Dettaglio copertina, La Malnata, edito Einaudi
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L’ennesima storia d’amicizia durante il Fascismo? La Malnata di Beatrice Salvioni

Paragonata all’Amica Geniale di Elena Ferrante, La Malnata di Beatrice Salvioni è stata venduta e tradotta in più di trentadue paesi ancora prima di essere stampata in Italia

Intervista a Beatrice Salvioni: autrice di La Malnata, edito da Einaudi

Beatrice Salvioni ha ventotto anni ma ne dimostra meno. Ha i capelli corti, gli occhiali tondi dalla montatura leggera e un cane Corgi come quelli della regina Elisabetta. Quando ci vediamo su Meet sorride, ancora in pigiama, nella sua voce risuona l’allegria di chi sta vivendo un momento positivo e in parte inaspettato. Cosa non comune di questi tempi, nei quali all’essere giovani sono associate spesso parole come ansia, depressione, mancanza di prospettive, piuttosto che opportunità, riconoscimento, ammirazione. Per questo io credo che il punto, quando ci si appresta a parlare del suo romanzo, La Malnata, non sia tanto, o almeno non solo, giudicarne la trama e la scrittura, quanto cercare di mettere da parte ogni critica e sospetto e intonare un alleluia per una ragazza normale che voleva diventare qualcosa – scrittrice – e che per riuscirci, udite udite, ha studiato, tanto. E poi si è buttata e qualcuno era lì, a raccoglierla e a portarla in alto.

La letteratura è sempre derivativa – Beatrice Salvioni e La malnata; Einaudi Stile Libero

Lila e Lenù, L’arminuta, la sorellanza, la pubertà, il fascismo, il femminismo, quante storie che ci sembra di avere già letto ritroviamo ne La Malnata? «La letteratura è sempre derivativa – risponde Salvioni – non possiamo scrivere niente dal vuoto, tanto viene da quello che leggiamo, che vediamo. Inevitabilmente le cose che ami e gli scrittori che ami ritornano. Il paragone con la Ferrante l’hanno fatto in molti e da una parte è lusinghiero, però è anche un peso». La Malnata è la storia di un’amicizia tra due ragazzine ai tempi del fascismo. Due donne in divenire che si scontrano con un mondo di maschi. Francesca, obbligata all’educazione e al contegno e Maddalena, mal vista e temuta perché, si dice, a starle vicino accadono disgrazie. Sullo sfondo Monza, il Nord Italia, non il Sud che solitamente associamo a storie come questa, nelle quali il potere e la ricchezza fanno da contraltare a miseria e ingiustizie.

«Io vivo a Torino ma a Monza sono nata e cresciuta e ho applicato la cartografia della mia infanzia a una storia ambientata nel passato – spiega Beatrice Salvioni –  I percorsi dei protagonisti sono gli stessi che facevo io, così come i giochi nel Lambro e i momenti cardine del romanzo, dal Gran Premio alla Festa di San Gerardo. Stando qui poi ho avuto accesso a fonti interessanti dell’epoca. ‘Il cittadino’, che è il quotidiano della città, ha un archivio online degli anni Venti e Trenta. Ho trovato articoli che raccontavano ad esempio la Giornata della Fede (18 dicembre 1935 ndr) durante la quale alle donne venne chiesto di donare al partito gli ori e molte donarono la fede perché non possedevano altro e ho potuto vedere che la fecero in piazza Trento e Trieste».

Ancora il fascismo? Si, ancora il fascismo, nell’Italia della teoria della ‘sostituzione etnica’ e del ministro Lollobrigida

Perché ancora il fascismo come ambientazione storica?

 «Perché ancora? – Beatrice riprende la domanda come se la risposta non fosse ovvia, come se il fascismo nel nostro paese potesse davvero essere relegato al passato – Volevo un periodo storico che più di tutti potesse far risuonare il conflitto di queste due ragazzine che si vogliono far sentire in un mondo sessista. E poi, guardando da lontano una storia, la vedi con più interezza e consapevolezza rispetto a una che ambienti nell’attualità. Volevo che  emergessero le costrizioni che si trova a sopportare una ragazza quando cresce. Come la sorveglianza sul corpo, sul comportamento, la vergogna per gli elementi naturali dello sviluppo, il bisogno che gli altri hanno di incasellarti. Oggi, anche se ci sono aspetti che non sono del tutto cambiati, ci sono più comunità, più spazi, riusciamo più liberamente a capire come costruirci un’identità nostra, a distinguerci in modo aperto».

