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Giada Biaggi: Il bikini di Sylvia Plath, la letteratura come Photoshop esistenziale

Dentro il romanzo postmoderno e la stand-up comedy, in conversazione con Giada Biaggi. «Anche la stand-up parte dalla scrittura solitaria – Il motore di tutto è l’insoddisfazione per la vita che vivo, quindi uso la scrittura»

Giada Biaggi: intervista all’autrice de Il Bikini di Sylvia Plath, edito da Edizioni Nottetempo

Quando ti sei imbattuta in Sylvia Plath – cosa hai letto e cosa conservi della sua produzione? 

Giada Biaggi. «Ho iniziato a conoscerla leggendo le sue poesie al liceo. Poi in università ho letto il suo primo e unico romanzo semi-autobiografico La campana di Vetro, e poco più avanti i suoi diari. Con mia sorpresa al tempo, ho appreso che Sylvia Plath aveva svolto una stage presso la rivista Mademoiselle, a New York, quando era studentessa universitaria. Non si occupava di cultura, ma di beauty e moda. 

Nonostante spesso sia ridotta dalla critica univocamente alla sua pazzia, al suicidio (morì suicida all’età di trent’anni), al suo Ich, Ich, Ich della poesia Daddy stampato su tazze e magliette in vendita su Etsy, Sylvia Plath ne La campana di vetro scriveva: Conservo ancora la trousse per il trucco studiata per una persona con capelli e occhi castani, esprimendo il disagio nel condividere passioni apparentemente dissonanti tra loro, come i trucchi e la letteratura. Una dissonanza che la faceva sentire come un cavallo da corsa in un mondo senza piste. Essere tante cose è un privilegio che non è mai stato concesso alle donne. La tormentata storia con il poeta Ted Hughes dimostra come la consapevolezza di avere al proprio fianco l’uomo sbagliato è la più rischiosa forma di sabotaggio che un’artista possa infliggersi. 

Il titolo del libro Il bikini di Sylvia Plath nasce come manifesto di un nuovo tipo di femminismo più prismatico. Avevo letto sul Guardian l’articolo di una columnist femminista in cui lamentava la scelta di una foto in bikini bianco di Sylvia Plath per la copertina di una riedizione UK dei suoi diari. Lo riteneva un oltraggio alla sua dignità letteraria, per via della ‘ sessualizzazione del corpo atta a sedurre il lettore maschile’. Non capendo che erano proprio giudizi binari di questo genere, tra le altre cose, ad aver condotto la Plath al suicidio. Sono proprio i giudizi binari di questo tipo a castrare di ogni progettualità il dibattito di genere contemporaneo. Perché il corpo della scrittrice non può essere sexy mentre quello dell’attrice sì?»

Il tema del suicidio ne Il bikini di Sylvia Plath con Giada Biaggi

Il suicidio è un pensiero doloroso o una felice soluzione di liberazione? 

Giada Biaggi. «Nel mio libro c’è il tema dell’aspirazione al suicidio. Per Eva la morte è sempre una possibilità, mai una scelta.  Come una sorta di nemesi de I dolori del giovane Werther di Goethe, nella vita di Eva mancano sia la passione che la morte nelle loro determinazioni più fisiche. Mi sembra che entrambe ormai, passione e morte, nel contemporaneo siano diventate pratiche aspirazionali. Penso di avere descritto qualcosa di nuovo in letteratura, circumnavigando il binomio eros-thanatos. 

Eva si innamora di Ludovico via chat pur non vedendolo mai dal vivo. Ho cercato di dare dignità alla metafisica del non incontro che stiamo tutti vivendo con l’avvento del digitale nella geografia sentimentale delle grandi città. Se non ci si ama più davvero è impossibile auto-eliminarsi per lei/lui. Tornando a Sylvia Plath, anche lei ha insistentemente prefigurato il suicido fino poi ad attuarlo. Nel booktrailer del libro, a un certo punto si vede un cappio appeso a un salice. Nella poesia Lettera in novembre Sylvia Plath tenta di restituire il ricordo della propria morte mentre si è vivi: and the wall of old corpses / I love them / I love them like history / The apples are golden / Imagine it»

