E il giardino creò l'uomo, frana e fango 2023, Roberto Coda Zabetta per Fondazione Zegna
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Dalle alluvioni delle marche ai rododendri di Casa Zegna: Roberto Coda Zabetta e Anna Zegna

Il bosco non è un’appendice, ma la base dell’attività imprenditoriale: la riforestazione dell’Oasi Zegna è il pretesto per ripercorrere la storia di un luogo e di una famiglia di imprenditori

Frana e Fango, Roberto Coda Zabetta

Frana e Fango, nome della serie di opere di Roberto Coda Zabetta, è un un titolo che si addice agli ultimi accadimenti meteorologici che stanno colpendo l’Italia. Zabetta – originario delle valli vicine all’Oasi Zegna –  con la mostra E il giardino creò l’uomo, di scena a Casa Zegna, segna il proprio ritorno a un paesaggio familiare. «Fin da piccolo ho sentito i racconti delle frane nelle zone superiori e del fango in quelle inferiori, a Valle Mosso nel lontano 1968. Da quasi cinque anni ho scelto di vivere in un territorio analogo; non tanto per la sua morfologia, quanto per la sua fragilità. Un paesino vicino a Urbino; una terra incontrollabile a tal punto da cambiare le planimetrie millenarie delle colline e dei paesaggi. Ho vissuto l’ultimo terremoto e l’ultima alluvione, frane e fango sono diventate un fatto personale, e ho sentito il dovere di raccontarlo attraverso la mia pittura». 

Continua Roberto Coda Zabetta: «Questo lavoro è nato quando mi sono trasferito per via del Covid. Ho avuto il coraggio di mettermi a lavorare in questo spazio che avevo, nelle Marche, e quindi di vivere immerso nella natura. In questi tre anni, le Marche hanno subito eventi climatologici gravi, il terremoto, le alluvioni. L’ultima è successa a settembre 2022. Volevo rendere omaggio con il mio lavoro e con la pittura, con un’estetica non drammatica. Dopo l’alluvione ho trovato a terra un un cartello che citava ‘Frana e fango’; è da lì che è nato il titolo delle opere».

Il processo di creazione dell’opera con Roberto Coda Zabetta

La sala espositiva di Casa Zegna era in origine una serra. I lucernari e le pareti di vetro illuminano la stanza di luce naturale. Al centro il dittico di cinque metri per tre occupa due lati della parete in un continuum di colore. Il giardino entra dentro Casa Zegna e nelle opere di Roberto Coda Zabetta. Una commistione di colori ricorda la fioritura dei rododendri, cari a Ermenegildo Zegna. Coda Zabetta per la creazione di quelli che sembrano petali non utilizza pennelli ma aria compressa.  

«Inizio con una prima velatura di colore, poi continuo con due tre velature, tenendo il materiale. Questa è la parte più complicata: bisogna tenere il materiale sempre fresco, liquido, ma non deve sovrapporsi affinchè i colori non si mischino. Le tele devono essere stese a terra. Ho costruito un’impalcatura per potermi spostare sopra le tele di grandi dimensioni. Dopo aver steso i colori procedo con l’aria compressa e la costruzione materica della figurazione. Per me rimane un quadro figurativo, possiamo parlare di astrazione o di un’opera concettuale, però rimane un’opera figurativa perché è talmente tridimensionale che puoi entrare dentro ogni singolo spettatore può trovare ciò che cerca. Con la pistola ad aria compressa posso dare la dimensione che voglio del cerchio e tirare fuori i quattro o cinque colori che precedentemente ho spalmato. Escono il giallo e il verde, il viola e il blu, che è la parte materica che più mi interessa, perché sembra dipinta col pennello. Poi ci mette tanti giorni ad asciugare. Ho costruito un muro apposta per tirarlo su e guardarlo. Se funziona, funziona. Se non funziona, basta. Perché non si può più tornare indietro. La pittura non perdona, non ha memoria».

