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Bottega Veneta corridori romani Milano 2023
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Appunti tecnici dalle sfilate: si può scrivere di moda senza banalizzarla?

Lavorazioni, numeri, brand, creatività: si può ragionare di moda entrando nella complicazione? Moda è un’estetica contemporanea che definisce il mercato, ma non lo segue

Burberry e Daniel Lee – la rivisitazione dell’archivio come già fatto per Bottega Veneta

Per vezzo, si può dire che la settimana della moda di Milano fosse cominciata a Londra lunedì sera, 20 febbraio – sia con lo show di Moncler Genius che dichiara un lavoro dedicato al brand e non alla moda, e che quindi in questo testo non ha senso approfondire – sia con la prima sfilata di Daniel Lee per Burberry che ha l’ambizione di elaborare l’intera estetica inglese e non solo i codici di un’identità sviluppata su un impermeabile da pioggia. Daniel Lee per Bottega Veneta aveva ingigantito la scacchiera ortogonale – ci si aspetta un’idea concreta su Burberry, vedendo simili le premesse: Bottega Veneta partiva dalla pelletteria intrecciata, Burberry comincia dalla gabardina con l’interno in tartan. Come primo passo, Daniel Lee trasforma il tartan, lo rende un logo tra colori e proporzioni: macro in viola, media in grigio – esile in verde fluo.

Heritage o rivoluzione: chi ha elaborato i codici e chi li ha stravolti?

Daniel Lee aveva anticipato il nuovo logo di Burberry, dai bastoni torna alle grazie. Da qui la domanda: un direttore creativo oggi che lavora su un marchio storico la cui identità è stata creata dalla storia, deve evolversi su altre sfere oppure rielaborarne le radici? Due esempi in direzioni opposte: da una parte, il lavoro di Daniel Lee su Bottega Veneta che oggi si muove su Burberry; dall’altra parte, lo stravolgimento che Alessandro Michele ha firmato per Gucci. La stessa domanda può esser posta andando a un livello superiore: pensando a Celine oggi, viene in mente Phoebe Philo o Hedi Slimane?

Gucci, la sfilata dello studio: un elaborato di moda contemporanea

Burberry e Bottega Veneta hanno un’estetica manifatturiera – (pelle intrecciata e gabardine foderata in tartan). L’identità di Gucci qual è? Un ragazzo per bene che vive Firenze con la regimental e il manico in bambù di Maurizio Gucci, oppure il sesso prepotente della giacca nera su pelle nuda e jeans di Tom Ford? Alessandro Michele aveva gioco su cui muoversi. La sfilata dello studio creativo di Gucci andata in scena venerdì è un compito di matematica: prendere i miglior capi delle stagioni precedenti in ordinata, mettere in ascissa le tendenze commerciali attuali, produrre una curva costante. La sfilata di Gucci è stato un rapporto di moda contemporanea, che ha permesso di comprendere quali sono le idee di design che il mercato richiede di più, ovvero: le giacche over sulle spalle di Demna Gvasalia per Balenciaga; il rock bike anni Settanta di Hedi Slimane per Saint Laurent che Anthony Vaccarello prosegue; le gonne sotto il ginocchio, volumetriche di Miuccia Prada. Se notate, questi tre asset si possono ritrovare in quasi tutte le altre sfilate. Si può aggiungere l’elaborazione di Daniel per Bottega che – anche se conclusa a novembre 2021 – rimane un riferimento attuale: citare un ricordo è legittimo a tutti.

Kim Jones e la perversità di Delfina Delettrez

Kim Jones da Fendi mantiene il timone fermo al suo riferimento: Delfina Delettrez. Lo aveva dichiarato già poco dopo la conferma del suo ruolo e lo ha ripetuto ancora a ridosso della sfilata di mercoledì 22 febbraio: a muovere il lavoro di Kim Jones è la perversità con cui Jones ritiene che Delfina sappia elaborare i codici di Fendi. Rivisitazione degli anni Novanta di una donna con poco trucco che indossa abiti a ricalcarne il disegno del corpo senza stringerlo. Non ne esalta l’altezza, ma la figura longilinea che espande la proporzione del viso ogivale. Il cappotto è lungo quasi fino ai piedi. Il segno della vita si muove, scende basso nei vestiti – si alza nei pantaloni con tessuti gessati propri all’immaginario maschile. Le pence diventano un decoro sul fronte come fosse l’orlo di una giacca, se scendono sulla gonna si complicano in una sovrapposizione di drappi in cucitura. Il collo è quasi sempre coperto: se ci sono scollature, o queste sono ridotte o c’è una nastro a giocare tra le clavicole.

