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L’assassinio dell’imperatrice d’Austria

L’ultima imperatrice d’Europa, Elisabetta d’Austria fu assassinata a Ginevra da un anarchico italiano: una donna tanto fragile quanto in vista, in un ritratto di Luchino Visconti con Romy Schneider 

La storia dell’assassinio di Elisabetta, imperatrice d’Austria, per mano di Luigi Lucheni, anarchico italiano

Elisabeth, imperatrice d’Austria, fu assassinata a Ginevra, il 10 settembre del 1898. Morì a 61 anni. A ucciderla fu un italiano, un fanatico anarchico, di nome Luigi Lucheni, che la pugnalò per strada, in pieno giorno. L’imperatrice stava camminando in incognito, avendo rifiutato la disposizione degli organi di polizia per la sua sicurezza: si stava dirigendo al molo per imbracarsi sul traghetto, a passo svelto sul viale lungo il lago. Era accompagnata da una contessa ungherese, parlando con lei in francese. Senza preambolo o avvisaglia, Luigi Lucheni sbucò da dietro un albero, le rovinò addosso, la fece cadere a terra. 

L’impressione fu quella di uno scontro senza ragione, di una persona alterata o squilibrata – nessuno si accorse che, dietro a un mazzo di fiori, Lucheni aveva nascosto un pugnale lungo e sottile, appena lavorato dall’arrotino: una lama triangolare da falegname. Con un solo colpo fortunosamente preciso come quello di un chirurgo, Lucheni, trafisse il ventricolo del cuore dell’imperatrice d’Austria senza che i presenti se ne accorsero. Elisabetta si rialzò, un poco confusa e tramortita, si ricompose e riprese la passeggiata. Raggiunse l’attracco, salì sul battello con il quale avrebbe navigato per il lago in un giorno qualsiasi di villeggiatura. 

Il battello salpò, e fu solo ancora dopo altri minuti, che l’imperatrice perse i sensi. Le slacciarono il corsetto, rigido, talmente stretto da aver contenuto l’emorragia interna: una piccola macchia scura apparve sulla stoffa più intima, sotto il seno. La contessa ungherese urlò, rivelando chi fosse la passeggera a bordo. Il battello rientrò, l’imperatrice spirò un’ora più tardi. 

Luigi Lucheni e il regicidio di Ginevra: l’imperatrice in incognito

Luigi Lucheni fu arrestato. Interrogato sulla ragione del suo gesto, rispose che voleva uccidere la corona che opprimeva le genti. Lucheni era arrivato a Ginevra per uccidere una testa regnante, quella che avrebbe saputo colpire – il suo scopo era il regicidio (un delirio maniacale che alimentò spiriti sovversivi e che ebbe conseguenze più gravi di quanto si potesse immaginare: due anni dopo, sarebbe stato assassinato il Re d’Italia a Monza; 16 anni più tardi l’assassinio dell’erede d’Austria avrebbe innescato il primo conflitto mondiale). 

La cittadina di Ginevra appariva come ritrovo estivo d’abitudine per l’aristocrazia europea. Sulle cronache locali e sui dispacci alberghieri, capitava fossero riportati i nomi di chi passava in transito o per soggiorno – Lucheni era in attesa del pretendente al trono di Francia, il duca d’Orleans. Uno scudiere lo avvertì dell’arrivo dell’imperatrice e gli diede suggerimento su come riconoscerla – vestita di nero, con un velo sul viso, senza scorta né seguito. Lucheni, si può supporre, non avrebbe potuto sperare di meglio. Sarebbe poi stato condannato all’ergastolo, in cella, trovato impiccato, suicida o ucciso, non si seppe mai. La sua testa sarebbe divenuta oggetto di studio in quegli anni quando l’anatomia cercava tracce fisiologiche di una mente criminale seguendo le teorie del Lombroso. 

