Pietro Ruffo Il Canto della Terra
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Pietro Ruffo: stratificazioni, antropocene e cicli natural

L’arista ha realizzato Il Canto della Terra per Feudi di San Gregorio «siamo costruttori di cultura, l’artista è uno specchio deforme, concavo o convesso, uno specchio della contemporaneità»

Lampoon: Pietro Ruffo

Architetto, scopertosi artista, Pietro Ruffo è nato e lavora a Roma. La stratificazione socio-culturale che caratterizza la capitale trova una declinazione nella sua ricerca creativa e si accoda ai tanti che hanno trovato nella città eterna un luogo di ispirazione e innovazione – si pensi ai Grand tour al tempo di Gherardo delle Notti, alla novecentesca Scuola romana o ai diari di Domenico Gnoli, che quando rientrava a Roma da New York si inebriava delle peculiarità della sua città natale, traducendole iconograficamente in disegni. 

Ci si domanda se il contesto romano possa essere ancora un bacino di ispirazione e contaminazione artistica, un luogo partecipe all’arte contemporanea e alle sue più recenti espressioni. Ruffo riflette su una imprescindibile interconnessione tra antico e nuovo. «A Roma ogni secolo ingloba il precedente per prendere vita. Anche da un punto di vista materico, era comune il riutilizzo di certe componenti per costruire il nuovo. Le rovine romane sono state delle cave a cielo aperto fino al Rinascimento. Quantità di statue sono state sgretolate per recuperarne la malta o il gesso così da crearne di nuove. Le fondamenta degli edifici antichi diventavano le basi delle più recenti costruzioni o gli edifici stessi tramutavano il loro utilizzo a seconda di chi li viveva». 

Guerre, cambiamenti politici e religiosi non hanno distrutto i simboli antecedenti. «A Roma ogni edificio non è l’emblema di un’unica persona. Si tratta di una somma di storie, una somma di commissioni papali, di vicende che si intersecano. Così prendono vita anche i miei lavori. Non è mai un’unica immagine, quindi un’unica storia, ma sono varie narrazioni. Su diversi livelli. Narrazioni che magari all’inizio sembrano non avere niente a che fare l’una con l’altra. Una composizione». 

Per Pietro Ruffo il disegno è opera d’arte 

Artisti, storicizzati e viventi, parlano di disegno preparatorio e lo presentano come fondamentale nell’iter di creazione artistica. Il rigore e l’immediatezza del gesto che diventa traccia su carta vogliono passare al vaglio l’idea ed esserne demiurgo. In Ruffo il disegno non è una ouverture dell’opera d’arte. Il disegno è opera al suo stato ultimo indipendentemente dal medium che la accoglierà. Lontano dall’ astrattismo o da pratiche performative contemporanee che si affidano a tecnologie digitali per dar forma a un’intuizione, sempre sia essa intellettualmente valida, l’artista-architetto predilige l’espressione tradizionale.

«I disegni di un architetto sono disegni funzionali alla progettazione. Qui risiede la loro bellezza. Il disegno serve per conoscere qualcosa. Crea un dizionario figurativo frutto di studi. Io procedo come un ricercatore affascinato da una tematica. L’unica differenza è che i miei appunti sono visivi. Con la mia arte non propongono un punto di arrivo, una sintesi, ma una condivisione di ciò che ho appreso fino a un dato momento». 

L’antropocene secondo Pietro Ruffo 

Il tema con cui Ruffo si sta commisurando è quello dell’antropocene (Paul Crutzen, 2000) – ne hanno parlato svariati artisti, traducendolo in opera immolata alla crisi climatica e rielaborando assai poco attorno a questa era geologica condizionata dagli effetti dell’azione umana – si bandi bene, la versione inglese primeggia in comunicati stampa, titolature di mostre, recensioni e contenuti digitali in nome di un globalizzato processo di apprendimento del nuovo che fa tendenza. Ruffo la affronta con un’arte stratificata che celebra il primato del pensiero edificatore. 

«È palese che l’uomo abbia un impatto sulla natura. Punto interrogativo sul quale si interrogano i geologi e gli antropologi è se questo impatto possa cambiare la chimica dell’area, la morfologia delle rocce, sia capace cioè di poter definire un’era geologica legata all’uomo. È un dibattito non solo filosofico, ma anche un tema scientifico. Da quando si può parlare di antropocene? A partire dall’origine della nostra specie? Da quando l’uomo è diventato sedentario? A partire dalla seconda rivoluzione industriale? La mia più recente serie di lavori include diversi quadri; ognuno rappresenta un paesaggio e come si è trasformato negli ultimi duecentomila anni». 

«Una pianura di caccia poi sommersa dal mare, una foresta tropicale dove sono fuoriuscite montagne. Dalle opere si evince che il clima cambia a prescindere dalla nostra presenza, per quanto l’uomo sia un costruttore su questo pianeta. L’inglese concrete deriva dal latino concrescere, ovvero crescere assieme: noi siamo cresciuti insieme come civiltà attraverso la costruzione. Le prime opere per mano umana risalgono al X millennio a.C., come il sito archeologico Göbekli Tepe in Turchia. Era un luogo edificato per commemorare i defunti, per pregare e radunarsi. Tutte attività astratte caratterizzanti la facoltà intellettiva dell’homo sapiens che si traducono in cultura. L’uomo è costruttore di cultura e nei secoli ne ha disseminato tracce tangibili. Per l’ecologia siamo i distruttori del nostro ecosistema. Io penso che se siamo artefici di tutta questa grande meraviglia, ci possiamo anche permettere di prendere una direzione più giusta per rimanere questo pianeta». 

