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American Girl in Italy di Ruth Orkin, Firenze, 1951 Ruth Orkin Photo Archive
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Donne che camminano per la città: un atto di emancipazione secondo Lauren Elkin

«Il flâneur percorre la città sentendosi come se gli appartenesse, la flâneuse cammina per la città sapendo di dover lottare per ogni centimetro di terreno». Intervista a Lauren Elkin, autrice di Flâneuse

Lauren Elkin, intervista all’autrice di Flâneuse per i tipi di Einaudi 

«Dove ho incontrato per la prima volta flâneur – si chiede Lauren Elkin nelle prime pagine del libro – questa parola francese con la sua a con l’accento circonflesso e l’eur finale che si arriccia?». Non crede di averla letta in un libro, ma di aver cominciato a flâner prima di sapere cosa fosse un flâneur: una persona che vaga senza meta, che capisce la città come pochi altri dei suoi abitanti perché «l’ha memorizzata con i piedi». Il flâneur ad ogni angolo, ogni vicolo e scalinata sprofonda in una rêverie: che cosa è successo qui? Chi ci è passato? Che significato ha questo luogo? «In sintonia con gli accordi che vibrano attraverso la città, il flâneur sa senza conoscere». 

L’oscuramento del ruolo e dell’impatto delle donne nella società affligge ogni epoca e latitudine geografica. Daniela Brogi ha definito questo oscuramento recinto di minorità (ne Lo spazio delle donne, Einaudi, 2022): uno spazio ristretto, di confinamento delle donne, che le allontana da sfere dell’istruzione, da contesti della vita sociale, da ruoli apicali nel lavoro retribuito e, forse l’ambito più evidente, dalla politica. 

Flâneuse. Donne che camminano per la città a Parigi, New York, Tokyo, Venezia e Londra

La scrittrice Lauren Elkin, nel suo Flâneuse. Donne che camminano per la città a Parigi, New York, Tokyo, Venezia e Londra (Einaudi, 2022) attraversa questo recinto di confinamento della donna e lo trafigge con un gesto elementare e sovversivo: camminare. Camminando in uno spazio urbano si può entrare in contatto con le strade, i luoghi, le storie di una città seguendo l’andare del proprio corpo e del proprio respiro. Nello stesso tempo, si può ridefinire il modo di abitare che abbiamo di quello stesso spazio. 

Vagando per le strade di Parigi, prosegue Elkin, «un giorno, per caso, capii che tutto quel girovagare, quelle sensazioni intense, mi stimolavano di continuo ad annotare quello che vedevo e provavo e che tutto questo, che io facevo in maniera istintiva, altri lo avevano fatto in misura tale che era stata coniata una parola per dirlo: ero una flâneur. Da studentessa di francese convertii il nome al femminile – una flâneuse». 

Significato di Flâneur, flâneuse

La figura del flâneur nasce con Edgar Allan Poe, Charles Baudelaire e gli scrittori del Diciannovesimo secolo, che definirono un modo di vivere la città moderna: muoversi per strade, piazze, gallerie commerciali e allo stesso tempo osservare con distacco i cambiamenti imposti dalla modernità nell’architettura cittadina e – di riflesso – nel nuovo modo di vivere dei cittadini e delle cittadine. 

L’essere flâneur era un aristocratico, benestante e maschile passeggiare per le strade usufruendo – e sfoggiando – la ricchezza e il tempo libero a disposizione. All’inizio del Ventesimo secolo, però, il flâner divenne un’attività meno elitaria: sempre più uomini borghesi – filosofi, giornalisti scrittori, abbracciarono il flâner come esperienza per trarre ispirazione dalle strade della città per saggi, romanzi, racconti, articoli e reportage, con cui il flâneur indagava e codificava l’esperienza della città moderna. Per il filosofo Walter Benjamin, il flâneur era un prodotto dalla vita moderna e, allo stesso tempo, il suo più acuto osservatore: Le strade sono la dimora della collettività, scriverà nei Passages di Parigi

In cosa è differente il girovagare del flâneur da quello della flâneuse?

«Il flâneur – risponde Elkin – percorre la città sentendosi come se gli appartenesse e lui le appartenesse; la flâneuse cammina per la città sapendo di dover lottare per ogni centimetro di terreno che copre. Il flâneur è stato cose diverse per persone diverse: a volte era uomo in cerca di svago, a volte un poeta; a volte un uomo disperato, a volte un truffatore. Ho deciso di non prendere come base un modo maschile di interagire con la città, e di provare a partire da zero, guardando alle esperienze delle donne della città a partire dalla fine del Diciannovesimo – inizio del Ventesimo secolo, quando, almeno in Europa e in America, le donne hanno iniziato a godere di una maggiore libertà di andare e venire in modo indipendente».  