Anna Zegna sull’opera di Roberto Coda Zabetta 

«Nei quadri di Roberto, noi siamo parte della natura che ci circonda anche se non ce ne rendiamo conto, perché pensiamo di governare gli eventi. Quando quell’opera era distesa a terra, prima che venisse intelaiata, occupava tutto lo spazio. Vederla esposta regala una sensazione di sorpresa. Credo che sia questo lo stupore che ci dobbiamo continuare a portare dentro. La bellezza di avere qui le opere di Roberto, il suo modo di lavorare, e di avere anche un Viennese che è tornato a casa.  Noi come fondazione stiamo lavorando in più contesti per dare valore a questa terra».

Roberto Coda Zabetta per Casa Zegna 

La serie di opere Frana e Fango sono state create ad hoc da Roberto Coda Zabetta per la mostra in Fondazione Zegna. Raccontare la fragilità dell’uomo e dell’ecosistema che abitiamo, la forza degli eventi incontrollabili e la capacità della natura di rinascere e fiorire in cicli che esulano dalla volontà umana. Nelle tele di Coda Zabetta la natura è evocata tramite l’uso di una carica cromatica e di materia densa che si accumula sulla tela. Le cromie di questi quadri sembrano trarre ispirazione dalla fioritura dell’Oasi Zegna, non in modo didascalica e formale, ma nella forza della natura. Il gioco della costruzione cromatica delle opere è al limite del romantico, inteso nell’accezione drammatica che vede la natura come forza di distruzione la cui violenza affascina.

E il giardino creò l’uomo

Il titolo della mostra prende ispirazione dal libro E il giardino creò l’uomo di Jorn de Précy (1912), filosofo e giardiniere appassionato vissuto tra Otto e Novecento. Nel suo libro de Précy sostiene che l’uomo per essere giardiniere e creare un vero giardino debba ascoltare la natura e il genius loci. L’uomo non deve mai ostacolare le forze che operano in natura, bensì lavorare con esse. Nei millenni l’uomo ha modellato la natura per creare il proprio habitat, costruendo, ricostruendo e manipolando la Terra dimenticandone gli equilibri e le esigenze. Le mappe di territori e di luoghi millenari stravolti testimoniano lo sconvolgimento dell’ecosistema. Le forze della natura non possono essere arginate: ciò si manifesta non solo nel riscaldamento globale, ma nelle catastrofi naturali che ricordano agli umani sia la loro fragilità, che quella dell’ecosistema che invece dovrebbero proteggere e tutelare, non sfruttare senza pensieri per le conseguenze. Come de Précy, l’imprenditore Ermenegildo Zegna a inizio ‘900 vide in anticipo queste crisi e l’Oasi Zegna. 

Oasi Zegna per l’arte

La mostra E il giardino creò l’uomo amplifica la vocazione della Fondazione Zegna. Memoria, tessuto e natura si interconnettono con la storia d’impresa della famiglia Zegna. Per Fondazione Zegna il progetto di Roberto Coda Zabetta si inserisce in un percorso sulla relazione tra natura, arte e scienza avviato con il piano di rinnovo boschivo Zegna Forest, lanciato nel 2020 come esplorazione scientifica dello stato di salute dell’Oasi Zegna. L’eco-sistema dell’Oasi è oggi al centro di un piano di rigenerazione che durerà per almeno un decennio. La Fondazione ha invitato diversi artisti a interpretarne le dimensioni filosofiche, visive ed emozionali: nel 2021 Laura Pugno e nel 2022 Emilio Vavarella. Con questo terzo capitolo la Fondazione Zegna ribadisce la volontà di aprirsi ulteriormente alle ricerche contemporanee dando spazio a talenti emergenti intenzionati a realizzare nuovi progetti concepiti ad hoc.

