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Vita lenta in Stintino, Italy @ph_francescatubolino
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Vita lenta per godere ogni istante o vita effervescente per dimenticare se stessi?

Lo slow living come reazione alla globalizzazione: lavoro e guadagno rimpiazzati da benessere e cura di sé – ma aleggia un sentimento di melanconia, il nichilismo dei nostri giorni

Il tempo non è denaro perché il tempo non esiste: la teoria loop quantum gravity

La nostra idea di tempo come unità quantizzabile e misurabile, è piuttosto recente e legata all’idea di produttività. Il concetto di ‘il tempo è denaro’ spiega bene la concezione di una vita consacrata alla produzione di beni e al guadagno. Il tempo dedicato alla produzione quantificabile dei beni, diventa esso stesso un qualcosa da misurare. Società ed economia sembrano ruotare intorno al concetto di tempo proprio mentre in fisica esso viene del tutto annullato. 

I fisici sono arrivati a sostenere l’idea dell’inesistenza del tempo. La teoria loop quantum gravity descrive come si muovono le cose l’una rispetto all’altra, senza alcuna necessità di parlare di tempo. Concepito per la vita quotidiana, il tempo smette di essere necessario quando si studiano le strutture più generali del mondo. Si ha quindi una soggettivazione del concetto di tempo. Anche in antropologia il tempo è un costrutto sociale. Il fondamento delle categorie di tempo è il ritmo della vita sociale. Le attività organizzate in ciò che usiamo chiamare ‘lo scorrere del tempo’ sono un costrutto storico-culturale e il calendario scandisce il ritmo delle attività collettive regolarizzandole.

Lockdown e auto-sospensioni per combattere il male dell’infinito, la prima fragilità umana

Dietro questo c’è un distacco della cultura occidentale, dalla natura e una paura del suo arresto. Ciò che manca alla nostra civiltà è l’idea del limite. La nostra cultura è priva dell’illuminazione che proviene dalla pratica delle auto-sospensioni. Potrebbe essere proprio questa brama dell’oltre ogni limite, chiamata anche ‘il male dell’infinito’, la fonte dei problemi che affliggono la società moderna, la nostra fragilità umana. 

I lockdown in piena pandemia hanno arrestato gli ingranaggi di questa macchina economica che siamo abituati a pensare non solo come inarrestabile ma anche come universale, come un qualcosa di sacro e intoccabile. Tutti hanno dovuto ripensare i propri spazi e tempi all’insegna di un unico e collettivo scopo: rallentare. Una vita slow dettata dalla necessità che richiama un differente stile di vita praticato da sempre più persone in tutto il mondo ormai. Un approccio lento alla vita che promuove benessere e sostenibilità ambientale. 

Cambiare stile di vita per prendersi cura di se stessi: l’individuo e la sua appartenenza alla comunità 

Oltre il novanta per cento degli italiani si dichiara pronto a cambiare il proprio stile di vita per una società più sostenibile, di questi, circa il quaranta per cento è pronto ad attuare un cambio radicale delle proprie abitudini, dalla mobilità ai consumi alimentari. L’identità non è soltanto l’atto di partire da sé per attuare un cambiamento, essa è anche un tornare a sé. La necessità di occuparsi di sé. Che è una responsabilità, a volte un peso. Ci si chiede se sfuggire alla solitudine, intesa come la cura di sé, non rappresenti anche un alleggerimento di questa responsabilità. Un discorso applicabile sia all’individuo sia alla sua appartenenza alla comunità.

Le vie di fuga dall’Antropocentrismo dei civilizzati

Diverse culture predispongono vie di fuga come soluzioni indispensabili e salutari all’effetto “gabbia” che ognuna di esse tende a produrre. Una convivenza utile tra gli esseri umani è possibile solo a patto di realizzare una convivenza utile con la natura. Aspetto questo da sempre trascurato nell’Antropocentrismo imperante nella società dei civilizzati.

A parte il coprifuoco durante la seconda guerra mondiale, la società italiana, prima dei lockdown pandemici, non aveva mai avuto esperienza diretta di provvedimenti così drastici e restrittivi. Le chiusure o sospensioni sono abitualmente ascrivibili a periodi di riposo, svago, ferie, vacanze. Sono una pausa dalla routine a scopo ricreativo. In genere, un momento piacevole, atteso e gradito.

L’ekyusi BaNande del Nord Kivu è simile allo shabbath della terra ebraico

L’ekyusi dei BaNande del Nord Kivu – Congo e lo shabbath degli ebrei sono invece “traumi” che una cultura impone a se stessa. Auto-sospensioni mediante le quali una cultura si costringe a “mettere tra parentesi” se stessa e le proprie pretese di dominio. Un valido modo per riconoscere che, oltre a se stessa, vi sono altre realtà – la terra, la foresta, … – da cui si ricavano risorse e che potrebbero esistere benissimo anche senza gli esseri umani. 

