagini, ci si fotografa anche nei momenti più intimi, privati, perfino — almeno un tempo — imbarazzanti. La scrittura e la lettura, l’apprendimento e lo studio, sembrano non avere più senso. Nel Medioevo si era ricchi di immagini proprio perché erano tutti analfabeti»

Milano è una città borghese, fondata sull’imprenditoria e sull’editoria

Credo nella bellezza e credo nel sudore. Sono i codici borghesi – quelli propri di Milano. Mi piace la signora disegnata da Miuccia Prada, e quella copertina di Tullio Pericoli che ritraeva Lina Sotis con una penna di piuma più grande di lei. Credo in un Corriere della Sera più autorevole di un rotocalco. Credo nella buona educazione, nel buon senso e nell’impegno. 

Milano è una città borghese, fondata sull’imprenditoria e sull’editoria – dalla Scala alla sua cattedrale che appunto resta una Fabbrica. La borghesia, fare squadra e sistema, con serietà e sobrietà. I codici borghesi non producono più reazione, ma consolazione e sicurezza in se stessi – permettono di riaccendere il motore. Usiamo parole più semplici: «La traccia più bella la lasci con i figli, ma se tu la lasci indipendentemente da quella che è la tua famiglia, crei una storia» – e ci resta nelle orecchie, quella voce di Franca.

Carlo Mazzoni

Milano, via Fatebenefratelli
Milano, via Fatebenefratelli

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X