Jacob Elordi alla Statale di Milano per la sfilata di Valentino SS24
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Moda estiva, siamo morbidi e usiamo pantaloncini corti – forse troppo corti

Il caldo colpisce le città e un senso di comunità invita la moda ad annientare la formalità scegliendo la tranquillità – che è un modo di vivere, non di vestire

A Lina Sotis non piacciono gli uomini che indossano pantaloni corti in città 

A Lina Sotis non piacciono i pantaloni corti in città. Né per le donne, né per gli uomini. Lina dice che i pantaloni corti si usano al mare con gli infradito – non in città dove ci vuole rispetto per chi ci rimane, d’estate. Piano, con leggerezza ma perseverando, le ho fatto cambiare un poco idea. Viviamo anni di discussione sulla parità di genere e di temperature che si alzano, di inclusione – includiamo anche qualche riga effimera. Le donne possono indossare le gonne in città e gli uomini no? Il Bon Ton è stato rivisto, e così Lina ha convenuto: d’accordo, bene i pantaloni in città, purché non siano troppo corti – fissando una generica barra all’altezza del ginocchio. Sia per uomini sia per donne.

La bellezza della vecchiaia: quel periodo che in pochi hanno già vissuto

Lina Sotis si definisce civettona quando dichiara di avere già ottant’anni invece ne ha solo settanta nove – al contrario di chi si toglie gli anni, Lina se li aggiunge con un tocco di civetteria. A me piace questa parola, civettona. Mi ricorda Corrado e una televisione più cortese di quella che produce Mediaset oggi. Corrado chiedeva a una concorrente della Corrida, una signora in età, se volesse dichiararla, questa età – la signora cambiava discorso con una precisa, impassibile espressività. A Lina Sotis non piace la parola anziano, e si definisce vecchia, ripetendo quanto sia bello essere vecchi: la vecchiaia è un periodo tutto da scoprire, perché non sono in tanti quelli che l’hanno vissuta. Anche l’amore, da vecchi, è più divertente farlo, senza più le pruderie che ci attanagliano da giovani. 

Jacob Elordi come Marco Mengoni – pantaloni corti per Valentino

Jacob Elordi arrivava alla sfilata di Valentino in pantaloni corti, anzi cortissimi – sopra alle ginocchia, su per la coscia verso l’inguine. Elordi è alto quasi due metri, lo stacco di gamba e muscolo ha la variabile dei suoi centimetri. Qualche settimana fa, nell’ultima puntata di Che tempo che fa condotto da Fazio su Rai Uno, Marco Mengoni arrivava in giacca e cravatta e pantaloni corti – molto corti. Come Elordi, altezza punto di stacco appresso all’inguine. Fazio si premurava che Mengoni seduto a gambe aperte non regalasse alla camera i dettagli. Come Elordi, Mengoni vestiva Valentino. 

Nella sfilata di metà giugno qui a Milano, ad apertura delle presentazioni uomo in città, Valentino mandava in passarella uomini in pantaloni corti come nuove icone maschili – gay o etero, trans o fluido sappiamo sia irrilevante. Le altezze non sempre inguinali, ma comunque facile contare una spanna sopra al ginocchio. Il contrasto tra una parte quasi formale sulle spalle, e una coerenza per atteggiamento sulle gambe scoperte.

La bellezza della vecchiaia: «We are so old, we have become young again»

A tante ragazze borghesi non piacciono – ma d’altra parte gli uomini non si vestono più – si sono mai vestiti? – per piacere alle ragazze. I maschi si vestono per piacersi allo specchio. A tutte le ragazze piacciono sia Elordi sia Mangoni – ma è un apprezzamento a consapevole distanza, perché neanche nella loro immaginazione li suppongono al loro fianco o nel loro letto. I tempi sono cambiati, dice ancora Lina nella sua saggezza ed esperienza – uomini o non uomini, maschi fluidi o solidificati in ghiaccio, quelli che mancano davvero sono i corteggiatori. «We are so old, we have become young again» si legge sul fronte di una giacca alla diciannovesima uscita della sfilata di Valentino – Lina Sotis sorride. 

