Foto della mostra Robert Capa - Nella Storia, MUDEC, Milano, ph Carlotta Coppo
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Oggi più di ieri, c’è bisogno della fotografia per raccontare la guerra

Robert Capa – Nella storia al MUDEC di Milano riflette sul ruolo del fotoreporter nel racconto dei conflitti, dalla guerra civile in Spagna fino all’URSS: un incontro con la curatrice Sara Rizzo

Susan Sontag: La guerra e la fotografia sembrano inseparabili

Così scriveva la teorica della fotografia Susan Sontag nel saggio Sulla fotografia del 1973: «Una società che rende normativo il non aspirare mai a fare esperienza della privazione, del fallimento, della miseria, della sofferenza, della malattia grave, e dove persino la morte è considerata non un fatto naturale e inevitabile, ma una catastrofe crudele e immeritata, provoca un’enorme curiosità per questi eventi, curiosità in parte soddisfatta dalla fotografia». 

Quanto sappiamo delle cinquantanove guerre in corso, e dei conflitti regionali e locali che interessano interi continenti?

Oggi nel mondo ci sono cinquantanove guerre in corso, senza contare i conflitti regionali e locali che sconvolgono interi continenti causando profughi, emergenze sanitarie e carestie. Di tutto questo, noi, quanto sappiamo? Quante immagini ce lo mostrano? Sebbene non manchino, anche oggi, buoni inviati e reporter, la guerra attrae quando scoppia ma poi cade velocemente in disgrazia e in pochi continuano a insistere per vedere e raccontare. La guerra, per un vero reporter è forse la più grande sfida, perché come un combattente o vinci o perdi, o vivi o muori. 

Endre Ernö Friedmann, ebreo ungherese naturalizzato americano, noto come Robert Capa

Endre Ernö Friedmann (1913-1954), ebreo ungherese naturalizzato americano, noto al mondo come Robert Capa, ha 41 anni quando una mina antiuomo nell’Indocina francese mette fine alla sua vita facendolo saltare in aria assieme alla sua macchina fotografica. Il destino consacra così il suo ruolo di testimone della storia e diventando, nel modo più tragico, parte di essa.  

Robert Capa: prima che artista un fotoreporter, le sue foto destinate ai giornali e all’informazione

La mostra Robert Capa. Nella storia ospitata al MUDEC di Milano, nasce dal desiderio di ridare alle fotografie di Capa il significato per le quali sono state scattate e far riflettere – in un momento di profonda crisi dell’editoria – sull’importanza del reportage, sul ruolo del giornalista che racconta il mondo andando là dove gli avvenimenti accadono. «Noi oggi vediamo le fotografie di Robert Capa come se lui fosse un fotografo-artistaintroduce la curatrice della mostra Sara Rizzo – Non è che lui non lo sia, anzi è un vero maestro, però quando fotografava realizzava delle immagini destinate innanzitutto ai giornali, a informare. Noi abbiamo cercato di riportare questo doppio binario all’attenzione del pubblico». 

La mostra al MUDEC: la storia che si ripete, il reportage del 1947 scattato in Unione Sovietica mentre Robert Capa accompagna lo scrittore John Steinbeck

Per la mostra, Rizzo ha selezionato circa ottanta immagini, poi divise in sette sezioni, che seguono cronologicamente il percorso di Capa, dalla Guerra Civile spagnola alla Cina, attraverso la Seconda Guerra Mondiale e poi in URSS, in Israele e per finire in Indocina. Sono tutte fotografie in bianco e nero, stampate in grande formato. «Abbiamo voluto rimarcare come certi eventi del passato continuino a ripetersi. per farlo ci siamo affidati in particolare agli scatti della sezione sull’Unione Sovietica. Un reportage del 1947 che Capa realizza mentre accompagna lo scrittore John Steinbeck, il cui lavoro era considerato conforme allo stile del realismo socialista».