Un estratto dal libro di Giada Biaggi – Il bikini di Sylvia Plath

Gli evidenziatori Stabilo color pastello – che ci ricordano la precarietà dei colori fluo e del compito per cui sono stati creati, ovvero mettere in evidenza; I baci sul collo dati per la prima volta a uno sconosciuto che sai che condurranno a un rapporto sessuale senza preservativo e con coito interrotto; Quello che c’è dentro il cervello di Dolly Parton quando si toglie la parrucca e si guarda allo specchio; Quando la persona che ti piace ti chiama la prima volta al telefono e tu rispondi sgarbata pensando sia un call center perché non hai ancora salvato il suo numero per scaramanzia; Le borse di Chanel appartenute a Simone de Beauvoir – nella piccola tasca interna di una di loro vedo l’indirizzo scritto su un bigliettino che le ha lasciato uno studente o un cameriere; Quello che c’era dentro al cervello di Jacques Prévert quando scrisse la poesia Barbara. Un amore fortissimo e non corrisposto; Il ricordo dell’edonismo degli anni Ottanta così come espresso gastronomicamente attraverso il cocktail di gamberetti o l’aragosta alla catalana in vendita al banco gastronomia dell’Esselunga;

Si tratta di un elenco – qui sintetizzato – di alcune cose per le quali vale la pena vivere. Per cosa vale la pena morire?

Giada Biaggi. «C’è un’espressione tedesca che recita: Die Sua rau lassen; significa: lasciare libera la scrofa. Sta a indicare qualsiasi spinta anarchica abbiamo nei confronti della vita. Per me è una massima di vita, e mi diverte lessicalizzata in questa espressione. L’arte è un modo efficace per aprire il recinto del porcile. In un mondo dove le scrofe non possono più correre penso che attuerei una sorta di suicidio stoico».

Kae Tempest – La letteratura contemporanea secondo Giada Biaggi 

Chi è oggi una Silvia Plath? 

Giada Biaggi. «La poetessa contemporanea Kae Tempest potrebbe esserlo. Ha cambiato la sua identità sessuale annunciandolo con un post su Instagram. Come Sylvia, Kae è in grado di incarnare lo spirito del tempo attraverso la poesia che porta sia sui palchi che nei libri».

Pensi di aver compiuto un’operazione letteraria nuova?

Giada Biaggi. «Sullo scenario italiano credo di sì; anche per aver attivato un immaginario visivo afferente al libro con il booktrailer che ha ibridato i codici del fashion-film con quelli del cinema sperimentale». 

Esiste un filone di letteratura contemporanea a cui pensi di appartenere? 

Giada Biaggi. «Il romanzo postmoderno. Un tipo di letteratura innovativa dal punto di vista formale. Oltre che contenutistico. Penso che la letteratura italiana contemporanea sia troppo schiava della realtà. Tra gli autori italiani mi sento vicina a Gadda, per la capacità inventiva e il gusto per le elencazioni esilaranti, mentre guardando all’estero i miei miti sono Breat Eston Ellis, Michel Houellebecq e Ottessa Moshfeg. Tutti gli autori che ti ho citato hanno una forte identità pubblica oltre che privata. Sono personaggi oltre che persone. Michel Houellebecq sta per uscire con un film porno del collettivo Keeping It Real Art Critics in cui va ad Amsterdam e si fa riprendere mentre fa sesso con diverse giovani donne oltre ad aver diretto svariati film tra cui uno tratto da un suo libro; mi piace lo scrittore come personaggio disturbante. Per non fare morire la letteratura bisogna stare sia dentro che oltre la pagina».

Quale moda si avvicina di più a questo tipo di letteratura e perché?

Giada Biaggi. «Un libro come Glamourama di Ellis può illuminare. La moda di inseguire la moda. Big City Life. Mi piace pensare alla scrittura a tratti come un esercizio di stile proprio come il vestirsi. La mia parte preferita del libro è quella in cui descrivo la coda di Fondazione Prada; l’elenco migliore che abbia mai scritto in cui essere e apparire, descrivere e narrare sono uniti in una maniera che mi ha reso fiera da scrittrice. Penso che Giorgia Foglia incarni più cosa vuol dire vivere nel 2023 a Milano che mille saggi di antropologia visiva, te la leggo»: 

Giorgia Foglia se ne stava più indietro, tutta sola con il suo milione di seguaci e il viso illuminato dalla luce fredda dell’iPhone. Era considerata la più intellettuale delle influencer milanesi (romana di origine, ma #basedinmilan da ormai un decennio). Sul suo feed alternava un quadro di Mimmo Rotella a un total look Prada; una tela di Chloe Wise alla foto di un paio di sandali di Bottega Veneta. Questo bastava al mondo della moda e della cultura lì riunito per giudicarla una donna davvero elevata. Nel suo ultimo post, aveva fotografato le sue nuove slingback Fendi sopra il catalogo di una mostra di Damien Hirst con la caption: These sandals are made for reading, that’s just what they do. 27.308 likes. 589 commenti. Partly Jane Fonda, partly Jane Austen: questa la sua bio su Instagram. L’anno prima a Halloween si era travestita come la protagonista di Piccole donne nella versione del 1994.