Le muse a Parigi degli anni Settanta

Senza dover fare i nomi di altre, Delfina Delettrez è l’unica tra le poche che ha trovato una sua dimensione creativa – prima con la sua linea di gioielli tra il gotico e l’ironico senza cadere in simpatia, poi con questo suo ruolo di musa per Kim Jones. Negli anni Settanta esistevano a Parigi le muse per Karl Lagerfeld e per Saint Laurent – Betty Catroux, Lou Lou Falaise, Paloma Picasso si dividevano in due clique per scontrarsi sugli applausi entrando a la Cupole. Oggi non troviamo donne che possano pretendere l’abilità di una musa – la ragione è ormai una retorica: l’abbruttimento di una civiltà che va veloce in digitale, dove un’immagine non permane oltre al battito di ciglia, dove non c’è più spazio per un ragionamento complicato perché gli articoli si chiamano post. Senza la dilazione necessaria alla complessità, è impossibile che si formi la varietà di una musa: la musa è una proiezione di un essere reale che in ogni chiaroscuro riesce a creare la voglia di un’idea.

L’assenza di Versace tra le sfilate a Milano

Domenica sera, Zendaya ha indossato un abito vintage di Versace ai NAACP awards. Versace non ha sfilato a Milano in questi giorni, prevedendo la presentazione a Los Angeles: l’azienda è ormai americana, parte del gruppo di Michael Kors. Negli ultimi mesi si può osservare come la strategia sia dedicata alle celebrità, a presentare gli abiti quando indossati da attori e cantanti sui loro palchi – Zendaya indossava un abito d’archivio, con una pettinatura simile a quella che Liz Hurley usava negli anni Novanta uscendo con Hugh Grant – mentre in Italia Marco Mengoni interpretava la supremazia gay che Gianni Versace fantasticò sui muscoli dei ragazzi a Miami. Questa di Versace è una strategia dedicata allo star system e meno alla creatività: in un rimando al passato, senza sfilare a Milano, e ritrovando negli abiti nuovi gli stessi atteggiamenti di un tempo. Strategia non è sinonimo di moda.

I Boomers sostengono e lavorano per il consumismo

Marzo 2020, vivevamo il primo lockdown e scoprivamo cosa fosse una pandemia virale. Aprile 2020: i magazzini delle case di moda straboccavano di merce, tutte le collezioni per la primavera e per l’estate restavano vendute. Maggio 2020 – per intrattenere e intrattenersi, in tanti si agitavano a colloquiare su internet, sui live da Instagram, talk improvvisati, dicendo che il consumismo non avrebbe avuto più senso, che il sistema moda sarebbe dovuto cambiare. Luglio 2020 – si parlava subito di lanci di piumini invernali. Quasi due anni dopo – Marzo 2022: il sistema moda è identico a quello del 2019. Tutte le intenzioni di contestare il consumismo sono dimenticate. I buyer chiedono tacchi in poliuretano invece che in legno, perché sono più leggeri e portabili – come a dire: la sostenibilità produttiva non importa a nessuno.

La moda è governata da Boomers – mentre in Italia Elly Schlein è nuova segretaria del PD

La definizione di Boomer non è anagrafica, né generazionale: è una questione di atteggiamento e di priorità. Adulti, junior e senior, i Boomers sono coloro che si aggrappano a ogni novità digitale per sentirsi abili nella propria professione. Quando i Boomers parlano di sostenibilità, sono i primi che non ci credono perché si annoiano. Peggio: i boomers hanno abusato a tal punto la parola sostenibilità che oggi la parola, sostenibilità, sembra una presa in giro. Non si può più usare la parola sostenibilità, i Boomers ne hanno fatto un sinonimo di green washing. La speranza oggi è data da Elly Schlein che vince le primarie del PD. Una donna che parla alle donne prima che agli uomini – se avete notato, si rivolge al femminile e poi al maschile; pone l’urgenza climatica nell’immediato, usa il outing è un manifesto. In controcanto, per la campagna, sembra abbia usato con consistenza le sponsorizzazioni sui social media, una metodologia tipicamente da Boomer. Vincere le consultazioni nazionali dando budget a multinazionali americane è per chi scrive una nota negativa. Elly Schlein ha lavorato come volontaria nelle campagne elettorali di Barack Obama; suo padre Melvin Schlein è un professore emerito di Scienze Politiche alla Johns Hopkins University. Presupposti per una figura politica a suo agio nelle connessioni internazionali che possa con freddezza distinguere una provincia mediatica quale è oggi l’Italia, da un sovranismo culturale che spetta – ed è necessario – all’orgoglio italiano.