Sara Rizzo, curatrice della mostra Robert Capa. Nella storia: rileggere le fotografie del passato attraverso gli eventi di oggi

«Non è certo il suo reportage più famoso – riconosce Rizzo – Lui stesso lamenta infatti di essere circondato da centoventi milioni di russi, tutti troppo retti e le sue macchine, abituate a guerre e tragedie, soffrono. Ma noi rileggiamo queste fotografie attraverso gli eventi di oggi e questo dimostra come la contemporaneità continui a modificare il significato del passato». Il titolo Nella Storia mette l’accento sulla scelta di limitare la selezione a fotografie di reportage, che presentano Capa quale testimone diretto di alcuni degli avvenimenti più significativi del secolo scorso. Si posso ammirare non solo la famosa Morte di un miliziano lealista (Cordova, 5 settembre 1936), ma anche immagini meno note, come un foglio di provini che mostra il teatrale gesticolare di Lev Trockij durante una conferenza (Copenhagen, 27 novembre 1932), tanti ritratti di bambini e scene di vita quotidiana nei periodi bellici, insieme ad alcuni materiali d’archivio che inquadrano la destinazione delle fotografie. 

Marina Pugliese, direttrice del MUDEC: la mostra ci ricorda che gli istinti primari di sopraffazione continuano a prevalere 

La neo-direttrice del MUDEC Marina Pugliese introduce il catalogo con poche parole incisive, sottolineando che l’esposizione si colloca in un momento storico complesso, in cui la guerra è «prepotentemente rientrata nel nostro immaginario quotidiano». «La mostra ci ricorda in modo inequivocabile che gli istinti primari di sopraffazione della scimmia nuda, continuano a prevalere sulla sua capacità di negoziazione» conclude. La galleria di fotografie di guerre, immigrati e macerie mostra senza filtri che il passo da vittima a carnefice avviene troppo rapidamente e spesso senza soluzione di continuità. Lo vediamo nello scatto intitolato Una donna francese che aveva avuto un figlio da un soldato tedesco viene fatta sfilare per le strade dopo esser stata punita con la rasatura del capo, Chartres, Francia, 18 agosto 1944.

Trent’anni dopo Sulla fotografia, Susan Sontag e l’urgenza del reportage di guerra: Davanti il dolore degli altri, 2003

Di Susan Sontag vengono spesso citate le dichiarazioni degli anni Settanta contro una diffusione illimitata delle immagini delle atroci stragi in Vietnam. È meno frequente invece nelle considerazioni che fa trent’anni dopo, quando valuta necessario e urgente non ritrarsi davanti alle fotografie delle tragedie del mondo, che portano con sé consapevolezza e valori etici e politici (Davanti il dolore degli altri, 2003). Nel mondo in cui viviamo, il potere che hanno le immagini nel modellare l’opinione pubblica è indubbio e potenzialmente rischioso, a causa di una rapidità che non permette verifiche. Il linguaggio fotografico è sempre stato piuttosto ambiguo: nasce dalla fede in una rappresentazione trasparente e scientifica della realtà, eppure la interpreta attraverso inquadratura e taglio, quando non arriva volutamente a falsificarla: è un’autentica bugia, come la definisce il giornalista e critico Michele Smargiassi nel suo libro titolato Un’autentica bugia. la fotografia, il vero, il falso (Contrasto, 2009).

Robert Capa: «Come fotografo di guerra, spero di restare disoccupato fino alla fine della mia vita»