L’ekyusi è molto simile allo “shabbath della terra” ebraico. Sono fasi necessarie e ineludibili della visione che BaNande ed ebrei hanno – o avevano – della propria storia. In entrambi i casi, si tratta della conquista di un territorio, di una sorta di progresso, e in entrambi i casi è previsto non solo il suo arresto, ma un ritorno alle condizioni iniziali, pre-agricole, pre-culturali. Per tutto il periodo della sospensione è vietato coltivare la terra, si possono solo raccoglierne i frutti spontanei. Un retrocedere a un’economia della raccolta.

Slow living, un movimento nato in Italia negli anni Ottanta come slow food per cui i valori sono il benessere e la cura di sé, non il lavoro e il guadagno

Vivere una vita più in sintonia con la natura sembra essere la base della filosofia dello slow living, un movimento nato in Italia negli anni Ottanta come slow food, per una cultura dell’alimentazione lontana e differente da quella dei fast food, e pian piano estesosi a tutti gli aspetti dell’esistenza. Lo slow living come reazione alla globalizzazione. Se in quest’ultima i valori sono lavoro e guadagno, nel mondo lento lo sono benessere e cura di sé. Riscoprire il potere della lentezza per ricordarsi quanto sia importante rimettersi al centro della propria vita. 

Lo slow living viene indicato come un vero e proprio atto d’amore verso se stessi, uno stile di vita incentrato sulla risintonizzazione dell’essere con i propri ritmi biologici e naturali in modo da trovare un equilibrio tra la vita frenetica del mondo moderno e le necessità del proprio organismo. 

La slow life non chiede e non cerca un cambiamento del mondo intorno all’essere umano, piuttosto un diverso approccio della persona con l’ambiente che la circonda. Basta seguire pochi ma ben definiti passaggi: Vivere a contatto con la natura, in campagna oppure in città, ritagliandosi del tempo per fare delle passeggiate. Riscoprire il piacere del riposo, del giusto sonno e delle pause rigenerative. Praticare una vita più ecosostenibile facendo scelte green. Dall’alimentazione all’abbigliamento, preferendo prodotti naturali, locali, artigianali, stagionali.  Liberarsi del superfluo e creare un ambiente confortevole, accogliente ed essenziale in cui vivere. Curare il corpo e la mente con l’attività fisica e la meditazione.

Vie di fuga e meditazione per salvare le culture e se stessi

Se le vie di fuga sono la soluzione che alcune culture hanno trovato per salvare se stesse, la ricerca introspettiva potrebbe essere la via di fuga necessaria all’uomo per salvare se stesso.

Lo scopo della meditazione zen, per esempio, è molto introspettivo: conoscersi di nuovo, riscoprire se stessi al netto degli schemi e delle convenzioni sociali. L’azione della pratica della meditazione è riscontrabile su più piani: fisico, emozionale, psicologico. Studi e ricerche hanno evidenziato benefici oggettivi quali la diminuzione della frequenza del respiro e della pressione sanguigna, un aumento della funzionalità cognitiva, della stabilità emotiva, e un diffuso senso di benessere.

Il valore del tempo per il benessere della lentezza

Se fisici e antropologi hanno cercato di ridimensionare l’importanza attribuita al tempo, i sostenitori del vivere lento sembrano invece focalizzarsi sul dargli un ritmo diverso. E così la lentezza si contrappone alla frenesia, ma il tempo rimane comunque il punto centrale dell’esistenza. Al tempo viene attribuito un valore immenso. E proprio alla qualità del tempo la capacità di determinare il benessere. 

Eppure rallentare non è facile come sembra. La velocità tutto sommato affascina. È una scarica di adrenalina. È uno strumento utile a distrarci dalle domande più grandi e profonde sulla propria esistenza, sul proprio essere. 

L’effervescenza collettiva al tempo dell’economia della solitudine: l’appartenenza alla comunità sembra essere sempre più sfuggente

Nella nostra cultura l’attaccamento dei corpi individuali all’ordine simbolico della società dipende dall’effervescenza collettiva legata a riunioni di gruppo e all’interazione che ne consegue. I simboli collettivi hanno la capacità di entrare nelle menti e nei sentimenti degli individui e di conservarsi qui efficacemente: ciò perché le energie in gioco sono legate a quello che le persone sentono come sacro per la vita del gruppo. 