L’unico lusso possibile è quello che si costruisce con un’imprenditoria etica

Un’azienda ha il dovere di educare il proprio cliente. La produzione industriale deve lasciare un segno positivo nel distretto in cui cresce. Studiando le sfilate a Milano tutto questo non si trova – anzi, è perso. Il sotto bosco creativo e indipendente che c’è a Parigi non ha la stessa rilevanza a Milano: basta vedere la folla che vuole entrare da Taschen una domenica a Saint Germain o la coda che proseguiva per due quartieri prima della porta della libreria OFR. A Milano, i riferimenti per i giovani sono coloro che fatturano, che guadagnano – Milano è infestata dai Boomers e per Boomers si intendono ovviamente anche tutti quelli che parlano di influencer. I Boomer sono manager, direttori, dirigenti buyer – tutti coloro che vedono nel ricavo l’unico scopo di ogni lavoro. Quando un progetto guadagna, è degno di applauso – poco importa se quello che produce è plastica. Il vanto e il plauso vanno al guadagno, al di là di ogni valore di ricerca, al di là di ogni rigore intellettuale, trasparente, umano, sostenibile.

Moda 2023: le stampe sono espressioni di una produzione tossica

Possiamo dividere la sfilate in due macro gruppi – gli stilisti che presentano un uso rinforzato di stampe e gli stilisti che non le usano. Tra i primi troviamo chi dà meno attenzione a un design e a una manifattura rivolta al futuro: le stampe procedono su seta o su tessuti sintetici; le stampe usano colori con inchiostri indelebili, posati su fissanti chimici. Più una stampa è complessa, più i substrati devono garantire un mantenimento del pigmento. La stampa utilizza quantità di acqua che va riciclata – e rimane una sola domanda: un creativo sicuro di se stesso, spingerà mai la sua fantasia in questa direzione?

Ferragamo, il nuovo logo, il rosso: Maximilian Davis

Ferragamo ha un logo nuovo, anche qui Maximilian Davis ha usato le grazie al posto dei bastoni. Dopo anni di sopimento, Ferragamo è tornato tra le richieste degli stylist – erano anni che non succedeva. Ha trovato una tonalità di rosso con cui identificarsi e i pezzi sull’uomo hanno alcune idee nel dettaglio – come l’interno appunto rosso tra le cerniere usate come cuciture – e riferimenti nobili a Gary Oldman per Prada nel 2012 in un cappotto abbottonato – anche se un colore così intenso ripresenta l’argomento sulle stampe.

Matthieu Blazy per Bottega Veneta: il craftcore ha senso se non è sostenibile?

Bottega Veneta presenta uno sforzo sull’abilità manifatturiera: una maglieria con estrusioni semicircolari come scaglie ottomane; rinforzi su forme aliena sulle spalle; rilievi come trance in tridimensione sulla pelle – tutto questo si definisce craftcore, un codice che concentra l’attenzione di chi scrive, nella speranza che queste sperimentazioni di crafting vogliano scegliere fibre naturali (in maglieria, molte lavorazioni oggi sono purtroppo possibili solo se si aggiunge poliestere e elastan) e pellami italiani da una filiera non intensiva.

Miuccia Prada e Raf Simons: colonne di fiori scendevano dal soffitto

Per quanto la sfilata di Prada, firmata dalla Signora e da Raf Simons fosse un rapporto di equilibrio grafico fra le forme e un’elaborazione di cultura visiva che in molti ammiriamo, per quanto l’understatement rivisitato sulle radici che la Signora continua a nutrire siano robuste, c’era un senso di silenzio e di tranquillità. Proprio da qui, aspettiamo quell’energia di cui Milano ha così tanto bisogno.

Carlo Mazzoni

Bottega Veneta, Matthieu Blazy, direttore creativo dal 2022
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Bottega Veneta, FW23 - maglieria a scaglie e lavorazioni manifatturuere in tessitura
Bottega Veneta, FW23 – maglieria a scaglie e lavorazioni manifatturuere in tessitura
Bottega Veneta FW 2023, elabroazioni in tessitura con effetto di un marco velluto
Bottega Veneta FW 2023, elaborazioni in tessitura con effetto di un marco velluto

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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