Anche le fotografie di Capa hanno sollevato diverse diatribe negli anni, come quella relativa alla fotografia del miliziano morente – forse ri-messa in scena, forse scattata da Gerda Taro – ma hanno avuto il merito di stimolare domande sulla potenza dell’immagine come arma. Capa dimostra una piena fiducia nella verità delle proprie immagini, e la loro possibilità nella lotta ai totalitarismi che dilagano nel mondo in cui si muove. È anche vero che l’aderenza ai fatti reali non contraddice il loro potere propagandistico. Per Capa far vedere alle persone di tutto il mondo cosa succede sui campi di battaglia è sufficiente per trasmettere il messaggio con cui Sara Rizzo fa concludere la mostra: Come fotografo di guerra, spero di restare disoccupato fino alla fine della mia vita. Alla luce di questi spunti di riflessione, l’approccio alle fotografie di Capa si modifica. Così come per tante altre immagini recenti che costruiscono la narrazione degli eventi internazionali, diventa necessaria una fruizione che fa domande, invece che cercare risposte. C’è una certa incongruenza di fondo nel vederle stampate in grande formato, belle, appese ai muri di un museo, quando invece vennero scattate per essere pubblicate su riviste e giornali, che prevedono un rapporto con l’osservatore molto differente, anche attraverso la compresenza di un testo. Se ne ribadisce la necessità, l’invito a comprendere il contesto di produzione e pubblicazione, le richieste della commissione, le relazioni personali del fotografo con l’oggetto del reportage, interrogandosi sul loro ruolo di documenti della Storia. Rimetterle, insomma, in dialogo con le altre fonti, apprezzandone la voce sincera, ma non per questo assoluta. 

Le fotografie di Capa e il loro contesto: dal bianco e nero del conflitto in URSS alla pellicola a colori per gli scatti al jet set

Con questo intento, insieme alle foto di Capa, in mostra sono esposte anche le riviste originali in cui fu pubblicato, per esempio, il servizio sull’URSS. Si scoprono così anche delle immagini a colori: Capa sperimenta infatti le pellicole a colori dal 1938, sebbene siano più note le sue immagini in bianco e nero. Le fotografie a colori sono quelle più glamour, destinate alle riviste patinate, che ritraggono i backstage delle produzioni cinematografiche quanto la vita del jet set internazionale. Sempre per avvicinare il visitatore al contesto di produzione delle immagini esposte, la mostra è introdotta da una parete che illustra il volume, il peso e l’ingombro delle macchine fotografiche e cineprese utilizzate da Capa, così che ci si possa immaginare i gesti quotidiani del fotoreporter.

La fotografia di Capa, la Rolleiflex e il legame con i giornali e Kiev ritratta come città in rovina

«Dobbiamo liberarci dall’idea che lavorasse seguendo soltanto l’estro del momento. In realtà noi sappiamo che i giornali, ad esempio, gli chiedevano spesso di scattare con la Rolleiflex, perché per loro il formato quadrato era più comodo: poteva essere tagliato per ottenere un’immagine sia verticale sia orizzontale. È una poetica che include una solida professionalità», spiega Rizzo. E parlando delle foto esposte che più ci rimandano al presente conclude: «Ho scelto le fotografie di Kiev perché volevo spingere a riflettere: si vede la città in rovina, distrutta dai tedeschi, con il Monastero delle grotte in macerie, che oggi è patrimonio dell’Unesco.» Sono trascorsi 76 anni dal viaggio di Capa al di là della cortina di ferro, sembra un’eternità. Eppure quelle fotografie ci mostrano, e dimostrano, che niente è cambiato, che non noi non siamo cambiati e che in fondo, in questa guerra eterna, non è passato nemmeno un giorno.

Sara Rizzo 

Storica dell’arte, archivista e fotografa, specializzazione che acquisisce grazie ad un master allo IED di Venezia. Ha lavorato nell’editoria fotografica e artistica e curato diverse mostre. È conservatrice per il Museo delle Culture di Milano dal 2021: ne coordina le mostre e le iniziative inerenti all’ambito dell’arte contemporanea.

La mostra Robert Capa. Nella storia a cura di Sara Rizzo, prodotta dal gruppo 24 Ore Cultura in collaborazione con la storica agenzia Magnum Photos, è visitabile al MUDEC – Museo delle Culture di Milano fino al 19 marzo 2023.

Irene Caravita

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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