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San Babila, il Palazzo del Toro e il Rubanuvole
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Milano e il Rubanuvole: la storia della Torre Grattacielo di San Babila

La storia del Rubanuvole e di Alessandro Rimini – per poi arrivare agli anni Sessanta di BBPR e la sintesi di Piazza Meda: la torre grattacielo di San Babila, il centro di Milano, i maestri architetti

Il Rubanuvole, la Torre di San Babila – Alessandro Rimini fu portato a San Vittore. La dignità di Milano

Il Rubanuvole è il nome del grattacielo di Piazza San Babila – la Torre Snia Viscosa, che sorge nel punto di incontro tra Via Montenapoleone, Corso Matteotti e Via Bagutta. La costruzione della torre impiegò due anni, tra il 1935 e il 1937 – il nomignolo, Rubanuvole, fu inventato dai cronisti dell’epoca che lo intesero come il primo grattacielo di Milano. 

L’impronta fascista è evidente, ma il regime non era ancora degenerato. A firmare il progetto fu un architetto ebreo, Alessandro Rimini – il cui nome fu poi oscurato dalle leggi raziali del 1938. Fino alla liberazione, avrebbe continuato a lavorare chiedendo ad altri il favore di un prestanome. 

Nel 1944, Alessandro Rimini fu portato in prigione a San Vittore, lì fu picchiato e torturato. Fu caricato su un treno per Auschwitz. Riuscì a scappare e a nascondersi, a salvarsi. Oggi il centro di Milano è segnato dal suo tratto – dal Garage Traversi a Palazzo Donini, si potrebbe dire che la Piazza San Babila che oggi vediamo sia stata impostata da lui. Molti cinema di Corso Vittorio Emanuele furono progettati da Rimini, così come il bar delle Tre Gazzelle. Quanto altro in città – ma pochi se ne ricordano. Alessandro Rimini non scrisse niente sul suo lavoro – di proposito, non volle che ci fosse letteratura e rumore intorno a quanto lasciava. Riteneva che i suoi edifici avrebbero fatto un buon compito, per chi li avrebbe vissuti e abitati, e anche per la sua memoria. Per i primi si può dire che sì, il compito è stato rispettato – per la seconda, la sua memoria, meno. 

La storia, il coraggio e la sopravvivenza. Questa dignità, questa cultura del fare tanto e parlare poco, questa sobrietà e questa noncuranza della celebrità e del riconoscimento; la noia per la vanità e per l’autocompiacimento. Alessandro Rimini potrebbe essere indicato come uno tra i costruttori primari di quella che oggi dovrebbe essere l’identità di Milano. 

Quel è l’identità architettonica ed estetica di Milano?

Proviamoci, a definire Milano e la sua identità architettonica ed estetica: l’identità fu concepita dal Neoclassicismo del Piermarini e si produsse in edilizia residenziale, signorile e popolare, dell’Ottocento. Di quel Neoclassicismo di fine Settecento, poco più di un secolo dopo, l’epoca fascista avrebbe recuperato le matrici romane: mescolandoli all’elettricità dell’Art Decò e dando luogo a un’architettura monumentale: la Stazione Centrale. Con l’arrivo del razionalismo del dopo guerra e del boom economico, l’identità di Milano incontra un nuovo vigore, quello dei maestri degli Anni Cinquanta e Sessanta. 

Piazza Meda, un luogo che è esempio e sintesi

La Forma dell’Utile è il titolo della mostra alla Triennale nel 1951, allestita e curata dallo studio BBPR. La Torre Velasca fu costruita nel 1958, per la quale BBPR è ricordato. Dello stesso anno è l’edificio per uffici, ex Chase Manhattan Bank, in Piazza Meda – un progetto meno eclatante, della Torre, e per questo più esplicativo dell’identità milanese che sto provando a codificare.

L’ex banca di BBPR raccorda, tramite un colonnato in ferro e acciaio posto su una curva, via Hoepli con la libreria disegnata da Luigi Figni e Gino Pollini (1958) – all’abside della chiesa di San Fedele, la chiesa di Alessandro Manzoni (sui gradini per entrarvi, nel 1873 il Manzoni cadde a terra e nel declino dei suoi ultimi mesi). Nel centro della piazza, il sole, il disco grande di Pomodoro, tra alcune magnolie piantumate grazie a Moncler. Due palazzi degli anni Trenta si fronteggiano: la Banca Popolare di Giovanni Greppi e Palazzo Bolchini di Pier Giulio Magistretti – architetture che riprendono il neoclassicismo per evolverlo in Art Deco di linguaggio fascista: questi due palazzi danno uscita dalla piazza in Corso Matteotti: all’angolo Palazzo Crespi del Portaluppi: nello scorcio, la Torre San Babila del Rimini da cui cominciavamo. In sintesi, Piazza Meda è un luogo che riassume il tutto.