La formalità non esiste più. Non per un uomo, non per una donna. Le situazioni che possano giustificare la richiesta di una formalità devono avere un valore di rispetto condiviso: l’istituzione, la morte. Sarebbe bello che la formalità ci fosse per la politica. La formalità non ha più senso per alcuna celebrazione della felicità e della vita. Sono gli anni della morbidezza, dove la priorità è la rinuncia al consumismo. Perché presentare abiti nuovi ogni tre mesi, se questi abiti non portano intrinsechi un messaggio positivo in questo senso? Nel concreto, l’unico e semplice progetto: eliminare la plastica e il tessuto sintetico da ogni collezione. 

La sfilata di Zegna è dedicata al lino – perché non la canapa?

Mentre per l’inverno c’era una variabile di applicazioni sulla lana – dal cuocerla all’infeltrirla – d’estate Zegna elabora il lino. La scenografia della sfilata in piazza San Fedele si costruisce su 192 balle di lino grezzo, arrivate dalla Normandia. Tutti gli abiti promettono un ragionamento sul lino – anche la pelle è applicata a una fodera di lino, tra inserti di seta, lana riciclata. Non si parla di canapa – quando in vero la canapa è una fibra simile al lino ma più nobile. La canapa è l’unica fibra tessile abile a definire un’industria della moda onestamente sostenibile, l’unica fibra tessile coltivabile in Italia, l’unica fibra tessile che possa presentare un Made in Italy completo fino al reperimento della materia sul territorio. In un’ottica di sostenibilità, bisogna ricordare che dove non sussiste la filiera corta, avanza l’ombra del greenwashing. Zegna procede in un racconto sui filati, sotto un titolo quale Oasi Zegna in riferimento alle colline nei pressi degli stabilimenti storici in nord Piemonte. Tra le presentazioni di moda, Zegna si può permettere di tralasciare il design concentrandosi sull’unico contesto che può definire l’industria tessile del domani: il rigore nella ricerca dei materiali e la creatività stimolata dal rigore del limite. 

Pharrell e la prima volta da Louis Vuitton: il senso delle parole, la differenza tra styling, branding e moda

Ci sarà sempre più bisogno di fare chiarezza. La fiducia comincia da qui, dalla sincerità dell’intento, dal rispetto per la comprensione. Quando osserviamo la presentazione di una collezione di vestiti stiamo osservando un asset per diffondere il concetto base di una produzione vestiaria in vendita. Se tu hai capito che cos’è quell’immagine che potresti comprare e indossare, significa che sai ricordarti l’immagine che ti ha permesso di capirlo; se ricordi un’immagine, questa immagine si evolve in un desiderio. La sfilata è questo: diffusione di immagini coerenti tra loro che possano rimanerti negli occhi. Una sfilata può essere il risultato di un lavoro di styling – come succedeva quando alla direzione di Gucci conduceva Alessandro Michele; può essere una questione di moda, quando la ricerca è sulle forme applicate ai materiali (purtroppo, ancora quasi sempre plastici) come succede da Balenciaga con Demna Gvasalia; oppure, può essere un lavoro di branding come quanto ha appena dimostrato Pharrell da Louis Vuitton.

La sfilata di Pharrell per Louis Vuitton uomo sul Pont Neuf a Parigi

L’abilità di Pharrell per la collezione maschile di Louis Vuitton è più evidente perché sull’altra faccia della medaglia – ovvero per la collezione donna sempre di Vuitton – c’è Nicholas Ghesquière che tutto fa tranne branding, rimanendo concentrato nella coerenza di una moda con i codici di un disegno di moda. Louis Vuitton presenta queste entrambe le dimensioni con un’aderenza alle definizioni precisa da riportare ordine nel sistema. La donna e l’uomo sono così distanti tra loro che riescono, senza toccarsi né interagire, a essere due emisferi di una sola sfera. Pharrell fa branding e si conferma all’epitome di chi si concentra su questo concetto – come tra altri, per esempio, sta facendo Moncler da anni ormai. 

Pharrell sa fare quello che sta facendo meglio di chi ci ha provato fino a oggi. Elabora la scacchiera per da Vuitton (il motivo damier) in una speculazione sul segno: capo dopo capo, si comprende lo sforzo intellettuale. Le pause di logo mania sembrano respiri, come un controcanto che interviene in una melodia hip hop ferma su un solo accordo. Pharrell sa applicare gli strumenti dell’entertainment americano a una casa del lusso francese: si sente a suo agio, sembra un mestierante che ha fatto questo da anni, invece che stare in giro sui palchi a cantare.