Il bikini di Sylvia Plath è un libro autobiografico?

Quanta autobiografia c’è nel bikini di Silvia Plath?

Giada Biaggi. «In realtà molto meno di quanto potrebbe sembrare.  C’è un po’ di autobiografismo psichico nella sua ironia; ma io nella vita vera sono più noiosa di Eva. Nessuno dei fatti narrati è reali; Eva è un po’ come Woody Allen quando fa il ladro in Zelig – ecco se io fossi una giovane cocainomane sarei così; pipperei su libri di maschi, bianchi e deceduti e poi guarderei il video di AD della casa di Kendal Jenner su You Tube. Ho fatto fare alla mia protagonista cose che nella vita vera non ho mai avuto il coraggio di fare, l’ho usata come una sorta di super-anti-eroina di me stessa».

La violenza sessuale, come hai dichiarato, è il tema sotteso al racconto. Perché ne parli? 

Giada Biaggi. «L’incesto nello specifico. Volevo sfidare il lettore a livello linguistico a capire perché Eva si comportasse in maniera disfunzionale e fosse incapace di sviluppare rapporti sani con l’altro sesso; ho cercato di nasconderlo nella narrazione proprio come i bambini stuprati lo nascondono nel loro cervello fino all’età adulta. Se il trauma dell’incesto paterno non fosse così fondante non avrei mai scritto un romanzo umoristico. Ne ho parlato perché molta narrativa contemporanea italiana si basa sull’esibizione del trauma; io ho voluto esibirlo tramite il suo nascondimento. Come tutte le operazioni di questo tipo non si prestano a essere capite in maniera mainstream – però ho scritto un libro e non ho fatto un film perché per me era importante fare questa cosa in letteratura. Esibire la verità delle cose tramite il suo nascondimento è quello che ci ha insegnato Heidegger; per questo sono una fan della comicità – che si basa proprio sull’esibizione del trauma (anche se tutti pensano nasca dall’assenza di trauma)».

Processo a Milano

Milano sì. Milano, no?

Giada Biaggi. «Vivere a Milano costa sempre di più e comporta molte rinunce emotive. Le persone sono traumatizzate dalla frenesia e dall’ansia da prestazione. Piene di sovrastrutture che rendono i rapporti umani faticosi e spesso effimeri. Si esce sempre un po’ con l’ufficio, qui. Da scrittrice è una città stimolante, proprio perché difficile. Sono sensibile alle tematiche ambientali, e gli ultimi dati sulla qualità dell’aria mi stanno facendo interrogare su quanto senso abbia vivere qui. La trovo una città a suo modo commovente, nel suo nascondersi anche a livello architettonico. Vorrei ci si amasse un po’ di più e ci si mostrasse un po’ di meno.

Mi piacciono i bar, quelli che frequento di più sono il Picchio e il Bar Basso. Mi piace uscire in Porta Venezia. Un altro posto che frequento è la Balera dell’Ortica, zona Lambrate.  In questo periodo tutti i giorni o quasi prendo il tram, ascolto Maps degli Yeah Yeah Yes e mi interrogo su che tipo di vita sentimentale abbiano le persone che vedo. L’ultima volta che hanno avuto un orgasmo, se prendono il caffè con o senza zucchero. Mi stimola molto nella scrittura. Spesso piango quando mi immagino le loro vite, mi commuovo al pensiero di loro con il cuore spezzato nella loro vita che mi sono immaginata.

