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Izyum , Ucraina. Foto di Francesca Mannocchi
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Reportage, guerra in Ucraina, diagnosi della malattia: con Francesca Mannocchi

Reportage e opinione pubblica. La vignetta del Fatto su Francesca Mannocchi è l’ennesimo esempio che rischia di far crollare la risolutezza dei giornalisti che raccontano i conflitti

‘Il cranio impoverito’: la vignetta del Fatto Quotidiano su Francesca Mannocchi

Il cranio impoverito, effetti collaterali di fosforo e uranio sui corrispondenti di guerra è il titolo della vignetta satirica pubblicata dal quotidiano diretto da Marco Travaglio domenica 26 marzo. Davvero tutto è concesso alla satira? «Non insultate il giornale, i giornali sono i loro lettori» commenta Francesca Mannocchi su Twitter ringraziando per i messaggi di sostegno. Probabilmente dovremmo farci due domande anche su noi lettori.

Francesca Mannocchi, professione cronista e scrittrice 

A Francesca Mannocchi non piace la definizione di reporter di guerra – «io sono una giornalista. Quella è una definizione che tendono ad assegnarsi quanti hanno bisogno di mostrare di fare esperienze forti. Mi piace pensarmi come una cronista, e una scrittrice. Sono molte le donne che fanno questo lavoro, che raccontano aree di conflitto e ci sono altrettanti uomini. Stefania Battistini del TG1 sta raccontando questo conflitto continuativamente – non episodicamente – da un anno. Lorenzo Cremonesi del Corriere della sera è lì come inviato da un anno. Un cronista che racconta la guerra è presente in modo continuativo – questo per me significa raccontare le guerre. Non credo ci sia sessismo su chi racconta i conflitti e le aree di crisi – dobbiamo smettere di stupirci e familiarizzare con il fatto che a raccontare guerre siano uomini e donne».

L’azione della guerra è ancora al maschile, il conflitto in Ucraina 

«Quando facciamo questo lavoro di giornaliste in zone di conflitto e di confine, noi donne rischiamo di sembrare più eroine del dovuto. Siamo una generazione di donne che sta vivendo lo spazio che ci spetta. Mi colpisce che continui a sembrare anomalo». La narrazione sull’azione della guerra è incentrata sugli uomini. Ci si riferisce ai soldati al maschile ma in Ucraina ci sono anche soldatesse e volontarie. L’immagine che si dà dei soldati ucraini o russi che muoiono, è declinata al maschile. L’azione appartiene ancora ai maschi, alle donne è destinato il ruolo di aiutanti, personaggi marginali nella narrazione del conflitto. 

Donne e reportage in zone di crisi con Francesca Mannocchi

Durante i suoi viaggi, c’è stata una situazione in particolare in cui si è sentita in pericolo in quanto donna?

«Non ragiono in questi termini, io lavoro come individuo ed essere umano. Evito di scrivere le cose da donna in quanto donna. Faccio il mio lavoro da cronista come lo farebbe il mio collega uomo. Un paio di volte mi è successo di non essere ammessa in luoghi controllati da milizie in Libia ma entriamo nell’orbita dell’aneddotica. Capita che accada in luoghi che hanno tradizioni e interpretazioni della religione diverse dai nostri. Bisogna farci i conti perché è una delle difficoltà del nostro lavoro. Direi che sono episodi che rappresentano un’eccezione in quindici anni di lavoro».

Francesca Mannocchi: l’estetica del reportage tra presenza e presenzialismo

Quanto contano le immagini e quanto conta la propria immagine per fare reportage?

«Ci sono delle situazioni in cui essere presenti davanti alla telecamera può essere di grande ausilio per chi è a casa e ci guarda. Talvolta mi rendo conto che possa sembrare, da parte di chi sta a casa, una forma di eccessivo presenzialismo o di rafforzamento della propria persona o personalità in un luogo. In verità, quando raccontiamo delle zone di crisi o grave rischio è necessario che il nostro spettatore veda il nostro corpo in queste situazioni. Penso alla Somalia, in cui centinaia di migliaia di persone vivono, senza acqua o elettricità, e senza cibo abbastanza per sfamare tutta la famiglia. Io credo una situazione di quel genere possa essere avvicinata di più al nostro pubblico se si vede il corpo della persona narrante che cammina attraverso questi luoghi. È un modo di accompagnare lo spettatore in terre altrimenti lontane. Aiuta molto più di un VoiceOver che rischia di raffreddare o allontanare. Viceversa scadere nell’eccessivo presenzialismo significa diventare la notizia, coprire quelle storie. È un equilibrio delicato, su cui ognuno di noi è chiamato a costruire un bilanciamento perché la televisione è un mezzo di costruzione, delle opinioni e delle conoscenze, ma rischia di corrompere e alterare l’ordine delle priorità». 

Francesca Mannocchi: fare reportage in situazioni di crisi e conflitto e tornare alla vita di ogni giorno

Quando si vivono situazioni così drammatiche come si torna alla vita normale? 