La fluidità di Saint Laurent non è così fluida

Fluido si intende un passaggio costante tra uomo e donna, come l’acqua in vasi comunicanti, per osmosi o canali variamenti viscerali – mentre qui si osserva una collezione femminile indossata da uomini. Che ci sia un poco di cancel culture? La fluidità e il rispetto di genere porteranno all’azzeramento del corpo maschile? Non sono discorsi idonei a questo contesto, dove Vaccarello si limita a scegliere uomini con gambe da cerbiatto, fianchi stretti quanto le spalle che spesso scompaiono dentro le macro giacche retrò – ma le domande si possono porre.

Le giacche giganti sulle spalle furono lavorate da Saint Laurent negli anni Settanta e invasero l’immaginario collettivo di massa negli anni successivi e in ogni delirio Pop punk colorato, fino al bianco e nero della donna in carriera di Tom Ford. La sfilata di Saint Laurent è andata in scena in anticipo rispetto alle altre presentazioni e ha avuto luogo a Berlino, per sottolineare come questi abiti non siano pensati per un clima caldo e per qualsiasi altro posto che non sia una città di cemento, club notturni, musica house e reminiscenze di guerra e aria fredda. 

A Milano, una nuova città in questi primi giorni d’estate: il Bon Ton di Lina Sotis, la Fondation Cartier con “Siamo Foresta” alla Triennale, la dedica a Milano e agli alberi

Torniamo a Milano e all’attacco di questo testo. Martedì scorso, ai Bagni Misteriosi, Lina Sotis presentava Il Nuovo Bon Ton insieme a Ferruccio De Bortoli e Andrée Ruth Shammah. Si intitola Il Nuovo Bon Ton perché il primo usciva quarant’anni fa per suggerire ai ricchi di Berlusconi come inserirsi nella società borghese delle dinastie industriali mescolate alla nobiltà austriaca lombarda. Era in questo contesto, l’altra sera, che Lina Sotis spiegava al pubblico quanto interessante fosse la vecchiaia, e si raccomandava di non trasformare altre labbra in canotti abusando di plastica. Oggi il Bon Ton non parla più di formalità, ma racconta con ironia come si può vivere di sincerità ritrovandoci più rilassati e meno vanitosi. I proventi del Nuovo Bon Ton sono devoluti alla piantumazione di alberi nella zona dell’Ospedale Pediatrico Buzzi. 

Il giorno dopo alla Triennale di viale Alemagna, la Fondation Cartier inaugurava la mostra Siamo Foresta – un dialogo tra artisti in buona parte europei e in altra parte sudamericani, sul tema della forestazione, urbana e rurale. Non può sussistere una vita sociale oggi tra persone che vogliono semplicemente godersi la ricchezza. La ricchezza è rispettabile solo se sostiene una positività per gli altri – forse mi ripeto. Neanche i messaggi sono più sufficienti – ci vogliono operazioni. L’imprenditoria di Milano non può che essere etica, e anche la moda vorrà presto capirlo, al netto di tante sfilate.

Milano rifiuta oggi l’immagine di città frenetica, colletti bianchi, mocassini, pantaloni aderenti, camicie fascianti, denotano quel tipo che continuerà a sognare i soldi di Berlusconi ma che Berlusconi per primo avrebbe sminuito come perdente. Milano è un luogo urbano che saprà definire una nuova definizione di città: è l’unica città europea ad averne le potenzialità, solo noi non ce ne accorgiamo. Appare più evidente la necessità di evolvere i codici estetici di una città industriale e commerciale: Milano sta creando nuovi spazi per rendere le giornate più vivibili all’ombra delle fronde di molti alberi, camminando a piedi nelle strade del centro che si stanno trasformando in percorsi pedonali. 

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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L’ossessione per Prada: quanto durerà ancora?

L’industria della moda rimane ossessionata da Prada: l’identità della borghesia, l’ironia ruvida di una signora che cammina a passi svelti, l’orgoglio di una donna che identifica Milano e i milanesi