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No man is an island è il titolo del padiglione di Grenada
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Oman, Zimbabwe, Grenada – la Biennale di Venezia oltre i Giardini e l’Arsenale

Fuori dai siti principali della Biennale di Venezia ci sono i padiglioni esterni e le mostre collaterali: Grenada con No man is an island, l’Oman con la forza delle donne, vita e colore dallo Zimbawe

Padiglione di Grenada alla Biennale di Venezia: voci molteplici da un’isola lontana

No man is an island è il titolo del padiglione di Grenada, un piccolo stato insulare nel nord dei caraibi. Allontanandosi appena un po’ dal caos di Strada Nuova si arriva a Palazzo Albrizzi Capello, immerso nella quiete di Cannaregio. Al primo piano inizia un’esposizione che unisce una molteplicità di voci per raccontare un’isola paradisiaca quanto stratificata, frutto della liberazione dalle potenze coloniali prima francesi e poi inglesi. 

Per costruire la mostra il curatore Daniele Radini si è ispirato ai versi di John Donne, già citati da Hemingway: «Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto […]. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te».

Lorenzo Marini
Lorenzo Marini

Ad accogliere il visitatore è una serie di fotografie delle sculture sottomarine di Jason deCaires Taylor. L’artista realizza grani statue antropomorfe che abbandona poi sui fondali marini, perché la fauna sommersa possa completarle. Uomo e natura si uniscono in un unicum non pianificabile, non limitabile, in costante mutamento. 

Suelin Low Chew Tung affronta il tema della Biennale raccontando l’estraneità al proprio stesso corpo e il rapporto con una grave malattia. Sono presenti in mostra anche una serie di lavori di The Perceptive Group, composto da Bollani, Feofeo, Carlo Ciucchi Picchio, Fiorangela Filippini, Gina Marziale, Silvana Mascioli, Luca Ripamonti, Michele Rosa, Salvatore Scaramozzino, Emilio Sgorbati e Fedora Spinelli. 

Gli sguardi degli artisti si uniscono a restituire un quadro complesso e multiforme, riflesso necessariamente imperfetto del complesso mondo di relazioni in cui la loro pratica si articola. Si parla di temi complessi, rimossi. Morte, migrazioni, violazioni dei diritti. Il linguaggio artistico e sincopato, colorato, stridente. Il messaggio quasi violento: il nostro è un tempo problematico, idiosincratico.

Padiglione di Grenada
Gabriele Maquignaz
No man is an island è il titolo del padiglione di Grenada
Jason deCaires Taylor

Padiglione Oman alla Biennale: squarci, materie prime e mutamenti

In un palazzo aperto su Riva degli Schiavoni c’è il padiglione dell’Oman. La mostra si sviluppa in lungo, entrando nelle viscere dell’edificio e offrendo una serie di sguardi e pratiche artistiche che alternano riflessioni sull’anima del paese e sulle materie prime che offre, sguardi poetici e laceranti.  

«Tutti i diversi materiali e le diverse voci in mostra» spiega la curatrice Alia Al Farsi, «servono a sottolineare quanto lo scambio e la sperimentazione possano arricchire la nostra cultura personale e nazionale». Nella prima sala si trovano i pezzi dell’artista Ali Al-Jabri in una serie scultorea dal titolo 5. Si tratta appunto di cinque cilindri di cinque diverse finiture di marmo provenienti da cinque cave nel paese. All’interno di ciascuna, come ci fosse cresciuto in mezzo, sta un tronco di legno cavo. L’artista fa riferimento a un verso del Corano: «Egli porta i vivi fuori dai morti, e Egli porta i morti fuori dai vivi», per raccontare la contrapposizione e il rapporto tra le due materie prime. Quanto di più grezzo la terra abbia da offrire, trasformato con sapienza e combinato con delicatezza. «Sono rimasto stupito» racconta Al-Jabri mostrando le sculture, «quando ho scoperto che il legno con la sua forza è in grado di rompere il marmo: da questo stupore nascono queste opere»