Roberto Coda Zabetta

Vive e lavora tra Milano e Loretello, Marche. Le sue opere sono state esposte in gallerie e musei nazionali e internazionali come: Museo d’ Arte Contemporanea Villa Croce, Genova (2016); Fondazione Mudima, Milano (2015); Palazzo Barbarigo Minotto, Venezia (2015); The Shit Museum, Piacenza (2015); MAC-Museo d’Arte Contemporanea, Brasile (2012); Museo di Palazzo Reale, Milano (2010); Museo della Certosa, Capri (2011); Indonesian National Gallery, Jakarta (2009); The David Roberts Foundation, London (2008). Ha collaborato su progetti esterni per il Museo Madre di Napoli, Il Teatro India di Roma, il MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma e la Triennale di Milano. L’artista è stato selezionato per vari premi, fra cui quelli promossi da Cittadellarte Fondazione Michelangelo Pistoletto, Biella; Dena Foundation, Parigi; BP Portrait Award National Portrait Gallery, Londra; XIV Quadriennale, Roma; P.S.I. Italian Bureau, New York; American Academy, Roma. Da cinque anni l’artista realizza grandi progetti di arte pubblica denominati CANTIERI, che coinvolgono pittura, architettura, ambiente naturale e paesaggio; gli ultimi due sono stati realizzati a Portivy in Bretagna e a Milano. L’artista è rappresentato da Annet Gelink Gallery, Amsterdam, e KW | Kuenzler Weder, Zurigo.

Domiziana Montello

Nota della redazione: Con l’occasione la redazione riporta l’intervista ad Anna Zegna, Presidente della Fondazione Zegna tenutasi a febbraio 2022

Anna Zegna per la Fondazione Zegna «La responsabilità di un’azienda va oltre ogni suo ritorno d’immagine, ed è economica, sociale, ambientale, ed estesa a livello globale»

Il progetto Zegna Forest

Su Fortune del settembre 1999, Erin Kelly si chiedeva Could Signore Zegna be the next Signore Bezos? A vent’anni di distanza viene da chiedersi: Could Mr Bezos be the next Mr Zegna? Negli ultimi anni la temperatura dell’area dell’Oasi Zegna è aumentata di due gradi. Il terreno si è inacidito e le conifere si sono indebolite a causa del diffondersi di un parassita. Lo scorso febbraio è partito il progetto Zegna Forest, un programma pluriennale per l’abbattimento selettivo degli alberi e la piantumazione di specie più adatte alle attuali condizioni climatiche. La prima fase di intervento è iniziata su un’area di 16 ettari che presentava criticità. «Dove ora ci sono pinete non ripianteremo solo pini, in certi versanti a nord potrà esserci una maggiore densità di faggi, sul versante sud invece abbiamo visto che, togliendo i pini ammalorati, c’è già una vegetazione che sta crescendo spontanea, ripulendo il bosco. Dove la scarpata non è ripida e il bosco si è rigenerato da solo, pianteremo meno alberi». La conoscenza del bosco e di come va curato sembra quella di un forestale, ma a parlare è Anna Zegna, presidente della Fondazione dell’omonima azienda, nipote del fondatore Ermenegildo. 

Lampoon intervista Anna Zegna 

«Gli investimenti richiesti per rigenerare l’area hanno richiesto la pianificazione di un progetto di intervento su dieci anni – che possono ridursi a sei, se nel frattempo altri partner vorranno contribuire». Anche singoli individui possono partecipare con un’offerta libera. La cifra necessaria per far crescere un albero, comprensiva di costo delle operazioni di pulizia e di preparazione del terreno, la piantumazione e la cura, è di 110 euro. L’Oasi, che si stende per circa cento chilometri quadrati, è un bosco nato per volontà di Ermenegildo Zegna, che ripopolò questa montagna allora spoglia con mezzo milione di piante, tra conifere, rododendri e ortensie. Il bosco non costituisce un’appendice dell’attività imprenditoriale del fondatore dell’omonimo Lanificio, ma ne è parte costitutiva: la montagna nella concezione di Zegna doveva essere luogo di svago, educazione e cultura per i suoi dipendenti e per tutti gli abitanti di Trivero (Biella), sua città natale e luogo in cui, nel 1910, era nato il Lanificio che portava il suo cognome. 