Sei stata più Francesca o Maddalena?

«Sono stata molto più Francesca da ragazzina, spaventata dalle regole, dell’andare fuori dai binari. Nel percorso di ognuno di noi però c’è sempre quella persona malnata che ti scrolla di dosso la responsabilità di essere perfetta. In realtà Francesca e Maddalena sono entrambe parte di noi».

La Malnata di Beatrice Salvioni: il romanzo acquistato e tradotto in trentadue paesi prima ancora dell’uscita in Italia

Prima di essere pubblicata in Italia da Einaudi, Stile Libero «La Malnata è nata come progetto del secondo anno della scuola Holden di Torino. Potevamo scegliere tra scrivere un romanzo o una raccolta di racconti e ci abbiamo lavorato durante tutto il secondo anno con l’obiettivo di accedere alla giornata finale nella quale si incontrano gli editor di varie case editrici. Ognuno ha a disposizione cinque minuti per leggere un pezzo sul palco. Io lessi il primo capitolo: La chiamavano la Malnata e non piaceva a nessuno».

Avevi paura che qualcuno dicesse che era una storia già sentita? 

«Si, questa paura c’era però queste due ragazze stavano con me da tanto tempo. Mi sono accorta che anche nelle mie prime storie di vampiri e pirati c’era sempre stato questo rapporto tra due ragazze, una che si rifiutava di sottostare e l’altra con sguardo innocente, remissivo. Maddalena e Francesca sono maturate in me ancora prima che conoscessi la Ferrante e la Pierantonio».

La scuola Holden di Torino e Dungeons and Dragons

Prima di arrivare alla scuola Holden di Torino nel 2019, Beatrice Salvioni ha studiato a Milano Lettere Moderne e poi Filologia con indirizzo critico editoriale. «La Holden è stata la mia prima scuola ufficiale ma di voler scrivere lo so da sempre, da quando ho capito che non sarei diventata una addestratrice di draghi – ricorda Salvioni Ho scoperto la scuola per caso, mentre aspettavo mamma che era dal parrucchiere e su un giornale c’era un’intervista a Alessandro Baricco che già conoscevo per i suoi libri. All’epoca scrivevo cose imbarazzanti, era un periodo cupissimo nel quale andavano di moda le storie dei vampiri. I libri fantasy però mi piacciono ancora. Oggi si pubblica molta letteratura Young Adult e alcuni romanzi hanno una scrittura e uno stile elevato».

L’emozione di seguire un corso di scrittura e di andare a vivere da sola in una città nuova, si è però presto scontrata con la pandemia. «Il corso si è spostato online e alcune lezioni sono state deludenti, ma avevo i miei compagni e mi ha aiutato. Ci sentivamo spesso, parlavamo di storie, ci eravamo creati una bolla di storie e giocavamo a Dungeons and Dragons il martedì sera. All’inizio ci trovavamo a casa mia poi a distanza quando non si è potuto più uscire».

Le parole feticcio di Beatrice Salvioni

Quanto è cambiata La Malnata dalla prima stesura alla versione che leggiamo oggi? 

«In realtà non è cambiata dal punto di vista strutturale, ho solo dovuto accorciare un capitolo. La scena iniziale è sempre stata quella, con il flashforward. Dopo il lavoro fatto con Rosella Pastorino, la mia editor, che è stato principalmente di pulizia, c’è stato quello più difficile  sulla singola parola con Maria Luisa Putti che è andata a cercare le mie parole ‘feticcio’: ginocchia, grumo, sangue, gomiti. Ho imparato a pulirle nella rilettura».

