Render del Vecchione in Piazza Maggiore riprogettato da Parasite 2.0
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Confronto fra design e folclore: il progetto Parasite 2.0 per il capodanno di Bologna

I Parasite 2.0 hanno sperimentato la riprogettazione del tradizionale Vecchione del capodanno di Bologna: il simbolismo dell’anzianità, la sacralità del fuoco, e la rappresentazione delle forme di potere

Riprogettare una tradizione: il Vecchione del capodanno di Bologna

Il design oggi sembra sempre più lontano dalla dimensione popolare, per così dire popolana. Le feste folcloristiche cosa hanno a che spartire con la dimensione del progetto speculativo dei designer contemporanei? I Parasite 2.0, forse uno dei collettivi più interessanti nel design italiano, hanno sperimentato la riprogettazione del Vecchione del capodanno Bolognese.

Come nasce il vostro coinvolgimento in questo progetto? Che valore ha per voi il capodanno?

Ce lo chiediamo anche noi. Il Comune di Bologna ha lanciato un bando pubblico nel 2021. L’idea del progetto ci sembrava così folle che abbiamo deciso di partecipare. Non ci credevamo molto. Si tratta di una cosa abbastanza folcloristica e non credevamo di avere particolari chance di vincere il concorso. Come sempre in queste occasioni in cui crediamo di essere fuori posto, spingiamo l’acceleratore proponendo idee che possono apparire un po’ estreme. Spesso accade poi sono proprio queste idee ad attrarre. Ci ritroviamo con queste follie in mano da dover trasformare in realtà.

C’è quella frase di Antonio Gramsci sul Capodanno che tutti ripostano ogni anno per darsi un tono. Poi c’è il capodanno in stile Vanzina: neve, champagne, nudità. Quel pezzo del Carnevale che cita Brigitte Bardot. C’è anche del mistico e magico. Il vecchione crediamo appartenga a questa sfera. Bruciando questo pupazzo ci vogliamo togliere qualche sassolino dalla scarpa. Quindi per noi questo Capodanno ha un valore quasi di purificazione, tipo pulizie di primavera ma a capodanno.

Dalle sculture rupestri alle chiese, il design nasce con il sacro

C’è qualcosa di sacro in tutto ciò, e in fondo credo che il design senza il sacro non possa proprio esistere. Mi sbaglio?

La storia della progettazione è legata al sacro. Basti pensare alle innovazioni progettuali introdotte nei primi assemblaggi di rocce, nei templi delle differenti cosmologie, nelle chiese. In un libro di Frederick Kiesler ripubblicato di recente, ci si concentra nella ricerca delle origini della progettazione. Questo viene fatto tracciando una storia universale delle abitazioni umane, dagli albori dell’umanità alle abitazioni degli animali, fino agli slum delle metropoli del XX secolo. Il libro è diviso in dieci parti e vuole essere una sorta di trattato neo-Vitruviano. Si chiama Magic Architecture, per questo ci interessa in questa circostanza. Il sacro, il paranormale, la magia, sono tutti aspetti legati alla progettazione, in quanto creazione di cose, oggetti, manufatti. 

Il legame tra design, progettazione, sacralità e potenza divina

Progettare ci avvicina al ruolo di un dio come creatore del tutto. Forse è un po’ per questo motivo che architetti e designers si sentono divini. Si arrogano il diritto di dare forma al mondo per gli altri. In completo opposto, Kiesler dice che magic architecture is every-man’s architecture, a cavallo tra realtà e sogno, cercando però di risolvere i problemi urgenti del pianeta. Secondo lui c’è anche un aspetto di sacralizzazione del corpo in quanto birth of design, intendendo il momento in cui man discovers his capacity to convert his own body into a dream image through painting or make-up.
Il vecchione ha dentro il corpo il simbolismo dell’anzianità, la sacralità purificatrice del fuoco, ma anche la rappresentazione istituzionale e delle forme di potere. Il tutto avviene in Piazza Maggiore, con le sue stratificazioni storiche intrise di giochi di potere politico, ecclesiastico ed economico. Quindi il legame tra progettazione e sacro va di pari passo al legame tra progettazione e potere. 