La strada panoramica creata da Ermenegildo Zegna

Per collegare il Biellese Orientale alla Valle Cervo Ermenegildo Zegna, creò da zero ventisei chilometri di strada panoramica. Per documentare la costruzione della strada chiamò fotografi, cineoperatori e il pittore Ettore Pistoletto Olivero, che tra il 1952 e il 53 realizzò quattordici grandi tele sui lavori di costruzione e sulla lavorazione della lana nel medioevo. Non era l’arte a dover nobilitare il lavoro, il lavoro stesso era un’arte degna di essere rappresentata al pari delle vedute sulla pianura padana da una parte e, dall’altra parte, sul Monte Rosa. Ad accompagnare Ettore Pistoletto Olivero su Monte Rubello era il figlio Michelangelo: La mattina, da neopatentato – ha raccontato – accompagnavo mio padre con una Topolino verde e nera, e poi lo lasciavo tutto il giorno immortalare nei dipinti, realizzati a olio e a spatola, le fasi di costruzione della Panoramica Zegna

La Fondazione Zegna

Fondazione Zegna è partner del Fondo ambiente italiano. Il padre e lo zio di Anna Zegna furono tra i 200 del Fai, invitati da Giulia Maria Crespi, della quale erano amici. Con la creazione della Fondazione sono nati i primi progetti in comune: al giardino del Castello di Masino, a Villa Della Porta Bozzolo e nel 2013 a Punta Mesco. La riqualificazione e valorizzazione dei 40 ettari del Podere Case Lovara a Punta Mesco, Levanto (SP), nelle Cinque Terre, ha richiesto tre anni di lavoro e un importante investimento economico: eppure la Liguria è lontana da Trivero e il ritorno d’immagine per l’azienda sembrerebbe quasi nullo. «Come ci ha insegnato la pandemia, tutto è interconnesso. Nel momento in cui operi in un contesto cerchi di portare la tua visione dovunque ne hai opportunità. Per otto anni siamo stati accanto al WWF per creare il Corridoio del panda in Cina, nelle montagne del Qinling. Noi non avremo mai un negozio Zegna nel Qinling: chi se ne importa. L’ecosistema del panda invece è legato all’area da cui sgorgano i due principali fiumi cinesi: il fiume giallo e Yangtze, che sono due polmoni per la Cina e il mondo. La responsabilità di un’azienda va oltre ogni suo ritorno d’immagine, ed è economica, sociale, ambientale, ed estesa a livello globale»

Albergo Bucaneve, Bielmonte

Nel punto più alto della Strada, Zegna progettò e fece costruire località Bielmonte: l’albergo Bucaneve firmato dall’architetto Ernesto Giuliano Armani, strutture di accoglienza, un comprensorio sciistico, la colonia alpina progettata da Otto Maraini, oggi sede dei summer camp per i figli dei dipendenti. L’Oasi Zegna ospita anche tre antichi santuari, un’area archeologica e due alpeggi dove d’estate si possono incontrare gli alpigiani e assaggiare i formaggi prodotti dal latte dei loro animali. Sotto il quarto tornante della Panoramica, si incunea la Conca dei Rododendri, progettata dall’architetto Pietro Porcinai, ampliata di recente da Paolo Pejrone e guadagnatasi il titolo di fioritura più bella d’Italia. Le persone che operano nell’Oasi, tra diretto, indiretto e indotto, sono circa 460, il numero di addetti di una media azienda tessile del biellese. Il lanificio Zegna di Trivero ne ha 700. «Questo dà un’idea delle ricadute economiche e sociali che possono nascere da una buona gestione dei territori marginali. Trivero è marginale: non si passa da qui per caso, per andare altrove, fermandosi magari per qualche ora: qui bisogna venirci apposta», sottolinea Anna Zegna.

Trivero – l’azienda Zegna 

Fin dal 1254, negli statuti del comune di Biella, si nominava il Collegio dei Lanaioli, con norme sulla tessitura e tintura della lana. Nel 1820 i telai meccanici nell’area erano numerosi: la vocazione di questa zona alla lavorazione della lana era determinata, tra le altre cose, dall’acqua povera di durezza e concentrazione di sali minerali, la quale pertanto poteva essere sfruttata al suo stato naturale, senza il bisogno di correggerla con sostanze neutralizzanti. Anche il padre di Ermenegildo, Angelo Zegna, ex orologiaio, nel 1900 a più di quarant’anni, aprì un’azienda tessile con una quindicina di telai nella vicina Flecchia. Quattro anni dopo la fabbrica fu distrutta da un incendio e Angelo trasferì l’attività prima a Coggiola poi nel suo paese natale: Trivero. Ermenegildo a sei anni fu affidato al parroco per l’istruzione primaria e non solo. Lo seguiva quando andava a benedire le case prima di Natale e in altre circostanze liete o tristi che i riti imponessero, compresa l’assistenza ai morenti, scriveva lo scrittore luinese Piero Chiara nel testo biografico dedicatogli nel volume Oltre l’orizzonte. Si era trovato ancora infante nell’occasione di assistere al trapasso di molti suoi coetanei… Fin da quei suoi primi anni deve aver capito che la vita è un paziente travaglio, dura milizia senz’altra salvezza che il fare, l’operare con umiltà e con forza per lasciare un segno, un esempio, una speranza di vittoria purtroppo non sulla morte, ma almeno sulla necessità, sull’indigenza, sulla minaccia continua della miseria.