Donne, forza e potere al padiglione Oman

Nella sala accanto, l’artista e curatrice Al Farsi conduce gli spettatori per le vie di un’ipotetica città nel suo pezzo Infinite Bonds, composto da strade, case, cortili in cui perdersi – realizzati sulla superficie di una grande parete utilizzando stoffe provenienti da diverse aree del paese: «riflettendo sul tema della Biennale, Stranieri Ovunque, mi sono resa conto di quanta ricchezza abbia il mio paese in questo senso, e di quanto sia composto da storie, culture, retaggi e perfino lingue differenti che si sono mischiate nei secoli». L’installazione, spiega, «simboleggia le connessioni durature tra le donne di queste civiltà e le narrazioni che le legano insieme»

Proseguendo nella stanza successiva si trova Spoonful of Tradition, il lavoro di Sarah al Oalqi. Al Olaqi ha grandi occhi nocciola e uno sguardo fiero e dolce: «dopo gli ultimi tragici eventi in Medioriente» mi racconta, «non sono più riuscita a pensare alla Biennale, continuavo a pensare alle donne, alla forza che hanno per cercare di portare in salvo i loro bambini, per cercare di dare loro qualcosa da mangiare ogni giorno». I pezzi di al Olaqi hanno una potenza che non si ritrova da nessun’altra parte alla Biennale 2024. Al centro della stanza, contro le pareti indaco, si staglia la grande scultura di un niqab, realizzata interamente con cucchiaini da tavola. Un omaggio alle donne e alla loro forza. Al Olaqi ha poi trasportato la scultura in un villaggio dell’Oman, portandola in una casa di donne, dove si sono poi sedute insieme a preparare un pane tradizionale attorno all’opera, realizzando foto e video dell’esperienza. Nel padiglione veneziano, sulla parete di destra, appeso a un muro di mattoni a vista, c’è un piatto, con sopra una fotografia di quel giorno stampata su un pezzo di pane. Potere e potenza si mischiano e si confrontano nei pezzi di al Olaqi, creando una poetica lacerazione. 

Terra comune e ricerca di casa: stranieri ovunque

In Common Land, Essa Al Mufarji racconta dell’essere stranieri attraverso il tema della lingua e quello della percezione. Un grande cilindro in vetroresina è appeso in orizzontale nella semioscurità. Una luce blu viene dal suo interno per illuminare, da un lato e dall’altro, due orecchie appese alle pareti. Attorno al cilindro sono scolpiti antichi versi di una poesia araba sulla migrazione. L’ascolto, la comprensione e il terreno comune sono al centro dell’opera. Al Mufarji mette al centro la percezione comune, andando oltre le parole, appellandosi a un sentire comune e superando l’ostacolo del linguaggio e dell’incomunicabilità.

L’ultima sala è un viaggio. In In Search for Home l’artista Adham Al Farsi ritrae con una serie di video immersivi la vita di una tartaruga, a partire dalla nascita e attraverso la sua lotta nelle onde dell’oceano, alla ricerca di una casa e di un rifugio per i suoi figli. La tartaruga diventa così il simbolo della ricerca di un porto sicuro in questi tempi difficili.

Per non perdere il filo: tessuti e storie prendono vita

Per non perdere il Filo a palazzo Vendramin Grimani, frutto della residenza artistica della franco-vietnamita Karine N’guyen Van Tham e dell’indiana Parul Thacker. Utilizzando il tessuto in una varietà di forme le artiste sviluppano un ragionamento sulle storie e sul linguaggio, attingendo all’immaginario legato all’antico parallelismo tra narrazione e tessitura. L’atto di tessere, nel caso di entrambe le artiste con metodi tradizionali, è quello di raccontare una storia con le mani, intrecciando insieme i fili per restituire un’immagine potente e delicata. 

Parul Thacker unisce principi di fisica quantistica a richiami spirituali, nei suoi lavori luci e ombre si alternano per formare un quadro multiforme e multimateriale. Al centro del corridoio al piano terra del palazzo sono esposti 18 leggerissimi teli di organza di seta ricamati a mano. Fanno da contrappunto opere meno recenti, in cui l’artista cuce fili e materiali di varia natura su pesanti e scuri telai.