Il sistema capitalistico ci spinge a pensare solo a noi stessi e a vedere gli altri come concorrenti o nemici generando così una sorta di solitudine strutturale. In questo mondo in cui l’appartenenza alla comunità sembra essere sempre più sfuggente, il bisogno di appartenenza è rimasto. E, laddove l’individuo non riesce da solo a creare l’effervescenza collettiva, sono intervenute le imprese a colmare questo vuoto. 

La cosiddetta “economia della solitudine” ha iniziato a espandersi sempre più per donare a chiunque ne faccia richiesta quel lieto inebriamento che otteniamo quando facciamo qualcosa con gli altri. Attività di ogni tipo, che spaziano dallo sport ai viaggi, necessarie a inebriarsi e non avere neanche il tempo di pensare alla propria solitudine.  

La melanconia è il sentimento del nichilismo di oggi

Tuttavia, tra gli italiani sembra prevalere una vaga mestizia, nella consapevolezza della finitezza soggettiva e dell’impotenza di fronte a quel che sta accadendo. Le grandi narrazioni di ascesa individuale non catturano più: le simbologie mobilitanti del turbo-consumismo sono destituite di vigore. Tra gli italiani ora prevale piuttosto la voglia di essere se stessi, con i propri limiti, ispirandosi a una filosofia di vita molto semplice: lasciatemi vivere in pace nei miei attuali confini soggettivi. I meccanismi proiettivi della rampante società dei consumi, che spingevano le persone a fare sacrifici per adattarsi, elevarsi, modernizzarsi, arricchirsi e imbellirsi, hanno perso presa e capacità di orientare e stimolare i comportanti sociali. I grandi miti proiettivi non funzionano più come nel recente passato: nel complesso, l’ottanta per cento degli italiani non ha voglia di fare sacrifici per cambiare, per diventare altro da sé. Per molti, la grande disillusione – diventata sfiducia – rispetto ai meccanismi di mobilità sociale ascensionale è ormai tracimata nell’esplicita rinuncia all’autopromozione individuale e nell’antitetica voglia di vivere per quel che si è. 

È la melanconia a definire oggi il carattere degli italiani, il sentimento proprio del nichilismo dei nostri tempi, corrispondente alla coscienza della fine del dominio onnipotente dell’io sugli eventi e sul mondo, un “io” che melanconicamente è costretto a confrontarsi con i propri limiti quando si tratta di governare il destino. 

Dallo slow food allo slow living: è solo nostalgia?

Il movimento dello slow living è nato sull’onda lunga dello slow food, sorto nel 1986 in occasione dell’apertura del primo McDonald’s a Roma, allorquando un gruppo di attivisti diede luogo a una manifestazione contro la cultura del fast-food cui seguì, nello stesso anno, la nascita dell’associazione Arcigola – Slow Food Movimento per la tutela e il diritto al piacere, che aveva come obiettivo una cultura del cibo alternativa al fast-food. 

Dalla sua fondazione, Slow Food ha spostato sempre più l’interesse dal consumo di cibo a tutto il contesto produttivo che lo caratterizza, al punto che tale processo evolutivo è noto come passaggio da movimento gastronomico a movimento ecogastronomico. 

Tra le critiche più ricorrenti mosse al movimento c’è la considerazione che esso si configuri come una forma di nostalgia per un passato rurale, priva di reale concretezza, con il rischio di diventare una mera forma di localismo o provincialismo. Altri critici vedono nel ripudio di Slow Food della modernizzazione e dell’industrializzazione una follia universale che ignora i reali benefici legati al progresso tecnologico. L’ostilità di Slow Food verso la macchina anela una nostalgia verso una vita bucolica e non ammette le difficoltà, la monotonia e soprattutto la fatica che caratterizzava quel mondo. Inoltre, esso stesso, nonostante tutto, si avvale di moderne tecnologie per diffondere il proprio credo.

La filosofia dello slow living ai tempi dei social network

Anche la filosofia dello slow living utilizza molto la comunicazione via web, in particolare tramite i social network, dove si trovano svariati profili che promuovono lo stile di vita lento e in armonia con la natura attraverso post e fotografie che raccontano o raffigurano questo stile di vita alternativo  alla “banalità” delle metropoli e del loro caos. Una sorta di etnografia per immagini e video che vuole far assaporare, attraverso gli schermi, il piacere di vivere una vita slow e portare magari anche tranquillità nella quotidianità degli utenti. 

Assaporare i piaceri dello slow living grazie allo scrolling di homepage e feed, oppure approcciarsi in maniera differente ai social network attraverso il fenomeno sociale e culturale della vita lenta. 