 Se sono feticcio però dicono molto anche di te? «Si, infatti le abbiamo tolte ma non troppo. Soprattutto quando si ripetevano in una stessa scena le abbiamo sostituite, ad esempio ginocchio con rotula. All’inizio è stato strano, a me la parola rotula non piaceva, ma era necessario, così come le ripetizioni. Se in una pagina c’è troppe volte la parola ‘quando’ sta male, si nota».

Le donne de La Malnata

Il romanzo di Beatrice Salvioni racconta un mondo maschile e maschilista abitato da moltissime donne, tutte diverse tra loro. Le madri, tanto quella di Francesca come quella di Maddalena, portano entrambe il dolore di una perdita ma nel lettore non riescono a suscitare empatia, se non in rari momenti che sembrano essere di redenzione nel loro rapporto con le figlie ‘sopravvissute’. «È vero, le madri nel romanzo non fanno una bella figura, anche se nel caso della madre di Maddalena c’è una micro finestra di speranza mentre la madre di Francesca è più caricaturale, ossessionata dalle regole e dalla buona educazione. Eppure è proprio questo suo modo di essere che aiuta a svegliare Francesca dall’ipocrisia. Anche lei aveva un sogno, avrebbe voluto essere di più di quella che è diventata, ma quello che cerca quando viene delusa dal marito è l’ideale di un uomo incarnazione del potere».

L’arco di redenzione e il viaggio dell’eroe

Francesca pur essendo la ragazza dal carattere apparentemente meno deciso, destinata a stare sempre un passo indietro, è in realtà il personaggio con «l’arco di redenzione più chiaro –  spiega Beatrice – Da incastrata, rinuncia a tutto quello a cui è stata addestrata. Sali sul treno o scendi, lì c’è tutto il viaggio dell’eroe. Nessuna delle due protagoniste potrebbe esistere senza l’altra. Nemmeno Maddalena se non avesse incontrato Francesca sarebbe cambiata. L’amica le dà la possibilità di togliersi di dosso il senso di colpa». Le chiedo se non le sia mai passato per la testa di farla rimanere su quel treno (mezzo spoiler) la sua protagonista, ma Salvioni risponde «No. Anche se alcuni che l’hanno letto mi hanno detto che avrebbero voluto vederla soffrire di più nel finale, tentennare e dubitare maggiormente. Per me la frase della madre ‘stai attenta al vestito’, racchiude tutto il conflitto tra quello che le viene chiesto di essere e quello che ormai è diventata».

Alla fine ringrazia Rossella pastorino per quel dialogo: quale?

«Quello in cucina, nel quale Francesca parla con il padre e lui in sostanza le dice ‘non è colpa tua’. Volevo che con quella scena si capisse che lui in realtà è un uomo forte dentro, ma di una forza diversa rispetto a quella che vuole il regime».

La Malnata arriva in Arabia Saudita e diventa una serie 

Tra i 32 paesi nei quali il romanzo di Beatrice Salvioni è già uscito o è in corso di pubblicazione ci sono luoghi del mondo difficili da associare a una storia come questa: «Mi ha sorpreso l’Arabia Saudita, mai avrei immaginato che una storia di ribellione femminile potesse interessare i loro editori. Poi c’è il Giappone che più che sorprendermi mi fa felice perché non vedo l’ora di andarci».

Adesso cosa ne sarà de La Malnata? «In realtà da quando ho terminato il romanzo  ho scritto altre cose con storie e ambientazioni completamente differenti che però la casa editrice non vede al momento. Credono sia giusto che mi consolidi come autrice prima di cambiare genere e io lo capisco. Ultimamente però sono stata a Roma a parlare con gli sceneggiatori perché c’è l’idea di fare una serie. Abbiamo fatto il pitch e il trattamento della prima stagione e per me è bello perché mi chiedono di lavorare con loro. Io un sequel non ce l’avevo in mente. Nonostante un finale aperto Francesca cresce, compie la sua scelta fondamentale. Quando però ho cominciato a pensarci e a fare ricerca sul periodo successivo della guerra e la resistenza ho trovato cose molto interessanti, quindi un seguito è possibile».

Claudia Bellante

La Malnata, Beatrice Salvioni, edita Einaudi
La Malnata, Beatrice Salvioni, edita Einaudi

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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