In Europa, solo tre donne potevano vantare il titolo di imperatrice: le pagine di Proust

In quegli anni in Europa, vivevano e sopravvivevano altre due donne che potevano vantare il titolo di imperatrice (la regina Vittoria d’Inghilterra era imperatrice, sì, ma delle Indie). Una non era più in carica: Eugenia, imperatrice di Francia fino al 1870, deposta e in esilio in Inghilterra – la incontravamo nelle pagine di Proust quando, anche se ancora sul trono di Parigi, non era invitata nei salotti del circolo dei Guermantes, il cui snobismo portava a ritenere il lignaggio della sovrana non abbastanza rilevante. La seconda, l’imperatrice di Germania era titolare di un impero appena formato e che contò un’esistenza di appena 47 anni, cadendo nel 1918. 

Nessuna di queste due signore avrebbe gradito competere con l’imperatrice d’Austria, sovrana di un impero d’Asburgo che scendeva da Carlo V e che, per quanto decadente fosse, restava conseguenza del Sacro Romano Impero. Se si fossero azzardate sul lignaggio, le dame di Saint Germaine sarebbero svanite a un solo battito di ventaglio dell’imperatrice d’Austria.

La confederazione germanica e le colonie italiane e l’Ungheria

Quando Elisabeth diventò imperatrice sposando Francesco Giuseppe d’Asburgo nel 1854, l’Austria era la prima potenza d’Europa. L’imperatore era anche il presidente della confederazione germanica, formazione voluta da Metternich al Congresso di Vienna dopo la caduta di Napoleone – come a dire ancora che in Europa, se di Impero si doveva parlare, uno solo soltanto era e sarebbe esistito. L’Austria possedeva l’Italia – il Lombardo Veneto era una colonia meridionale e mediterranea, Trieste il primo porto. A Modena, Parma, in Toscana governavano membri cadetti della famiglia d’Asburgo – un dominio che sarebbe caduto con la battaglia di Solferino. Di ragione e di fatto, l’imperatrice d’Austria era la donna più celebre per i costumi della sua epoca, ovvero di quasi tutto l’Ottocento – ancora al netto della Regina Vittoria che era una figura politica e decisionale.

Sembra che nei primi anni da sovrana, Elisabeth tentasse di esprime il suo parere a livello politico. Prova potrebbe esserne il riconoscimento dell’Ungheria. Le fu rinfacciato, ai tempi dei fatti, un indebolimento austriaco, la doppia corona: imperatori d’Austria e Re e Regina d’Ungheria – ma gli storici sembrano concordare che fu un avvallamento a una deriva nazionalista ormai inarrestabile nel continente.

Romy Schneider, Elisabetta d'Austria in Ludwig (1973) di Visconti
Romy Schneider, Elisabetta d’Austria in Ludwig (1973) di Visconti

La battaglia di Solferino e la vita alla Hofburg, Elizabeth Wittelsbach

L’invito a restare in una dimensione formale e non sostanziale; la protezione dal campo di battaglia quando a Elisabeth fu negato il permesso di raggiungere il marito a Solferino; le maternità ravvicinate; un rapporto ostico con una suocera che aveva rinunciato al trono per il figlio primogenito; queste e quante altre evenienze avrebbero spinto unaa donna un ruolo di consorte, coltivando con strategia sia il piacere e l’igiene quotidiani, sia il culto di una leggenda. Elisabetta vestì di nero dopo la morte di suo figlio Rodolfo che si suicidò con un colpo di pistola alla tempia. Indossava una vela nera sul volto, per coprirlo – qualcuno ha scritto che si trattò dei segni sulla pelle di una malattia venerea che le trasmise l’imperatore, ma forse sono solo maldicenze.

La Hofburg di Vienna probabilmente non era un posto piacevole per vivere – oltre che a quei tempi, tra la dimensione ministeriale e amministrativa degli uffici e la scarsa modernità di un palazzo stratificato, si può supporre come una delle donne più ricche del mondo potesse preferire vivere a Corfù o girare su un panfilo.