Disurbanamento e rurbanizzazione: dal processo di smaterializzazione nascono luoghi ibridi che minano il sentimento di l’appartenenza alla comunità 

Tra i frutti della globalizzazione figurano due fenomeni in particolare: il processo di smaterializzazione che, annullando l’importanza della presenza fisica, fa sì che i luoghi e i paesaggi tendano ad equivalersi e a stemperarsi l’uno nell’altro, e la a-territorialità dei grandi capitali, che agiscono in modo irresponsabile verso la realtà comunitaria e l’appartenenza alla comunità. Considerati esiti inevitabili del progresso, questi due fenomeni hanno contribuito alla perdita del senso del luogo. I fenomeni spontanei di controesodo, di disurbanamento e di ‘rurbanizzazione’ dovrebbero indurci a ritenere ormai superata la vecchia distinzione tra città e campagna, tra aree urbani e aree rurali. Dovremmo usare espressioni ibride come ‘campagne urbane’ o “sistemi locali rurali post-industriali” per descrivere quello che prima era genericamente rurale o urbano. Dovremmo parlare di un continuum urbano-rurale.

Se, per coloro che fuggirono dalle campagne negli anni Cinquanta e Sessanta, la città costituiva una sorta di liberazione dalla promiscuità in cui viveva nelle vecchie abitazioni rurali, per i loro figli essa è diventata una gabbia. Andare ad abitare nelle aree rurali periurbane è ora un modo per sfuggire all’anonimato delle città e godere di più saldi legami sociali. Indubbiamente hanno il loro peso in queste scelte anche le motivazioni economiche: caro affitti e carovita in generale. La percezione del rurale come ambito in cui la dimensione umana può esprimersi meglio deriva dall’atteggiamento contraddittorio che abbiamo nei confronti della civiltà urbana. È già accaduto in altre fasi storiche. Quando la città delude troppo e diventa solo negozio, allora iniziano le fughe da essa, ben testimoniate anche dalla letteratura: le arcadie, le nostalgie per una più o meno mitica età non-urbana. Quando invece la città assume più i connotati dell’agorà, allora immediatamente ci affrettiamo a distruggere questo tipo di luogo, perché contrasta con la funzionalità della città come mezzo, come macchina. Voler superare tale contraddittorietà è cattiva utopia. Occorre invece valorizzarla in quanto tale, farla esplodere, darle forma perché la nostra domanda così contraddittoria può generare soluzioni creative.

La smaterializzazione del reale abbraccia anche il virtuale

 La filosofia dello slow living sui social network è chiara: rallentare. Godersi la magia dei piccoli momenti quotidiani catturati da foto e videocamere e condivisi su pagine e profili. Attimi di vita quotidiana catturati in una qualsiasi parte del Paese o del mondo e fruibili da chiunque attraverso il web. Ma gli istanti di vita lenta promossi dai social non riguardano solo le zone rurali, anche località turistiche e città metropolitane. Quest’ultime ritratte nei loro “banali” aspetti quotidiani. Indagante non tanto nel loro essere quanto in ciò che trasmettono, nella percezione stessa che le persone hanno di esse. Un esempio chiaro del processo di smaterializzazione e di creazione di luoghi ibridi, non solo tra il rurale e l’urbano, ma anche tra il reale e il virtuale. 

Isolamento pandemico, grandi dimissioni e slow living sono davvero interconnessi? La great resignation

Nel tentativo di motivare l’esplosione del movimento slow living in generale ma sui social network in particolare, si è ipotizzato una relazione con le chiusure e l’isolamento pandemico e le conseguenti “grandi dimissioni”. L’aver avuto la possibilità di mettersi in pausa avrebbe stimolato le persone, soprattutto i giovani, a riflettere su presente e futuro, mettendo così in dubbio i punti fermi del precedente stile di vita e lavorativo, motivandole verso stili alternativi, tra cui appunto lo slow living.  La great resignation ha riguardato maggiormente gli Stati Uniti, in Europa il fenomeno è rimasto marginale. In Italia il novanta per cento delle dimissioni nel 2021 è attribuibile al mercato del lavoro stesso.

Ogni cosa ha il suo tempo: la vita lenta incontra la solitudine dell’esistente

Dunque la filosofia dello slow living sembra essere: ogni cosa ha il suo tempo. Non più corse in affanno e ansia per riuscire ad adempiere a tutte le mansioni ma dare il giusto tempo e spazio per ogni attività e, soprattutto, per curare se stessi. Sembra dunque il tempo di ritrovare se stessi, da soli, in quello che Levinas chiamava la solitudine dell’esistente. Isolarsi per il fatto di esistere, ecco il vero significato dell’essere. E allora anche il concetto di tempo cambierà, perché esso non fa parte del modo d’essere di un soggetto isolato e solo, ma è la relazione stessa del soggetto con altri.

Irma Galgano

Napoli, vista da Posillipo
Napoli, vista da Posillipo

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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