Il collettivo Parasite 2.0 e il folclore

Avete ancora voglia di lavorare a un livello trasversale al di là di ogni livello di lettura, il rito di piazza può essere un accesso speciale al design?

Sì, abbiamo ancora voglia di lavorare a livello trasversale e fare qualsiasi cosa ci stimoli e renda felici, senza porci nessuna barriera professionale. Il rito è sempre stato importante per noi, anche nella vita privata. Ci piace la ritualità del ritrovarci insieme ad amici e persone a cui siamo legati in maniera quasi sacra.
Un piacere questo che ritroviamo nei riti di piazza e nelle celebrazioni pagane, dove esiste un aspetto di follia affascinante. Si pensi al carnevale: dietro la maschera può esserci chiunque e per una volta è possibile essere tutto ciò che si vuole, che affascina. Oggi secondo noi questo aspetto lo si ritrova  ad esempio nel mondo del clubbing.

Il design come ripensamento di noi stessi e delle relazioni

Il rito, che sia di piazza o no, può essere un accesso speciale al design. Ma più che al design di cose, al design inteso come ripensamento di noi stessi e delle relazioni. Anche del mondo che ci circonda e delle regole che lo caratterizzano. Osserviamo ad esempio il mondo dei rave e dei festival musicali organizzati dal basso. Negli anni queste esperienze – vedi Castlemorton, Spiral tribe, o anche festival oltreoceano come il Burning Man delle origini – sono stati bacini di sperimentazione proprio attraverso il rito. Una sperimentazione su tutti i livelli: rapporto con il corpo e la sessualità; gli stati di alterazione della coscienza; la condivisione e la collettività; le risorse finanziarie e la loro gestione; la sfera musicale nella vita quotidiana. E si potrebbe andare avanti per molto nel citare esempio.

Il Vecchione, la torre come metafora e l’ACT nella psicologia: usciamo dalla nostra mente e viviamo il presente

Nel vostro progetto cosa rappresenta davvero quel vecchio dentro la torre che dobbiamo liberare?

Liberiamoci dai noi stessi e dalle nostre paranoie e condizionamenti. Dalle strutture in cui siamo intrappolati, come la necessità di trovare senso al tutto e intellettualizzare o contestualizzare qualsiasi azione della nostra vita. Vogliamo vivere, non sopravvivere. Ecco, a Bologna la notte del Vecchione la vogliamo condividere con i nostri amici, divertendoci senza pensieri. Niente di serio, o meglio, di serioso. 

In delle pratiche della psicologia contemporanea tra cui l’ACT è presente un aspetto che riteniamo meriti attenzione: si cerca di capire da dove viene la mania umana del vivere nei propri pensieri e mai nel presente. La mente umana moderna e le sue incredibili capacità di comprensione sono il risultato di 100.000 anni di evoluzione. Dall’Homo-Sapiens le menti si sono evolute per aiutarci a sopravvivere: vedo una macchia gialla dietro quella siepe? Potrebbe essere un leone. Osservo meglio, elaboro. Decido se scappare o come reagire. 

L’insegnamento di Stevan Hayes, fondatore dell’ACT

Insomma la mente primitiva era un dispositivo per non farsi uccidere. Stevan Hayes, fondatore dell’ACT, ci dice che dopo 100.00 anni di evoluzione la mente umana è sempre all’erta, impegnata a giudicare e valutare tutto quello che ci succede, tra passato e futuro, buono o cattivo. Ovviamente questo non avviene più valutando se questo o quell’animale selvatico ci sbranerà, ma se esiste la possibilità  di perdere il lavoro, se siamo abbastanza in linea con le prerogative sociali e con cosa pensa la gente di noi, se soddisfiamo le volontà che il mondo ci incolla addosso. Insomma, investiamo infinite energie in questi grovigli di pensieri che non ci consentono di vivere. Mettiamoci noi stessi dentro quella torre del Vecchione, insieme con  tutto il nostro mondo di paranoie. Ri-progettiamo il nostro rapporto con le cose, con le relazioni e con gli altri. Ri-progettiamo noi stessi in maniera più autentica. 

Leonardo Caffo

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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