Al di là di un momento iniziale, tra timidezza e ragguaglio, Elizabeth di Wittelsbach appare oggi come una donna che comprese il ruolo riservato all’imperatrice d’Austria, che ne seppe gestire i doveri e apprezzare i privilegi, consapevole del dominio sulla società d’Europa. 

Quando Elisabetta fu uccisa, si trovava nella località amena dove usavano ritrovarsi quelle persone per le quali l’imperatrice d’Austria era matrice di gerarchia: rimanendo in incognito e defilata, sarebbe apparsa più inarrivabile. Sono meccanismi che funzionano bene anche oggi. Tutt’oggi girano a Parigi le copie delle stelle di diamanti che Elisabeth indossò per posare a favore di Winterhalter – ancora a fomentare uno snobismo che ricorda quello medesime dame che però, se non ricevevano la Bonaparte, aspettavano uno come Proust. 

Elisabetta d’Austria e la fragilità di una donna che diventa potenza: nacque il 24 dicembre 1837

L’anoressia, la mononucleosi: supposizioni si sono evolute sulla fragilità sia fisica sia psicologica della donna, ma sorge il dubbio che anche la fragilità fosse un sintomo della sua potenza umana. (Lampoon è un giornale che trova nella fragilità la prima ispirazione per ogni racconto – ed è anche per questo che pubblichiamo questo testo). Le leggende nascevano intorno alla sua figura: l’ossessione per la sua bellezza era un argomento personale o un tema di stato? 

Nasceva la vigilia di Natale, Elisabetta – che in tanti chiamano Sissi – ovvero il 24 dicembre 1837 (anche per questa ricorrenza rilasciamo questa storia su Lampoon nei giorni di fine dicembre). Nasceva a Monaco di Baviera. Il cognome di Elisabetta era Wittelsbach – lo stesso cognome sia di suo padre sia di sua madre. Il padre apparteneva a un ramo cadetto della famiglia, la madre al ramo principale. Il padre portava il titolo di duca in Baviera – l’uso di in invece che del di Baviera, indicava il livello secondario. La madre apparteneva al ramo principale che da duchi diventarono sovrani di Baviera.

Il film di Luchino Visconti uscì nel 1973: in Ludwig, Romy Schneider è l’Imperatrice d’Austria in un salotto di Bad Ischl

Luchino Visconti ha saputo lasciare un ritratto dell’imperatrice d’Austria dirigendo Romy Schneider in Ludwig nel 1973. L’attrice ha 35 anni. È la seconda volta che interpreta la sovrana – dopo la trilogia di Sissi quando era un adolescente, senza forse aspettarne il successo popolare. Ancora giovane, ma adulta, forte della bellezza dei suoi tratti, Elisabeth appare con la sicurezza di una quarantenne dei nostri giorni. Nel film di Ludwig, l’imperatrice d’Austria è coprotagonista della narrazione insieme al sovrano che dà il titolo alla pellicola. In un frammento di cinematografia si riconosce il carattere con cui la Schneider e Visconti vollero raccontare l’imperatrice d’Austria. 

Nella villa di Bad Ischl, Ludwig raggiunge l’imperatrice per quello che potrebbe sembrare un thè pomeridiano nel pieno dell’inverno: la neve nel parco, la luce del crepuscolo filtra dalle finestre, oltre le candele. Entrando nel salotto, Ludwig vi trova tutti i componenti della famiglia dell’imperatrice, ma non l’imperatrice. Fratelli, sorelle – la madre Ludovica si avvicina al sovrano e si inchina. Anche se sua figlia è imperatrice d’Austria, anche se Ludwig è figlio del suo fratellastro, Ludovica pone la riverenza al titolare del regno di cui è una suddita. 