L’arte è un lavoro

«Partiamo dal fatto che è un lavoro. Tanti lavori possono essere anche delle vocazioni. Il sistema dell’arte non è un sistema lavorativo così diverso dagli altri. Le dinamiche dell’arte non sono così differenti rispetto ad altre, anche se magari forse sono meno conosciute. Nella nostra letteratura e cinematografia permane l’idea dell’artista bohémien. È possible, certo, ma è una rarità. Attorno a un artista c’è poi quasi sempre un’idea di scoperta. Penso alla favola di Basquiat: da senza tetto a essere esposto al MoMA. L’arte a parer mio è un mestiere, soprattutto in Italia sin dalle botteghe medievali e rinascimentali. La pratica quotidiana crea un artista. Si fanno le prime mostre più semplici, magari pure in un bar, per poi addentrarsi in un sistema fatto da gallerie, curatori, musei, collezionisti. Non è un sistema che ha troppi alambicchi». 

Tra arte e artigianato: l’opera Il Canto della Terra per Feudi di San Gregorio 

Ruffo parla del fare arte come un mestiere piuttosto pratico, che si ricollega alle alte tradizioni artigiane e alla storica bottega d’artista. Un esempio di come il fatto a mano si declini in opere d’arte ci è offerto da Il Canto della Terra, recentemente commissionata da Feudi di San Gregorio all’artista. L’azienda vitivinicola prosegue con i suoi investimenti in arte, finalizzati a promuovere la salvaguarda ambientale e socio-culturale connessi alla terra su cui sorge la cantina irpina. Dal 2014 Feudi di San Gregorio ha coinvolto artisti contemporanei, tra cui Mimmo Jodice, Vedovamazzei e Marinella Senatore, nella realizzazione di opere site-specific, riprese inoltre in etichette in edizione limitata, il cui ricavato viene integralmente devoluto a finanziare i progetti della Fondazione San Gennaro, impegnata nel superamento del disagio sociale giovanile.

«Feudi di San Gregorio ha da sempre un rapporto stretto con gli artisti. Ci chiedono di tramutare la nostra visione sul loro mondo in arte. Quando visitai la cantina vidi quattro grandi anfore impiegare nella produzione di vino. Hanno subito diretto il mio pensiero all’antichità, tanto quanto antica è la cultura del vino. Nel passato queste anfore erano i contenitori che servivano per portare gli alimenti da una sponda del Mediterraneo all’altra. Spesso vi venivano conservati gli alimenti, come i cereali, e anche il vino. I vasi erano spesso decorati con scene di vita quotidiana e divennero anche oggetti da collezione in quanto narravano come vivessero i popoli che si trovavano dall’altra parte del mondo conosciuto. Chi pregavano, in cosa credevano, come amavano. Questa è l’allegoria che ho utilizzato per Il Canto della Terra: creare un’anfora da me progettata, con l’aiuto di maestranze toscane, su cui poi ho disegnato le attività che si svolgono presso Feudi di San Gregorio e che partono dal lavoro della terra e si susseguono ciclicamente». 

L’artista fuori dal mondo dell’arte: l’esperienza moscovita di Pietro Ruffo

Nel 2014 Ruffo partecipa alla IV Biennale di Mosca con l’opera A Complex Instant. È interessate concludere la conversazione, soffermandosi sulla valenza educativa e sociale della sua opera che oltrepassa la sfera strettamente connessa ai luoghi deputanti alla cultura e ci riporta a luoghi attualmente belligeranti. 

«L’artista è uno specchio, uno specchio deforme, concavo o convesso, uno specchio rotto della propria contemporaneità. Se la pratica artistica esce dallo studio, dal museo o dalla galleria e va nelle scuole, nelle imprese, in luoghi indigenti, allora può innescare interrogativi e favorire una discussione consapevole. Ho visitato la Russia più volte. Nel 2006 ero stato a Beslan. Lì c’era stato da poco un attentato in una scuola dove morirono più di trecento fra bambini e insegnanti. I russi erano coinvolti, come i ceceni. Una situazione che sembra ripetersi, se pur con conseguenze internazionali. Ho avuto occasione di lavorare con alcuni bambini reduci dall’attentato così da poter creare assieme a loro opere per un nuovo ospedale. Non c’è stato un momento della nostra civiltà che non sia stato un istante complesso. E l’uomo ha sempre vissuto un momento. Ma visto che questo istante è nostro, di noi, nuovi attori, lo riteniamo complesso».

Pietro Ruffo

Pietro Ruffo (Roma, 1978) è un artista italiano. Ha studiato architettura all’Università di Roma e ottenuto una borsa di ricerca presso l’Accademia italiana di studi avanzati alla Columbia University, New York, 2010. L’arte di Ruffo è legata agli elementi fondamentali della sua formazione in architettura: il progetto, il disegno su carta. Lungo un percorso di ricerca, il lavoro di Ruffo si libera senza forzare la dimensione teorica e trova sintesi in composizioni figurative, realizzate con ritagli e spilli di carta, ceramica, piastrelle o pittura, articolate in sovrapposizioni di paesaggi naturali e forme umane, mappe geografiche e costellazioni, geometrie e tracce di scrittura. Il risultato è un lavoro stratificato, dalle molteplici interpretazioni visive e semantiche, che indaga i grandi temi della storia universale. Negli ultimi anni ha ricevuto diverse importanti commissioni pubbliche e private, che lo hanno portato a estendere il suo lavoro a una dimensione urbana.

Federico Jonathan Cusin

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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