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I pedalò di Nida, foto di Mirko Cecchi Lampoon
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Lituania: viaggio in un piccolo stato che oscilla tra start up high tech e la paura dello straniero

Uzupis oggi vive la gentrificazione che ha risucchiato quartiere dopo quartiere le grandi città, indifferenti verso le sorti dei propri cittadini storici e poco trendy, e pronte invece a lasciarsi invadere da un’umanità incapace di sentirsi a casa senza una caffetteria con wi-fi dai colori pastello

Atterrare a Vilnius è come entrare in una nuvola di ovatta

L’aeroporto ha le dimensioni e l’eleganza di una stazione di provincia di un paese nel quale, lo si percepisce subito, il rispetto e l’ordine hanno un valore. Le persone parlano a voce bassa, sono composte. Non si sentono annunci sguaiati, e non si vedono facce invadenti proiettate su maxischermi. I treni che portano al centro, dopo le sette di sera non passano più, ma basta scaricare un’app e in pochi minuti arriva un’auto Bolt, l’Uber fondata nella vicina Estonia.

Sulle strade ampie che conducono al centro, si affacciano palazzi anonimi e supermercati poco invitanti, ricordo di un’Unione Sovietica che è stata madre padrona fino a pochi decenni fa e che continua a far sentire la sua voce imponente e terrificante da lontano. Non c‘è ricchezza, ma nemmeno povertà. La dignità, il decoro e la decenza ci accompagneranno durante tutto il viaggio. Due settimane in un paese di poco più di 65.000 chilometri quadrati e abitato da poco meno di 2 milioni e ottocentomila persone. 

La Lituania, la più mediterranea tra le tre sorelle baltiche che guardano speranzose a Nord, perché si sentono, con ragione, più vicine al mondo scandinavo che all’Europa caciarona. La Lituania dai confini che nascondono problemi, a est con i boschi che la separano dalla Bielorussia, ancella di Mosca e inferno in terra per un’opposizione che ha trovato nella capitale Vilnius respiro e rifugio, e a sud con le dune di sabbia che la collegano con un dolce paradosso geografico a Kaliningrad, l’exclave russa con la quale a giugno ci fu un bisticcio presto risolto per dei treni merci che non si volevano lasciar passare. 

Il fiume Vilnele

Ogni uomo ha il diritto di vivere nei pressi del fiume Vilnele e il fiume Vilnele ha diritto di scorrergli accanto. Recita così l’articolo 1 della Costituzione della Repubblica di Uzupis, un quartiere di artisti, ponti e strade acciottolate che nemmeno lontanamente ricorda la Christiania di Copenaghen. Le guardie di Uzupis sono un angelo e una sirenetta nascosta in una nicchia sulla sponda del fiume, accanto a una panchina sospesa sull’acqua. Ci si arriva immergendo piedi e polpacci nel freddo e ci si ritrova a dondolare accanto a una giovane ucraina in vacanza. Anche le bombe ogni tanto riposano. 

A passeggio in un render

Uzupis oggi vive la gentrificazione che ha risucchiato quartiere dopo quartiere le grandi città, indifferenti verso le sorti dei propri cittadini storici e poco trendy, e pronte invece a lasciarsi invadere da un’umanità incapace di sentirsi a casa senza una caffetteria con wi-fi dai colori pastello. Accanto al passato che vedeva Vilnius ospitare prima della seconda guerra mondiale una popolazione ebraica di 60mila persone, tanto da essere soprannominata la Gerusalemme della Lituania, convivono edifici moderni, piazze pedonali con fontanelle ordinate, centri commerciali dalle linee contemporanee dedicati alle gastronomie del mondo.

Sembra di passeggiare in un render da quattromila euro al metro quadro. Ma è comunque un render rispettoso di chi abita. I palazzi non puntano al cielo in una gara senza senso che mira solo a coprire il sole, le persone nei luoghi ci camminano davvero e i bambini non sentono costantemente nelle loro orecchie avvertimenti di ogni tipo urlati da adulti ansiosi che cercano di farli sopravvivere a una città invasa dalle macchine e soggiogata dalla maleducazione. 

Vilnius è anche la nuova mecca delle startup: tech sector is booming, annuncia Seedtable. Qui è nata Vinted, grazie alla quale c’è chi si arricchisce e chi, come me, soccombe al primo tentativo di vendere un pigiama, e sempre qui ha trovato casa dopo Brexit Revolut, la fintech bancaria fondata nel 2015 a Canary Wharf dal russo Nikolay Storonsky e dall’ucraino Vlad Yatsenko, il quale non ha esitato a definire Vladimir Putin a monster and a liar

Le dune di Neringa

«Scendendo per un altro sentiero mi imbatto in una strana statua in bronzo che rappresenta un infagottato e occhialuto signore nell’atto di camminare un po’ ricurvo e con le mani dietro la schiena. Un opportuno cartello spiega che, nel 1965, Chruscëv permise a Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir di trascorrere alcuni giorni da quelle parti.» E’ grazie a questa frase, letta in Non c’è nessuna Itaca. Viaggio in Lituania di Francesco M. Cataluccio (Humboldt Books, 2022) se mi ritrovo a correre sulla duna di Parnidis, della penisola di Neringa, mentre un messaggio al cellulare mi dà il benvenuto in Russia, nonostante oltre un chilometro e mezzo di sabbia mi separi dal confine.

Il passato sembra non lasciare in pace la Lituania, ma nemmeno il presente. La penisola di Neringa è un racconto gotico, una striscia di terra circondata da boschi che conduce a Nida, paesino dalle case di legno decorate come merletti. Sulla strada, nel villaggio di Juodkrante, si trova una piccola montagna ricoperta di conifere che nascondono 80 sculture in legno. E’ la collina delle streghe, abitata da mostri, gnomi e baltiche creature leggendarie.

