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Clima e precariato: la prossima estate caldissima dei millennial

I giovani creativi si rifugiano in una villa di campagna per sfuggire al caldo torrido – Un’estate caldissima è un Decameron ambientato nella campagna torinese: la nuova peste è la crisi climatica

Ritratto di una generazione in crisi

È il 2022 e fa caldissimo. L’estate più calda degli ultimi duecento anni. Non piove da mesi e l’aria è pesante. Sette adulti e un bambino si rifugiano in una casa di campagna, nel torinese, per sfuggire all’afa e cercare un po’ di refrigerio. I sette adulti sono colleghi: lavorano per un’agenzia di comunicazione, Bomba Agency, e hanno una settimana di tempo per chiudere la presentazione da presentare a un cliente.

Costretti a condividere spazi e intimità, i protagonisti sembrano incapaci di relazionarsi l’uno con l’altro, senza la mediazione degli strumenti digitali. Eccitati dalla novità e allo stesso tempo terrorizzati dal contatto sociale, i sette adulti si comportano come bambini durante la prima gita scolastica fuori porta. Gian, Greta, Carlo, Laura, Tommi, Vic sono i protagonisti del libro Estate caldissima di Gabriella Dal Lago, edito da 66thand2nd.

Gabriella Dal Lago offre il ritratto di una generazione in crisi, quella dei Millennial (i nati tra l’inizio degli anni Ottanta e la seconda metà degli anni Novanta), che si trova a fare i conti con una cultura lavorativa tossica e con gli effetti drammatici del riscaldamento globale.

Millennial: diversità e inclusione nel mondo degli adulti – giovani che non vogliono crescere

Gabriella Dal Lago descrive i Millennial come bambini-adulti, ossia persone anagraficamente adulte ma che non si sentono all’altezza delle sfide e dei doveri che comporta l’essere adulti o che non vogliono essere considerati tali.  «Si tratta di una generazione che si è raccontata molto, prima sui blog e su Internet, e oggi attraverso i social media – spiega Gabriella Dal Lago. Hanno costruito una sorta di mitologia personale della loro generazione, ma si tratta allo stesso tempo di una strana categoria anagrafica, perché molti di loro non rientrano davvero nei confini di questa mitologia: hanno una famiglia, dei figli, un lavoro canonico (commercialisti, avvocati, etc.). In quel caso la mitologia sui Millennial sembra sfaldarsi un po’, perché si comportano a tutti gli effetti come delle persone adulte»

«Quelli di cui parlo nel libro – sottolinea – appartengono a un sotto-gruppo: quello dei creativi e dei professionisti della cultura. Ciò che accomuna queste persone è la precarietà: lavorativa ed economica e poi emotiva ed esistenziale. Fanno lavori un po’ sghembi, che non garantiscono una sicurezza economica e la possibilità di seguire un percorso di vita fatto di tappe e obiettivi strutturati. Questa precarietà è l’elemento che impedisce a molti di loro di definirsi e considerarsi adulti»

La definizione di adulti che i Millennial hanno ereditato dalla generazione precedente (la gen X) gli sta stretta perché non corrisponde alla realtà dei fatti: questa prevede infatti l’aver conseguito determinati obiettivi, «ma che se hai 32 anni, un p.Iva, lavori nell’industria creativa e magari hai cambiato tante città, sono molto difficili da raggiungere».

La precarietà del ceto medio che si sente irrilevante

I protagonisti del libro appartengono a quella che può essere definita la classe media. Ceto che l’autrice definisce con l’espressione “precariato cognitivo”, a sottolineare le difficoltà economiche con cui questo ceto-generazione si trova a fare i conti. I lavori intellettuali o creativi in Italia sono spesso pagati poco o visti come ‘hobby’. Come emerge anche dalle pagine del libro, le stesse persone che lavorano in questi settori si sentono sempre più inutili e faticano a trovare un senso a quello che fanno. 