Con lo svilupparsi delle nuove città industriali, all’inizio del Novecento, le donne iniziarono a manifestare la loro aspirazione al potere urbano, capendo che si doveva basare, in parte, sulla possibilità di esprimerlo visibilmente, in forma fisica. Con il cambiare delle forme delle capitali europee e americane, un numero crescente di donne perseguono l’istruzione superiore e carriere professionali un tempo per loro proibite, rivoluzionando i ruoli convenzionali di genere e familiari. Gli spazi domestici non definiscono più l’unica orbita della loro vita. Elkin coltivava l’idea di scrivere di donne e spazio pubblico da quando era studentessa: «Volevo scrivere del vivere le città come luoghi di indipendenza e auto-espansione»

Vasti frau von Berlin wissen muss – la prima guida della città scritta da una donna, Eliza Ichenhäuser

Nel 1913, a testimonianza di questa rivoluzione del ruolo femminile, si diffonda nelle librerie di Berlino Vasti frau von Berlin wissen muss (Quello che una donna deve sapere di Berlino), la prima guida della città scritta da una donna (Eliza Ichenhäuser) per le donne. Dopo secoli di manuali casalinghi che istruivano le donne sui loro doveri verso la famiglia, questo libro ha incoraggiato le donne a guardare fuori dalla finestra, cercando la propria identità nelle strade e nelle istituzioni cittadine, attraverso articoli di giornale, discorsi politici e altre forme di testimonianze di solito indirizzate a un pubblico prevalentemente maschile. 

Non solo a piedi. Virginia Woolf e Londra vista da un autobus a due piani

«La più grande flâneuse della letteratura del Novecento – scrive Elkin – è stata Virginia Woolf, che, come scriverà in Mrs. Dalloway (1925), «flirta con la strada» della sua Londra, città che la aiutò a diventare una scrittrice professionista: furono le sue camminate a darle materia di cui scrivere. Woolf però – racconta Elkin – non andava solo a piedi in giro per la città, una delle sue attività preferite era prendere l’autobus, salendo al piano superiore, per perdersi nelle «escursioni in città» osservando la vita intorno a sé, «un immenso blocco di materiale oscuro che dovevo trasformare nel suo equivalente linguistico».  

Agnès Varda e lo sguardo di Cléo su Parigi

C’è poi la regista Agnès Varda con la sua Cléo (protagonista del film Cléo dalle 5 alle 7, 1962) che, nel corso di una passeggiata pomeridiana per Parigi, impara a riconoscersi come soggetto e non solo come oggetto: gli sguardi che riceve all’inizio del film la sostengono, la fanno sentire attraente, desiderabile, ma lei trova un altro tipo di convalida interiore passando un pomeriggio a passeggio per la città, aspettando i risultati di una biopsia che le fanno temere il peggio. 

«Vedendo le cose familiari del suo quartiere con la nuova consapevolezza della morte e del declino della bellezza» scrive Elkin. Cléo rifiuta la versione artificiale di sé e raggiunge uno stato di pacata consapevolezza. La città non le permette di piangersi addosso, la costringe a guardare avanti. Il film sfida l’idea che una donna non possa camminare per strada come un uomo, in modo anonimo, osservando lo spettacolo: un’idea per cui sarebbe la donna a fare da spettacolo in sé. Guardare, non semplicemente apparire, segnala l’inizio della libertà di Cléo nella città. «Varda ha detto che il primo atto femminista è uno sguardo fisso e intenso, e dire: mi guardano, ma anch’io posso guardare».

Martha Gellhorn e la Madrid in guerra

C’è anche Martha Gellhorn, giornalista americana e famosa corrispondente di guerra degli anni ‘30 e ‘40, che impara a scrivere camminando da sola in mezzo alla guerra, a Madrid. Gellhorn contraddice l’immagine solitaria tradizionale del flâneur, definendo il flâner come orientato verso uno scopo, un modo di registrare e condividere ciò che vedeva: nel suo impegno per denunciare la sofferenza della guerra, Gellhorn trasformò il fare flâner in una testimonianza. Una scelta che le costò la relazione con il compagno di allora, Ernest Hemingway, che nel 1944 le mandò un telegramma sul fronte italiano: «Sei una corrispondente di guerra o una moglie nel mio letto?».   

«Flâneuse è colei che è consapevole del suo posto nella città, che naviga nel diritto di esserci, di occupare spazio, e osa camminare senza la paura di essere disturbata» commenta Elkin.  «Il mio libro nasce dalla convinzione che dobbiamo trasformare lo stato delle cose e che quel tipo di cambiamento avverrà solo interrogando le disuguaglianze strutturali che sono l’architettura del mondo in cui viviamo, e che sono spesso invisibili. Il mio libro, fin dalla prima pagina, si confronta con l’idea di visibilità e protesta». 