Ho vissuto per anni a Venezia, ogni tanto mi manca – la cosa che mi manca di più di Venezia è il fatto che ogni notte mi addormentassi pensando che le fondamenta del mio palazzo fossero di legno e che la mattina dopo potenzialmente avrei potuto svegliarmi sott’acqua. E le biblioteche di Venezia soprattutto la Querini con il giardino di Carlo Scarpa. In futuro mi piacerebbe vivere e lavorare a Los Angeles, invece l’anno prossimo sto valutando di trasferirmi a Roma. Villa Borghese è il mio posto nel mondo. Vorrei abitarci vicino per un paio di anni. Mi piacciono anche i pini marittimi, vorrei poterli vedere tutti i giorni per un po’. Se dovessi diventare madre in tempi brevi, mi trasferirei a Berlino: è la città con i parchi per bambini più hipster del mondo».

Giada Biaggi e la stand-up comedy

Scrittura o stand-up comedy?

Giada Biaggi. «Sono cose molto irrelate per me e che soprattutto non stanno in gerarchia. Anche la stand-up parte da un lavoro di scrittura solitaria, nonostante poi ci sia un lato performativo. Attualmente non riuscirei a fare solo una delle due cose. Il motore di tutto per me è una insoddisfazione della vita che vivo e quindi uso la scrittura come una sorta di photoshop esistenziale. La letteratura è un perfezionamento più lirico della vita, mentre la comicità più pop e mi piace farle entrambe; sarà il mio essere Bilancia che mi porta a voler trovare un equilibrio strampalato».

Che belva ti senti – Virginia Woolf o Natalia Ginzburg?

Giada Biaggi. «Tra le due Virginia Woolf; ho comprato un cocker ispirandomi a lei. Natalia Ginzburg mi deprime un po’ a livello estetico, troppo androgina. Ho da poco scoperto che aveva una cartomante, questo me l’ha resa più simpatica ma non così tanto da farla diventare il mio role-model. Forse la belve che mi rappresentano di più (se vogliamo parlare di personaggi femminili complessi) sono Lana Del Rey che ha messo l’unico billboard del suo nuovo album nella cittadina del suo ex e Dolly Parton che si reinventa facendo una linea di parrucche per cani. Mi piacciono le donne eccentriche che sanno unire la poesia all’uso smodato di botox».

Il bikini di Sylvia Plath, edito da Edizioni Nottetempo

Hai dovuto cambiare qualcosa del tuo testo per la pubblicazione?

Giada Biaggi. «Alessandro Gazoia, il mio editor di Nottetempo, apprezzava la mia newsletter e mi ha chiesto se avessi scritto una cosa più lunga ed è così che gli ho mandato la prima stesura del libro. Non ho dovuto cambiare nulla; ovviamente c’è stato un lavoro di editing come per qualsiasi libro, ma questo è quanto. Ho insistito solo un pochino per avere questo titolo, ma niente più».

Giada Biaggi: il tour della stand-up comedy Alla ricerca del primo marito perdut*

Quali sono i prossimi appuntamenti?

Giada Biaggi. «Attualmente sono in tour con il mio nuovo spettacolo di stand-up comedy Alla ricerca del primo marito perdut* (in cui sono tra le altre cose la prima comica bionda a imitare Pasolini sul pianeta terra); le prossime date saranno il 14 giugno a Roma al Monk, il 15 giugno a Bologna al Lokomotiv e le atre sul sito di Panico Concerti. Sto anche lavorando al mio prossimo romanzo che uscirà nel 2024, e lavorando a una serie tratta dal libro. Il mio sogno nel cassetto è fare un film su Eva Braun che ho scritto da anni, ma sarà la mia opera matura. La mia fase Ginzburg».

Matteo Mammoli

Libreria, Giada Biaggi, Il bikini di Sylvia Plath – Booktrailer. Total look Miu Miu, Regia Simone Rovellini
Libreria, Giada Biaggi, Il bikini di Sylvia Plath – Booktrailer. Total look Miu Miu, Regia Simone Rovellini
Giada Biaggi, Il bikini di Sylvia Plath – Booktrailer. Total look Miu Miu, Regia Simone Rovellini
Giada Biaggi, Il bikini di Sylvia Plath – Booktrailer. Total look Miu Miu, Regia Simone Rovellini
Frame video, Giada Biaggi, Il bikini di Sylvia Plath – Booktrailer. Total look Miu Miu, Regia Simone Rovellini
Giada Biaggi, dal booktrailer de Il bikini di Sylvia Plath. Regia Simone Rovellini
Giada Biaggi, ph Olimpia Taliano de Marchi, styling Giovanni Ritto
Giada Biaggi in Miu Miu, ph Olimpia Taliani de Marchio, styling Giovanni Ritto

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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