«Nel libro cerco di spiegare cosa accade quando il precariato e la precarietà si intersecano con la classe borghese di un Paese. I protagonisti di questo libro – racconta la scrittrice – sono tutti accomunati dal fatto di essere sì precari, ma anche figli di una medio-borghesia benestante: è da lì che nasce il cortocircuito rispetto al sentirsi poco apprezzati e superflui. Queste persone hanno ricevuto tutti gli strumenti necessari per trovarsi a tavola e parlare dell’eteronormatività, di come si fanno le famiglie, di come dovrebbe essere fatto il mondo. Sarebbero potuti diventare la nuova classe intellettuale italiana, ma poi si sono ritrovati a crescere in un Paese in cui la classe intellettuale non esiste, perché non esiste la possibilità di vivere di quello, anche di conseguenza al processo di democratizzazione del sapere e della cultura. La classe intellettuale degli anni ’60 e ‘70 era fatta in un certo modo perché le persone che potevano sedersi a quel tavolo erano pochissime. Oggi, invece, ci sono tantissime persone che vogliono fare quelle cose, ma allo stesso tempo i posti disponibili sono limitati. L’imbuto è strettissimo. Per questo motivo, molti di loro non possono svolgere quel lavoro a tempo pieno; d’altra parte non si è più realmente rilevanti come una volta». 

A questi problemi si aggiunge quello dell’eccesso di domanda rispetto all’offerta del settore: «Il mondo dell’istruzione e della formazione stanno creando un business su questa forte domanda, finendo per formare delle persone per lavori che però non sono richiesti perché il mercato è già saturo».

L’informalità e l’iper-competitività: i punti cardine del settore creativo 

I personaggi del romanzo lavorano tutti per un’agenzia di comunicazione, Bomba Agency. Negli ultimi tempi le agenzie di comunicazioni italiane, milanesi in particolare, sono finite al centro di polemiche e di inchieste per presunte molestie, atteggiamenti sessisti e ritmi di lavoro disumani. I protagonisti della storia si interrogano spesso sul proprio modello di lavoro: se sia giusto o meno, cosa migliorare, come non eccedere, anche se non riescono mai a trovare una soluzione adatta e condivisa da tutti. Navigano a vista.

«Io collaboro con realtà – racconta l’autrice – all’interno delle quali sono nati discorsi molto critici sul mondo del lavoro, che mi hanno poi influenzato nella scrittura di questo libro. Volevo offrire una panoramica più ampia possibile del tipo di lavoro che si fa nell’industria creativa, in particolare nelle agenzie. Il problema più grande che mi salta all’occhio è quello dell’informalità, che finisce per influenzare tutto il resto: dalle molestie alle email inviate a orari indecenti fino alla concezione di ‘fampany’ (termine nato dalla fusione tra la parola family e company, ndr). È un tipo di lavoro che ha fatto dell’informalità il suo punto cardine e che prende nutrimento da questa bugia tardo-capitalista che recita “Fai un lavoro che ti piace e non lavorerai neanche un giorno della tua vita”. È esattamente il principio su cui si basa una parte dell’attuale mercato del lavoro, che tende a confondere i tuoi desideri con le tue possibilità e, soprattutto, a mettere in secondo piano i tuoi diritti. Molte aziende puntano sul fatto che ti devi sentire fortunato a fare quel lavoro che ti appassiona tanto e che, visto che ti piace, probabilmente faresti anche gratis. Questo tipo di approccio, in un mondo del lavoro per niente regolamentato, diventa una trappola e un coltello affilatissimo da cui è impossibile sottrarsi e non farsi colpire»

Un altro problema che Dal Lago ha notato è l’assenza regolamentazione, tabelle di prezzi di riferimento nel mondo dell’industria creativa e dell’editoria: «Questa mancanza, in realtà, non mi stupisce perché questo settore si basa, appunto, sull’informalità e, contemporaneamente, sull’iper-competitività. Darci delle tabelle vorrebbe dire in qualche modo sindacalizzarci e diminuire la competitività, su cui questo mondo è basato e di cui si nutre. È un modello funziona proprio perché ci sono persone disposte a stare fino a mezzanotte sveglie a chiudere una gara o a essere pagate poco perché confondono la passione con il dovere professionale».

Amore e lavoro: connubio pericoloso?

Due dei protagonisti del romanzo, Greta e Gian, gestiscono assieme l’agenzia di comunicazione. Nel loro caso amore e lavoro si mescolano e i confini si fanno spesso molto sottili e sfumati. Le loro paure, ossia quella di non saper più distinguere la vita privata da quella professionale, il chiedere troppe ore di lavoro ai collaboratori e l’esigenza di dare maggior spazio al tempo libero, sono quelle di tante altre persone della loro età. In un passo del romanzo, l’autrice cita il libro della giornalista statunitense Sarah Jaffe, Il lavoro non ti ama, e l’omonimo podcast di Siamomine, realizzato in collaborazione con minimum fax, che parlano proprio di questi temi, oggi al centro di grandi riflessioni sul ruolo e sul peso del lavoro nelle nostre vite. Greta Gian sembrano rendersi conto del problema e vorrebbero far qualcosa per cambiare il sistema, ma sembrano non esserne capaci. 