La città sradicata di Nausicaa Pezzoni

A seconda di come raccontiamo e definiamo una città, quindi, possiamo riuscire a preservare o trasformare lo stato delle cose, nel senso di riprodurre o smantellare, le disuguaglianze. Nausicaa Pezzoni, architetta e docente di Progettazione urbanistica al Politecnico di Milano, ha scritto un libro, La città sradicata: L’idea di città attraverso lo sguardo e il segno dell’altro, che mostra come i nuovi abitanti – migranti, abitanti transitori – vedono e rappresentano la città in cui approdano. Un progetto nato con la raccolta di mappe realizzate da cento migranti arrivati a Milano: le mappe di chi è arrivato e cercava nel capoluogo lombardo un luogo da abitare. Quali servizi, quali traiettorie, quali punti di riferimento scegliere? Non è un caso che anche Elkin, nel raccontare di un suo temporaneo trasferimento a Tokyo, inserisca nel libro l’immagine di una sua mappa, disegnata per prendere parte e sentirsi parte della vita della città. 

Il progetto di Pezzoni è stato replicato in altre città italiane, come Bologna e Napoli. Il caso di Napoli ha una peculiarità: non sono stati coinvolti migranti appena arrivati in città, ma donne da tempo residenti che però, per cultura di origine, vivevano prevalentemente la dimensione della casa. L’obiettivo dichiarato di questa tappa del progetto, inserito all’interno di un percorso di cittadinanza attiva della cooperativa Dedalus di Napoli, è stato quello di allargare le geografie di quelle donne, aiutandole a riconoscere altri luoghi a partire da quelli già conosciuti e dai percorsi più noti. 

La Napoli delle donne migranti

«Allargare la loro geografia della città – commenta Nausicaa Pezzoni a Lampoon.itsignifica allargare la loro libertà: di conoscenza, di relazione. La mappa è stato uno strumento per prendere parte alla vita della città e per rendersi conto di esserne parte, attraverso il riconoscimento dei luoghi che venivano man mano rappresentati. La reazione delle donne coinvolte è stata inizialmente titubante, ma poi sono state investite da una grande passione nel rappresentare la città: è stato quando hanno capito che avevano qualcosa da disegnare». 

C’è stata poi una seconda fase del progetto in cui, una volta raccolte, le mappe sono state raccontate dalle loro autrici: l’inizio della creazione di una comunità, in cui l’esperienza personale è diventata esperienza collettiva. Alla domanda se intenda portare il progetto di mappatura in altre città, Pezzoni risponde che il progetto adesso ha respiro europeo, che si chiama I migranti mappano l’Europa, che presto arriverà a Bruxelles, e che è una provocazione nei confronti delle istituzioni europee, per dare voce alle esigenze di una parte importante della propria cittadinanza: «Per provare a rappresentarsi con un’altra immagine, un altro disegno, un altro significato, un altro pensiero di sé, che arriva da chi sta iniziando ad abitare l’Europa, cioè da chi la guarda dall’esterno».   

Guarda con tutti i tuoi occhi, guarda

Elkin è tornata a scrivere di flâner con No. 91/92: Notes on a Parisian Commute (2021). «Il mio santo patrono ebreo è lo scrittore Georges Perec, e ho scritto quel libro tenendo presente l’epigrafe che aveva a sua volta preso in prestito da Jules Verne per il suo capolavoro Life: A User’s Manual: Guarda con tutti i tuoi occhi, guarda». 

«Mi trovavo a fare la pendolare per lavoro, ogni giorno prendevo un paio di autobus: avevo tempo da perdere e un nuovo iPhone. Ho visto un cartello sul muro dell’autobus che incoraggiava le persone a stare vigili, per non farsi rubare il proprio telefono sui mezzi. Allora ho deciso che avrei usato il mio telefono per fare una veglia sui mezzi pubblici, scrivendo ciò che vedevo e pensavo durante quei viaggi in autobus. È un libro scritto nello spirito di Perec ma è anche un omaggio al Journal du dehors di Annie Ernaux». 

Camminare come atto sovversivo

«Amo l’idea del camminare come sovversione – conclude Elkin prima di salutarci – Penso che ci sia qualcosa di deliziosamente anti-establishment nel solo essere in uno spazio pubblico, senza un obiettivo particolare, rifiutandosi di guardare l’orologio. Insistendo sul fatto che abbiamo solo il diritto di esistere».

Lauren Elkin 

Scrittrice e traduttrice, Lauren Elkin di recente autrice di No. 91/92: a diary of a year on the bus  e traduttrice britannica del romanzo inedito di Simone de Beauvoir Gli inseparabili.  Flâneuse. Donne che camminano per la città a Parigi, New York, Tokyo, Venezia e Londra è stato pubblicato in Italia da Einaudi nel giugno 2022

Nausicaa Pezzoni 

Nausicaa Pezzoni, docente di Progettazione urbanistica al Politecnico di Milano si occupa di pianificazione tecnica e di politiche urbane, in particolare in progetti di riqualificazione delle periferie, welfare metropolitano e rigenerazione urbana, con uno specifico interesse per l’inclusione abitativa e sociale nei contesti più fragili.

Chiara Ciucci

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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