BBPR - Piazza Meda
BBPR – Piazza Meda
Piazza Meda, il Disco di Pomodoro, la Banca Popolare
Piazza Meda, il Disco di Pomodoro, la Banca Popolare

Altre architetture identitarie di Milano: Luigi Caccia Dominioni, Ignazio Gardella, Jan Andrea Battistoni, Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti

Citiamo alcune architetture di Milano che sanno dare esempi di questo intellettualismo estetico: il civico 18 di Piazza Sant’Ambrogio, che Luigi Caccia Dominioni ricostruì dopo i bombardamenti nel 1947 sulle fondamenta di Alberico Barbiano Belgiojoso: si comprendono le linee laterali in pietra, la facciata in cemento rosso, l’alternanza della gallerie, e la sottigliezze delle finestre del secondo e terzo piano, fino al balcone dell’attico: sembrano note sul pentagramma di un professore al Conservatorio Verdi, mentre stiamo ancora uscendo dal Politecnico.

Casa Tognella, la casa al Parco Sempione che Ignazio Gardella finì di costruire nel 1954: il rigore di un disegno che sembra ancora sul foglio, invece che tridimensionale – o il civico 1 di piazza Montebello, dove viveva Carla Fracci al primo piano: un disegno di Jan Andrea Battistoni del 1968. Di nuovo con BBPR in via Cavalieri del Santo Sepolcro, un cantiere che restò attivo per tutto l’arco degli anni Sessanta, lasciando restaurata la facciata e portando ad avanguardia il retro-residenziale: le finestre e i balconi sono avvolti da rami di alberi e rampicanti. 

Vale qui il raffronto con la torre di Via Quadronno, disegnata da Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti nel 1962. Entrambe queste case sono avvolte di piante, foglie cascanti. Entrambi sono lavori che possono aver legittimato il Bosco Verticale di Stefano Boeri, la cui innovazione – che è prioritaria rispetto alla sua architettura – lo definisce un simbolo della Milano di oggi.

L’utopia di “Milano Città Giardino”

Da domani se non già da ieri, l’architettura di Milano deve prevedere alberi. L’identità, lo stile e il gusto intellettuale di questa città, si evolve nell’utopia di una “Milano città giardino”: per strada, sui tetti, sulle facciate. Torniamo in Piazza San Babila, il centro che pulsa e che ha appena subito l’offesa di una rigenerazione per cui purtroppo intanto abbiamo gridato vergogna, una distesa di pietra, calore e stordimento che resta incomprensibile. 

Quando camminate per la piazza, non rimane che portare gli occhi al cielo: così facendo noterete le insegne ancora presenti oltre al cornicione del Palazzo Donini del nostro Rimini – ma sembra ci sia la conferma presto saranno tolte per sempre. Da una parte il Rubanuvole è coperto da impalcature e pubblicità – una pubblicità talmente cara per chi ne ha comprato lo spazio, che tali soldi speriamo non vadano solo nelle tasche private del concessionario intermediario e della proprietà della torre, ma anche a Comune con oneri di urbanizzazione da meglio investire. 

Sempre gli occhi verso l’alto, dal lato opposto del Rubanuvole, c’è l’attico che un tempo apparteneva a Maurizio Gucci. Si dice sia una delle case più belle al mondo, non solo di Milano – per via del giardino pensile che ancora persiste dopo anni di semi abbandono. Si riconoscono ulivi, lecci, e altri fusti in piena altezza. L’identità di Milano è proiettata al futuro correndo lungo i rami di una quercia, ruvidi, puliti, sinceri e intellettuali – eppure, sono ancora così tanti quelli persi in un ghirigoro damascato.

Torre Velasca dopo il restauro, BBPR (1957) dettaglio
Torre Velasca dopo il restauro, BBPR (1957) dettaglio
BBPR - via dei Chiostri
BBPR – via dei Chiostri
Palazzo Crespi, corso Matteotti 1, Piero Portaluppi (1932)
Palazzo Crespi, corso Matteotti 1, Piero Portaluppi (1932)
Piazza MIrabello, Milano
Piazza MIrabello, Milano

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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