«È tutto un problema di tempo – afferma la scrittrice – se fai un lavoro che occupa gran parte delle tue giornate, è molto difficile avere del tempo per i tuoi affetti, sia sentimentali che amicali. La cosa che succede di solito è quindi la creazione di un grandissimo miscuglio di affetti e amore dentro il tempo del lavoro. Diventa così quasi una scelta obbligata quella di restare nella propria bolla, con le persone con cui si condividono le stesse dinamiche, i discorsi e l’humus culturale di riferimento. Quello dell’industria culturale, inoltre, è un mondo fatto di molti codici di comunicazione, ovvero di modi di dire, espressioni tecniche e visioni e interpretazioni del mondo, che sono difficilmente comprensibili a chi non appartiene a quell’ambiente».

Estate caldissima: come il Decameron, ma senza la peste

Leggendo il libro, il riferimento al Decameron di Boccaccio viene quasi spontaneo. Solo che lì c’era la peste, mentre qui siamo appena dopo la pandemia, nel corso di un’estate caldissima e con un futuro apocalittico all’orizzonte. Se però i protagonisti dell’opera del Boccaccio si ritrovano per raccontarsi novelle, qui i protagonisti si ritirano nella villa di campagna per lavorare assieme a un progetto, che resta sullo sfondo della storia, mentre le loro storie finiscono al centro del racconto.

«Ho ambientato il mio libro dopo la pandemia perché quell’evento ha costituito una cesura nella vita delle persone e nella loro capacità di socializzare, che in questi ultimi due anni è stata messa a dura prova – spiega Dal Lago – I protagonisti del libro non sono abituati a interagire l’uno con l’altro, se non mediati dalla presenza del digitale. Quando parlano litigano o non si capiscono. Sono fisicamente lì ma non sono mai presenti a loro stessi. Dopo tutto – aggiunge – non dobbiamo dimenticare che dal 2020 al 2022 le relazioni sociali sono state vietate, limitate, fortemente ridotte. Così la cerchia di persone che frequentavamo si è ristretta sempre di più, diventando ancora più circoscritta. Quelle che già erano delle bolle, con la pandemia si sono rafforzate, trasformandosi in dei recinti. Adesso stiamo sperimentando la difficoltà ad aprirci e a uscire da quelle bolle».

A istituire il parallelo con l’opera di Boccaccio è una delle protagoniste del libro che, mentre si trova nella villa di campagna, posta una foto su Instagram con sotto la didascalia che recita: “Come il Decameron ma senza la peste, o quasi”: «È una battuta che mi è venuta in mente mentre stavo scrivendo, solo dopo mi sono resa conto di aver instituito un parallelo tra il mio libro e il Decameron di Boccaccio. In realtà – continua – ho deciso di ambientare questo libro in una casa perché mi interessano molto le dinamiche che si creano in un luogo chiuso. La casa diventa così il personaggio fisso della storia, che subisce i cambiamenti del tempo, e il palco teatrale che i protagonisti calcano e condividono».

Un’altra differenza significativa tra il Decameron e questo libro è che nel primo caso «i protagonisti si incontrano per passare il tempo ma anche per raccontarsi qualcosa che curi loro stessi dalla paura del fuori, mentre nel secondo le persone chiuse nella casa non sanno parlarsi e relazionarsi l’uno con l’altra. Fuori c’è un mondo incasinato, in cui aleggia lo spettro della crisi climatica, da cui loro provano goffamente a sfuggire, allontanandosi dalla città».

La lunga estate caldissima della crisi climatica

La crisi climatica è un altro dei temi toccati dal romanzo: già a partire dal titolo, Estate caldissima, quella che fa da cornice al soggiorno dei protagonisti nella villa di campagna. Un caldo anomalo e asfissiante, con cui ormai abbiamo iniziato a fare i conti da qualche anno. Sembra quasi che la crisi esistenziale e relazionale che attraversano i personaggi sia amplificata dalla crisi climatica che incombe sulle loro vite, rendendo l’atmosfera ancora più pesante e drammatica. 