Senza farsi annunciare, con un passo svelto, Elisabeth entra nel salotto: la famiglia si rialza in piedi per rispetto – si tratta sì di una sorella, ma è imperatrice. Elisabeth accoglie Ludwig come se tutti i suoi fratelli fossero i suoi soldati e i suoi angeli a proteggerla nonostante sia ovvio che per lei non esista pericolo. Ludwig le ha portato un fiore di tuberosa – Elisabeth lo mostra a sua sorella Sofia che Elisabeth ha deciso Ludwig debba prendere in moglie. Ludwig è innamorato di Elisabeth come tutti i maschi fluidi, ambigui, indecisi e romantici si innamorerebbero di una donna così. Elisabeth si rivolge al generale di Ludwig, un eterobasico storico.

Ludovica di Baviera, madre dell’imperatrice: un gruppo di ospiti tanto brillante

Ludovica è la decima di undici figli del re di Baviera. Quasi tutti i suoi fratelli e sorelle sono diventate teste coronate: il fratello maggiore è sovrano del suo regno, le sorelle sono chi regina di Sassonia, chi regina di Prussia, chi regina di Boemia. Una tra loro, Sofia, è arciduchessa d’Austria, madre dell’imperatore che ha sposato sua figlia. «Un’autentica riunione di famiglia», chiosa la duchessa pettegola, si rallegra dei nomi incontrati quei giorni presso la residenza imperiale – un gruppo di ospiti tanto brillante: la zarevna e il principe ereditario di Prussia, «l’imperatore invece ci raggiungerà tra qualche giorno – n’est-ce pas, Elisabeth?»

L’imperatrice dà retta a sua madre e lascia la conversazione con il generale. Si avvicina sedendosi di fronte a Ludwig – che ingelosito e indispettito dal piano di darlo in moglie alla sorella minore, si alza e prende commiato. Ludwig lascia la stanza e tutti si devono inchinare, tranne Elisabeth che rimane seduta nella sua superiorità. Poi si alza e raggiunge Ludwig per fermarlo sulle scale – prima di lasciare la stanza con un gesto del capo, levando di poco il collo, impone alla sua famiglia di sollevarsi dall’inchino – come a lasciare intendere che tanto ossequio è eccessivo per un sovrano inferiore a lei. 

Ludwig non sposerà Sofia di Baviera – la sua omosessualità per qualche tedesco è ancora un tabù, ma non lo era per Visconti. Sofia di Baviera diventerà Regina di Napoli, l’ultima regina dei Borboni – la troveremo sempre tra le pagine di Proust, nel salotto dei Verdurin a difendere il Barone di Charlus dalla cerchia dei padroni di casa, canaglie alla stregua dell’esercito di Torino sotto gli spalti di Gaeta. Madame Verdurin è una povera snob derisa da chiunque – sia nel libro di Proust e sia da chiunque quel libro lo abbia scelto come riferimento di comprensione psicologica, nell’intimità di un letto sfatto dal sesso, nella società mondana. Madame Verdurin, nel Tempo Ritrovato, è diventata la principessa di Guermantes – ovvero la prima per titolo tra la cerchia di quelle che snobbavano l’imperatrice Eugenia.

Elisabetta d’Austria e il nero: un ventaglio per l’ultimo respiro, dopo essere stata assassinata

Elisabetta d’Austria portava un ventaglio, sempre nero, come gli abiti e il velo sul volto. Anche il giorno che fu assassinata a Ginevra, Elisabeth portava un ventaglio con cui forse tentò di aiutarsi nell’ultimo respiro prima di svenire. Questo ventaglio fu poi regalato da Francesco Giuseppe a Eugenia Bonaparte, in segno di rispetto al rapporto di amicizia che si era creato tra le due imperatrici, e a nemesi nostra, ricordandoci come lo snobismo persiste sempre e comunque solo tra le cerchie mediane, mai tra chi di quei centri è il fulcro.

A Vienna, il 10 settembre 1898, poche ore più tardi la morte di Elisabeth, ne fu portata notizia all’imperatore. L’uomo che la storia trasmette come un gendarme che dormiva sul legno, senza materasso, disse una frase semplice e prevedibile – ma che riscrivendola oggi, mi accorgo come sia lezione di vita: «nessuno saprà mai quanto abbia amato quella donna».

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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