N’guyen Van Tham utilizza invece il vestito come tela per raccontare le sue storie: «La prima ispirazione venne da un cappotto di mia nonna, sempre appeso dietro la porta – dopo la sua morte il cappotto è rimasto lì. Gli abiti che abbiamo indossato raccontano storie che ci appartengono, ma che diventano anche condivise e collettive». Ciascun abito che N’guyen Van Tham tesse si ispira a una storia ed è accompagnato da un testo. Il tutto si unisce in una combinazione incredibilmente poetica. Guardando ogni pezzo si entra in un universo di storie estranee, ma che iniziano a far parte del nostro stesso vissuto-tessuto.

Palazzo Vendramin Grimani – foto di Patrick Tourneboeuf
Palazzo Vendramin Grimani – foto di Patrick Tourneboeuf

Wallace Chan e il padiglione Zimbabwe: contrappunti

Tornando in Riva degli Schiavoni alla Chiesa di Santa Maria della Pietà si trova la mostra Transcendence dell’artista cinese Wallace Chan. Si tratta di una serie di quattro grandi sculture in titanio, che evocano temi come la meditazione e il superamento dei conflitti. Le opere sono un’ode all’armonia e al contrasto. Pieni e vuoti si mischiano con grazia, creando nuove dimensioni di leggibilità. Allo stesso tempo la natura stessa del materiale utilizzato, il titanio, risulta duplice: le opere hanno un aspetto monumentale, ma sono leggerissime – un aspetto sottolineato dalla scelta di appenderle al soffitto. Si crea così un effetto straniante, immediatamente reso trascendente dal sottofondo musicale che accompagna le opere, invitando ad attingere a una dimensione meditativa.

Sul retro della chiesa, oltre il chiostro, al primo piano di un edificio da fuori piuttosto anonimo, si trova invece, quasi in perfetta antitesi con il lavoro di Chan, il padiglione dello Zimbabwe. Un’esplosione di vita e di colore. Dove Chan ispira alla delicatezza, gli artisti dello stato africano giocano con il superamento dei limiti, esponendo una serie di opere follemente vitali.

Ocean Space: Latai Taumoepeau e Elisapeta Hinemoa Heta nella chiesa di San Lorenzo

San Lorenzo, oltre Santa Maria Formosa. Nello spazio di Ocean Space sono esposte l’arista Latai Taumoepeau e l’architetta Elisapeta Hinemoa Heta nell’ambito della mostra Re-Stor(y)ing Oceania. Taumoepeau porta l’opera site specific Deep Communion sung in minor (ArchipelaGO, THIS IS NOT A DRILL) – una riflessione sul luogo, Tonga, terra natia dell’artista, sul corpo, tramite l’uso di macchine per pagaiare e del canto, che si attiva con il movimento, da parte degli artisti e del pubblico, delle macchine, e infine sul cambiamento climatico, da cui l’arcipelago di Tonga è gravemente colpito: «Al centro di quest’opera c’è l’antico obbligo culturale di mantenere viva la cosmogonia degli/delle antenati/e tongani/e dell’artista oltre il vā (spazio/tempo), in cui Kele (sedimenti marini) e Limu (alghe) rimangono intatte. Taumoepeau solleva l’interrogativo, chi è disposto a darsi da fare in questo esercizio di responsabilità ecologica?». 

Hinemoa Heta porta negli spazi della chiesa del IX secolo un’architettura altra e altrettanto antica, con un’installazione che incarna rituali e cerimonie guidati dai concetti Māori di kawa e tikanga, radicati nelle sue terre ancestrali di Aotearoa Nuova Zelanda. Un cerchio che invita alla condivisione profonda, sotto dodici veli di un leggerissimo tessuto che onorano Ranginui/Rangi/Lagi e i dodici livelli del cielo. Entrando a San Lorenzo si sente con forza il privilegio di accedere a un sapere ulteriore, sacro e altro, che a un tempo è estraneo e ci appartiene.

Karine N_guyen Van Tham – La traversée – Parul Thacker
Karine N’guyen Van Tham – La traversée – Parul Thacker

Matilde Moro

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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