«Io credo che le cose che viviamo si accastellino. Come dei mattoni che si sommano uno sopra l’altro e generano da un lato dolore, dall’altro lato, responsabilità. Quando ci occupiamo di eventi che sono meno all’ordine del giorno rispetto alla guerra in Ucraina, come il dramma del Corno d’Africa o la privazione dei diritti delle donne afghane, rientrare è più semplice perché non torniamo in un’opinione pubblica intossicata. Quello che per me è difficile da un anno a questa parte è tornare da un luogo doloroso come l’Ucraina, testimoniare dei crimini così efferati e trovarmi di fronte ad un dibattito che mi sembra irriconoscibile perché smarrisce il senso delle cose che accadono». 

Dopo aver visto la guerra, la sofferenza, il dolore o la fame come la vede lei, si dorme di notte?

«È la prima volta durante questa guerra che mi capita di sognarla, non noi era mai successo – racconta Francesca Mannocchi per me la domanda sul sonno è complicata perché soffro da sempre di insonnia, non dipende dal lavoro. Quando sono fuori è talmente tanta la fatica fisica, che si dorme per sfinimento. Ora sono appena tornata dall’Ucraina dove le temperature erano talmente distanti dal nostro quotidiano con giornate a meno nove o dieci gradi, che la fatica e lo sforzo fisico che fa il corpo è tale che la sera si crolli, anche perché devi riorganizzare le idee per il giorno successivo. È più difficile stare svegli. Mi capita di tornare e guardarmi intorno e avere un senso di profondo smarrimento. Non è facile rimettere a posto i pezzi dopo trasferte molto lunghe. Torni qui e hai l’ordine delle cose ribaltato rispetto a quello che vedi nella vita degli altri. Non sono gli altri ad essere sbagliati, è solo che l’enormità delle esperienze che ci capita di fare è difficile da sistemare nella vita quotidiana». 

Francesca Mannocchi noi non diamo voce alle persone, ma porgiamo le orecchie all’ascolto. 

Le storie che raccontiamo vengono ascoltate ma vengono davvero comprese? 

Il giornalista è chi ha votato la propria carriera, a volte la vita, al raccontare storie. Personalmente penso che raccontare storie, soprattutto quelle più intime, cambi le persone e le persone, arricchite da queste storie, possano cambiare il mondo. Ci si chiede però se raccontare le vite delle persone in zone di conflitto possa concretamente cambiare la loro realtà o se una volta che i loro racconti arrivano fino a noi si perdano nel mare dell’opinione pubblica.

«Non riuscivo a mettere a fuoco cosa non mi funzionasse della frase ‘dare voce agli altri o dare voce a chi non ne ha’. Negli anni ho capito che le persone che incontriamo e che ci fanno il regalo di raccontarci la loro vita, la voce ce l’hanno solo che non è ascoltata. Quello che mi piace pensare è che noi diamo orecchie e che dobbiamo essere accurati e lucidi nel portare, come si porta un regalo, queste loro voci alle orecchie di chi vuole ascoltare. È un movimento sempre più complicato; trasportare queste notizie alle persone dalla parte privilegiata del mondo e trasferire nelle loro vite storie di dolore. È direttamente proporzionale, tanto è più difficile trasferire queste storie quanto più queste storie sono numerose».

Nelle guerre a pagare sono sempre i civili: storie di vita e di famiglie infelici con Francesca Mannocchi

L’incipit di Anna Karenina di Lev Tolstoj recita ‘Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo’.  Secondo la sua esperienza e le famiglie che ha conosciuto è effettivamente così? Tutte le guerre si somigliano o ogni conflitto porta delle sofferenze diverse? 

«Le guerre sono per loro naturale evoluzione diverse nei protagonisti, nelle conseguenze che implicano e nelle alleanze. Una cosa che accomuna tutte le guerre è che a pagarne le conseguenze sono sempre i civili. Attraverso i civili e le storie singole e le singole biografie sono riuscita a capire quel poco che so delle guerre e questo vale in Libia come in Iraq, in Afghanistan come in Siria, e in Yemen come in Somalia. Posso studiare e studio tutto ciò che è necessario sapere, posso imparare come si nominano le armi, le strategie e le tecniche militari ma alla fine del racconto quello che so della guerra me lo insegnano le persone normali».

Lo scollamento tra la realtà e l’opinione pubblica italiana: la verità del reportage di Francesca Mannocchi

Essere un giornalista, un reporter sul campo significa conoscere la verità. Io penso quindi sono, diventa io vedo quindi conosco. Essere presente porta a conoscere la verità dei conflitti, anche quelle scomode. Come ci si sente quando in Italia c’è chi dice i migranti sono tali non per necessità ma per vezzo economico?

«Questa è la cosa più complicata dei nostri tempi. In ogni viaggio ci capita di attraversare e vivere uno scollamento radicale tra quello che vediamo, che non è necessariamente la verità assoluta ma è una verità fattuale di cui noi siamo testimoni, e quello che viene discusso nei nostri paesi. Sembra che l’essere testimoni di qualcosa non conti più niente. È doloroso». 

La guerra in Ucraina e il dibattito pubblico in Italia con Francesca Mannocchi

In cosa la guerra in Ucraina si differenzia dalle sue esperienze passate?