Tra i soci fondatori della società Zegna & Giardino Vitri, nucleo dell’attuale Lanificio, l’11 maggio 1910 figurano Ermenegildo, ancora minorenne, con i fratelli Edoardo e Mario, il padre Michelangelo ‘Angelo’ Zegna e Costanzo Giardino Vitri, piccolo imprenditore laniero della zona che uscì dal sodalizio pochi anni dopo. Quando Angelo morì ed Ermenegildo si trovò alla guida dell’azienda, aveva in mente due obiettivi: competere con la lana inglese, allora insuperabile, e vivere attivamente nel suo tempo e nel suo territorio. Allora il primo obiettivo sembrava il più ambizioso e irraggiungibile, ma ad aver reso e continuare a rendere l’azienda un unicum è stato il secondo. 

Ermenegildo Zegna: la vita e il lavoro

Zegna puntò alla lavorazione dei tessuti di qualità, fece diversi viaggi in Inghilterra per conoscere tecniche e modalità di produzione e importò macchine inglesi per la filatura. Fu uno dei pochi in Italia ad adottare i metodi di fumaggio detti London Shrunk e il primo a pensare di stampare il proprio marchio sul retro di tutti i tessuti per renderli riconoscibili ed evitare contraffazioni. La domenica Zegna andava all’uscita di stadi, ippodromi e teatri per vedere come si vestiva la gente e orientare la propria produzione di conseguenza. Nel 1930, a 43 anni, fu nominato Cavaliere del Lavoro. Prima della seconda guerra mondiale il lanificio impiegava mille operai ed esportava in quaranta paesi.

Per trovare contatti negli Stati Uniti, Zegna nel 1938 partì per New York: poiché sul suolo americano al tempo era nota la tradizione sartoriale napoletana, decise di incontrare i commercianti partenopei che lo aiutassero a esportare oltreoceano i suoi prodotti. Nel museo di Casa Zegna – appena rinnovato, che ripercorre la storia dell’azienda attraverso fotografie e filmati d’epoca, oggetti, riviste – si può leggere il menù offerto da Zegna in quell’occasione: Antipasto alla Calabrese, Ravioli alla Napoletana, Pollo Abruzzese al forno, Patatine novelle e asparagi della Basilicata. Tutti piatti del sud Italia. 

Il Lanificio Zegna 

Vivere nel proprio tempo e territorio. Uno degli edifici centrali di Trivero, oltre al Lanificio, è una costruzione razionalista ristrutturata l’anno scorso, voluta e finanziata da Zegna e inaugurata nel 1940: era il Centro sociale e ricreativo. Al suo interno il Centro ospitava la Clinica della Maternità e dell’Infanzia, l’ospedale, una scuola professionale, il cinema-teatro, il dopolavoro; una piscina coperta – con vasca piastrellata a mosaico e tre opere del pittore Mario Carletti raffiguranti bagnanti e atleti, tutt’oggi esistente –; e il primo negozio di vendita al dettaglio di tessuti Zegna, rimasto attivo e con l’arredamento originale. Il paese di Trivero e i suoi abitanti in pochi anni mutarono aspetto dentro e fuori, fisicamente e moralmente, tanto fu la forza del suo moto di rinnovamento, scriveva Piero Chiara, per cui lavorare da Zegna era un titolo di merito, una distinzione sociale. Quando nasceva il bambino di un dipendente gli veniva aperto un conto in banca: oggi a ogni nuova nascita si pianta un albero.