«Il titolo del libro contiene al suo interno questa ambivalenza: è un’estate caldissima sia perché fa molto caldo sia perché le persone del romanzo hanno una temperatura emotiva rovente, sono sempre sul punto di esplodere. Non è un caso che l’agenzia per cui lavoravano si chiama Bomba Agency. Quando ho pensato al titolo – racconta – avevo in mente la canzone degli 883, La lunga estate caldissima, del 2001, e il fatto che io sono viva in un mondo in cui l’idea del caldo ha subito una virata estrema nel giro di pochissimo tempo. Quando Max Pezzali canta che sta arrivando la lunga estate caldissima, lo fa con spensieratezza. Oggi invece quando penso al caldo, lo associo subito a una sensazione di ansia e di pericolo. Quando ho scritto questo libro, nell’estate del 2022, era in atto una grave siccità e non pioveva da mesi. Fino a qualche anno fa, la crisi climatica ci sembrava qualcosa di estremamente lontano, mentre oggi la sentiamo molto vicina a noi. Non a caso ultimamente si parla di eco-ansia, una vera propria condizione clinica, causata dalla consapevolezza che sta succedendo qualcosa di terribile, che non siamo però in grado di concepire né affrontare. I protagonisti del libro vedono tutto questo, ma mentre succede loro sono in una villa con la piscina piena d’acqua, mangiano le fragole, hanno i condizionatori accesi»

I sette adulti sono consapevoli della gravità della situazione, ma anche del fatto che le loro azioni sono incoerenti: «Ritengono di avere problemi più urgenti da risolvere, come il fatto che non sanno parlarsi, che sono in crisi e che non sanno cosa vogliono dalla vita. Questa dissonanza cognitiva dimostra il fatto che la crisi climatica è un fenomeno così complesso, sfaccettato e stratificato, che è difficile da comprendere nella sua interezza. È un problema in cui viviamo immersi, di cui siamo la causa e contemporaneamente subiamo le conseguenze e per il quale non riusciamo a farci agenti di cambiamento, se non attraverso azioni molto piccole, che poi finiscono per frustrarci».

L’ironia, utilizzata spesso come arma o espediente per sdrammatizzare situazioni anche gravi 

Un’altra delle caratteristiche dei Millennial, che emerge dal libro, è l’ironia, utilizzata spesso come arma o espediente per sdrammatizzare situazioni anche gravi e per non prendersi troppo sul serio. 

«È come se i protagonisti dicessero: abbiamo visto il problema, sappiamo che facciamo schifo, ma alla fine vogliamo solo riderci su e non prenderci mai la responsabilità di cambiare quella cosa, metterla in discussione. È un tipo di piaggeria per cui il desiderio di piacere sempre li porta a non prendere mai delle posizioni molto radicali. E se non sei mai radicale, non sei mai davvero scomodo per nessuno. A me una cosa che ha fatto molto impressione in questi anni, da appassionata di Sanremo – dice l’autrice – è stata vedere questo festival passare da evento serio e autorevole a meme di sé stesso. La metà delle persone che guarda quel palco oggi lo vede con una serie di sottotesti che vanno oltre allo show in sé. In questi giorni ho riletto un po’ David Foster Wallace, il suo ‘Infinite Jest’, e la sua idea che stessimo rendendo tutta la vita un gioco, un grande scherzo, un ridere di sé stessi. In qualche modo lo scrittore aveva predetto quello che è il mondo di oggi. Stiamo vivendo l’Infinite Jest che abbiamo creato noi. Prima chi lavorava in ambito creativo o culturale aveva un fuoco e una passione nel fare le cose che erano onesti, sinceri. Ogni tanto mi pare che non crediamo mai fino in fondo in quello che facciamo perché non saremmo in grado di accettare un eventuale fallimento».

Gabriella Dal Lago

Gabriella Dal Lago è una scrittrice, autrice e creativa italiana. Nell’aprile del 2022 ha pubblicato il suo primo romanzo, Uto e gesso, edito da 66thand2nd, a cui è seguito, nel giugno del 2023, Estate caldissima, pubblicato sempre da 66thand2nd. Laureata in Letteratura italiana, attualmente vive a Torino e collabora con l’agenzia creativa dieci04 e come libraia part-time presso la Libreria del Golem. Nel 2019 ha co-fondato CampoBase, collettivo curatoriale che predilige pratiche discorsive e approcci sperimentali nella realizzazioni di eventi e progetti artistici.

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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