«Rispetto ad altri conflitti o situazioni di crisi in generale che mi è capitato di raccontare in questi anni il livello di dibattito quando torno a casa è quello che mi colpisce di più perché mi sembra ci sia una diffusa negazione del principio di realtà. Cosa che non accadeva per i conflitti in Medio Oriente o le crisi in Nord Africa. Avere degli opinionisti in Italia che negano la strage di Bucha o i morti nel teatro di Mariupol quando noi, me come altri, eravamo li a camminare in mezzo ai morti è più che frustrante. Questo rischia di veder cedere la risolutezza nel fare il nostro lavoro. Perché tornare dopo aver camminato in mezzo ai cadaveri un giorno dopo la liberazione di una città da un’occupazione militare e sentire che ci sono dibattiti distratti in cui gli opinionisti che non hanno mai messo piede in Ucraina negano che ci fossero quei morti è complicato».

Sette anni fa la diagnosi: Sclerosi Multipla. Francesca Mannocchi lo racconta in Bianco è il colore del danno

Nel suo ultimo libro, Bianco è il colore del danno, edito da Einaudi racconta la sua malattia. Come ha affrontato la diagnosi? La scrittura di questo libro ha aiutato? 

«La scrittura di questo libro è stata un modo di attraversare una notizia che inevitabilmente ha cambiato la mia vita e di dare un nome alle cose. Le paure più grandi, i demoni più complicati da arrestare, una volta che li hai nominati li ha parzialmente disinnescati. Non li hai vinti, però li ha guardati in faccia. Scrivere un libro e destinare questa storia ad altri è come se avessi passato un testimone. La diagnosi resta con me, ma ho reso questa storia la storia di tanti. Una volta pubblicata smette di essere la mia e diventa la storia di tutti quelli che vorranno vederci un pezzo della propria vita, delle proprie insicurezze. Mi ha aiutato a capire cosa stesse succedendo a me e alla mia famiglia. Mi ha anche aiutato a rafforzare l’idea che dovessi imparare non a combattere, perché le malattie non si combattono, non sono guerre, ma a convivere con una cosa che era accaduta in maniera imprevedibile come purtroppo accade a migliaia di persone. Sarebbe sciocco pensare che non cambia nulla o che è tutto come prima. Ho imparato a fare delle rinunce, ho imparato a gestire i tempi in maniera diversa da prima. Ho imparato a chiedermi non se posso continuare a fare una cosa ma come posso continuare a farla. Ancora dopo sette anni, riusciamo a convivere io e lei».

La trincea in Ucraina e la paura per l’indifferenza. Quando è stata l’ultima volta che ha avuto paura? 

«Ho avuto paura l’ultima volta nitidamente in Ucraina un mese fa. Ero in una trincea quasi sulla prima linea del fronte. Ero nascosta, non capivo cosa stesse succedendo intorno a me e questo aveva amplificato la mia preoccupazione. La seconda volta in cui ho provato paura è la paura per il mondo in cui viviamo. Ero in metropolitana e ad un certo punto ho sentito la voce del macchinista che urlava ‘attenti agli zingari’. Mi sono guardata intorno e non si era indignato nessuno. Questo mi ha scoraggiato, perché mi sono chiesta cosa stiamo diventando?» Siamo sempre più abituati all’indifferenza e alla sofferenza altrui che sia un clochard di Milano, un bambino in Ucraina o un migrante. La fortuna e la sfortuna di avere la possibilità di avere sempre, a volte troppe immagini sotto gli occhi fa sì che se ne sia assuefatti. Ci stiamo forse abituando troppo a immagini di dolore e di sofferenza a cui non dovremmo abituarci?

Francesca Mannocchi 

«Volevo raccontare storie, più che fare la giornalista e l’inviata. Avevo chiaro dentro di me che volevo raccontare delle storie in qualsiasi forma avessi avuto la possibilità quindi con telecamera, con la penna o con la radio. Poi una serie di circostanze all’università mi hanno portato alla televisione, erano i primi anni 2000. Da lì un’altra serie di circostanze fortunate hanno fatto sì che avessi la possibilità di lavorare nella redazione di Report e quindi cominciare da stagista là dove molti aspiravano ad arrivare dopo anni di carriera. Quello è stato il mio primo impegno significativo».

Giornalista e reporter collabora con numerose testate giornalistiche, italiane e internazionali. Ha realizzato reportage da Iraq, Libia, Libano, Siria, Yemen, Afghanistan, Ucraina. Ha vinto numerosi premi giornalistici tra cui il Premio Ischia per il giornalismo e il Premiolino 2016. Ha diretto con il fotografo Alessio Romenzi il documentario Isis, Tomorrow presentato alla 75° Mostra internazionale del Cinema di Venezia. È autrice per Einaudi per cui ha pubblicato Io Khaled vendo uomini e sono innocente 2019, con cui ha vinto il Premio Estense, e Bianco è il colore del danno 2021.

Domiziana Montello

La giornalista e reporter Francesca Mannocchi
La giornalista e reporter Francesca Mannocchi; foto di Alessio Romenzi 

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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