Dopo la morte di Ermenegildo nel 1966, l’azienda passò ai figli, che nel 1968 introdussero la produzione prêt-àporter realizzata in una nuova fabbrica a Novara. Negli anni Settanta nacque una linea sportiva in seta (oggi si utilizza il techmerino) e nel 1972 l’offerta su misura. Nel 1980 aprì il primo negozio a Parigi, nell’85 a Milano. La guida oggi è passata ai nipoti, con i quali l’azienda è stata la prima realtà del lusso a inaugurare uno store monomarca in Cina, nel 1991. Oggi ci sono 504 negozi monomarca, di cui 272 di proprietà, in oltre 100 paesi, con un fatturato consolidato nel 2017 di 1,183 miliardi di euro.

Casa Zegna

A fianco del lanificio c’è Casa Zegna, edificio degli anni Trenta che da casa della famiglia è diventata sede di una mostra dedicata alla storia dell’azienda; di una mostra dedicata alle materie prime e ai processi di lavorazione, e dell’archivio, aperto al pubblico ogni anno in occasione degli Settimana della Cultura d’Impresa. L’archivio storico contiene tutti i campionari dal 1910 a oggi e alcuni campionari di tessuti acquisiti nel tempo: tra questi ci sono anche preziosi tessuti ottocenteschi francesi e gli archivi della ditta svizzero-tedesca Heberlein, specializzata nella stampa di tessuti. In totale 30mila campioni di tessuto, 10mila tavole architettoniche, 1800 libri, 100mila fototipi, 3mila oggetti pubblicitari. Il materiale dell’archivio è ancora utilizzato come ispirazione dai disegnatori dell’ufficio stile Zegna: in occasione del centenario del marchio, nel 2001, è stato realizzato un tessuto ispirato al primo campione dell’archivio, risalente al 1910, ma tre volte meno pesante. È stato calcolato che un uomo vestito di tutto punto all’inizio del secolo scorso indossava circa cinque chili di tessuti, oggi poco più di uno.

Anna Zegna

Lana merino, il cashmere, la vicuña e il kid mohair. Il clima condiziona la qualità di vita dell’animale e quindi le fibre naturali. Per questo motivo il cashmere migliore è quella delle pecore che pascolano in Mongolia, mentre la lana merino viene dall’Australia. Tra le materie prime di più pregio la vicuña, dall’omonimo animale: un camelide che vive sulle Ande un tempo in via d’estinzione e oggi fuori pericolo proprio grazie a un progetto che ha unito le aziende del tessile Zegna e Loro Piana per aiutare le popolazioni peruviane che li allevavano. Questo animale ha una resa di massimo 150 grammi di vicuña ogni 2 o 3 anni, mentre da una pecora si possono ottenere circa cinque chili di lana all’anno. L’azienda ha anche introdotto alcuni tessuti realizzati con lana locale, meno fine di quella australiana ma a chilometro zero. Nel 1961 è stato raggiunto un livello di finezza della lana prima impensato con il tessuto 120mila, un pettinato di estrema leggerezza, così chiamato perché un chilo di filato ha una lunghezza di 120mila metri: con il filo di una singola rocca di lana è possibile andare da Trivero a Milano. 

«Mio padre mi ha sempre detto: tante cose non si dicono, si fanno giorno per giorno», spiega Anna Zegna. «La responsabilità non può essere un peso, ma è un modo di prendersi carico di qualcosa di cui sei portavoce e che ami. Gli inglesi dicono walk the talk. Il senso etico, i valori, devono diventare esempio». Non c’è mai stata distinzione tra azienda, famiglia, impegno sociale e ambientale: «Dovendo cercare una parola, mio nonno era un mecenate. Andare a camminare in montagna con mio padre il finesettimana significava far sempre attenzione alle cose che si potevano migliorare. Io stessa oggi se vado a sciare a Bielmonte e se vedo una pista che potrebbe esser migliorata, per me è normale andare da chi la gestisce e suggerire delle modifiche. Più che un lavoro, tutto fa parte di un progetto che costantemente si rinnova».

Nicola Baroni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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