La Portofino del Baltico

Come sempre: un tempo villaggio di pescatori, Nida è oggi meta ambita e amata dal turismo. E dai feticisti della letteratura che, come me e il già citato Cataluccio, «sono pronti a qualsiasi scarpinata pur di visitare luoghi che odorano di falso lontano un miglio ma danno l’illusione di ritrovarsi in compagnia del loro amato scrittore.» Nel caso di Nida questo scrittore è Thomas Mann che nel 1929 decise di costruire sulla Collina della Suocera una villa dove soggiornò per le tre estati successive, con la moglie e i sei figli, fino a che la sua opposizione al nazismo non lo costrinse a emigrare lasciando a Hermann Göring il privilegio di godere della vista sulla laguna.  

«Cerco di venire ogni anno almeno un paio di giorni» mi racconta una giovane ragazza che passeggia sulla spiaggia. Parla italiano, ha vissuto a Milano e ora lavora a Dubai. Alle sue spalle la sua famiglia – papà, mamma e un paio di zie –  prendono il sole.
Nida è la Portofino della Lituania, elegante e carissima. C’è un ristorante messicano, la cosa più esotica vista in due settimane, e i pedaló hanno la forma di auto antiche. I Russi ci venivano volentieri, poi… 

Quest’anno l’estate ha sorpreso tutti e le ultime due settimane di agosto, generalmente piovose, sono assolate. A Vilnius le persone si preoccupano perché nelle case nessuno ha mai pensato di mettere l’aria condizionata, mentre qui gli alberghi si godono i villeggianti. Le acque del Baltico ospitano delle piccole meduse trasparenti che non pungono e formano un pattern marino intorno a chi nuota. Peccato che le correnti, troppo calde, le stiano spingendo a riva, condannandole alla morte. «Mi manca l’Italia, la qualità del cibo e anche i vestiti» mi confessa la ragazza accarezzando una piccola creatura gelatinosa. In effetti in Lituania non ci sono quasi negozi di abiti e in quei pochi, senza insegne né marchi occidentali in bella mostra, i vestiti hanno colori e fantasie che ricordano le carte da parati anni settanta. «Compriamo quasi tutto su internet» mi spiega, illuminandomi. 

Il gelato al kiwi

Con l’eccezione di Kaunas, sede di importanti università, meno ordinata rispetto alla capitale e forse proprio per questa sua leggera trasandatezza più gioviale e disposta al dialogo, nell’aria si respira una certa chiusura e poca curiosità verso chi viene da fuori. I prodotti locali hanno sempre la meglio e persino i baracchini dei gelati non sono scesi a compromessi: vendono, tutti, gli stessi sapori, con gli stessi cartellini disegnati a indicare, tra gli altri, l’immancabile gusto al kiwi. 

«Sono molto nazionalisti» mi conferma Cataluccio durante la nostra chiacchierata e lo conferma anche Medici Senza Frontiere che il 31 agosto 2022 denuncia con un comunicato la detenzione inumana e prolungata dei migranti e dei richiedenti asilo provenienti dalla Bielorussia e appartenenti a determinate nazionalità nei Centri di registrazione degli stranieri (CRS). «Le persone che arrivano dalla Nigeria rappresentano quasi il 28% di coloro che vedono prolungata la loro detenzione assieme alle persone dell’India che costituiscono più del 15% delle estensioni attuali.» 

Do svidaniya Rossiya

Trovare la strada giusta per costruire la propria identità e non dover guardare a Mosca per restare vivi, è fondamentale per i lituani. Solo quaranta giorni dopo l’invasione dell’Ucraina, la Lituania è stata la prima nazione a dichiarare la propria indipendenza energetica dal gas russo. Un passo al quale si stava preparando da tempo e che simbolicamente chiude il cerchio di una lotta iniziata nella notte tra il 12 e il 13 gennaio 1991, quando le truppe sovietiche repressero nel sangue le proteste di coloro che chiedevano, all’allora presidente Mikhail Gorbaciov, di rispettare la volontà di autodeterminazione del popolo lituano.

Tra i 14 civili che persero la vita c’era anche Loreta Asanavičiūtė, una giovane sarta che, portata in ospedale dopo essere stata investita da un carro armato, chiese: «Potrò ancora sposarmi? Potrò ballare alle mie nozze?». La tv lituana riprese integralmente i fatti di quella che venne poi ricordata come la “domenica di sangue” ma la voce di Loreta non arrivò nelle nostre case. L’attenzione nostra e dell’Occidente era rivolta altrove: ai bombradamenti americani su Bagdad, ai cieli verdi sopra il deserto, alla prima delle moltissime guerre che imparammo a seguire in diretta, con la sciocca illusione che vedere qualcosa, nell’attimo in cui accade, sia sufficiente per capirlo, e che la Storia possa davvero avere un solo narratore.

Francesco M. Cataluccio

Francesco M. Cataluccio è uno scrittore e saggista italiano. Si è laureato in Filosofia a Firenze e ha studiato Storia delle idee all’Istituto di Studi Letterari (IBL) dell’Accademia Polacca delle Scienze di Varsavia. Ha lavorato nell’editoria: per sei anni alla Feltrinelli, come responsabile dei Tascabili e dei Classici, e poi ha diretto la Bruno Mondadori e in seguito la Bollati Boringhieri. Il suo ultimo libro Non c’è nessuna Itaca. Viaggio in Lituania è stato pubblicato nel 2022 da Humboldt Books nella collana Globetrotter.

Claudia Bellante

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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