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Roversi insieme a Raffaeli
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Roberto Roversi: storia di un partigiano intellettuale a cento anni dalla sua nascita

Letteratura, cinema, impegno civile e passione per il calcio: Massimo Raffaeli ricorda l’intellettuale bolognese che ha segnato intere generazioni di scrittori

Roberto Roversi, Bologna 28 gennaio 1923

Il 28 gennaio di cent’anni fa nasceva a Bologna Roberto Roversi, penna poliedrica di grande impegno civile. Tante cose è stato, ma prima di tutto un poeta, nel senso etimologico del termine: dal greco ποιητής: colui che crea, che fa, che inventa. 

Libraio antiquario: con la moglie Elena Marcone fonda la libreria Palmaverde

Roversi per mestiere era ufficialmente libraio antiquario. Nel 1948, insieme alla moglie Elena Marcone, fonda a Bologna la libreria Palmaverde che cambierà varie sedi fino all’ultima in Via de’ Poeti 4, chiusa per sempre nel gennaio 2007. Figura di riferimento etico prima che letterario, ha formato intere generazioni di giovani che frequentavano la sua libreria. Tra questi, Massimo Raffaeli che, proprio su richiesta di Roversi, inizia a scrivere per il Manifesto recensendo il testo Poeti italiani del Novecento di Mengaldo (1978). La sua collaborazione con la testata prosegue da allora.

Lampoon intervista Massimo Raffaeli, docente, filologo e critico letterario, allievo di Roberto Roversi

«Ho conosciuto Roberto Roversi appena arrivato a Bologna, nell’autunno del Settantasei, per studiare all’università. Tra i giovani del movimento studentesco Roversi era già una leggenda. Andarlo a trovare nella sua libreria antiquaria, la Palmaverde, era un rito iniziatico. Era un uomo austero, laconico – il suo amico Gianni Scalia, un altro  maestro per me, lo vedeva come un ultimo cospiratore giacobino – ma nello stesso tempo disponibile all’ascolto. Nella sua bottega potevi incontrare i compagni del PCI che amministravano la città e quelli dei groupuscules, gli studenti fuorisede,  poeti giovanissimi come Gianni D’Elia, Nicola Muschitiello, Mino Petazzini e il futuro editore Luca Sossella; o i suoi amici storici come il cineasta Carlo Di Carlo, il francesista Guido Neri, il linguista Luigi Rosiello, il poeta Giuseppe Guglielmi. Non mancavano anche narratori più giovani quali Gianni Celati e Stefano Benni o magari Roland Barthes, di passaggio a Bologna per un ciclo su Michelangelo Antonioni, come a me capitò una volta».

La libreria Palmaverde: dove si potevano incontrare i poeti Gianni D’Elia, Nicola Muschitiello, Mino Petazzini, il futuro editore Luca Sossella o narratori come Gianni Celati e Stefano Benni o Roland Barthe

«Io ho iniziato a frequentare la Palmaverde storica, in fondo a via Castiglione davanti alla chiesa sconsacrata di Santa Lucia e al Liceo Galvani. Quello era il liceo che Roversi aveva frequentato con Pier Paolo Pasolini e Francesco Leonetti, due amici che avrebbe ritrovato negli anni Cinquanta fondando con loro la rivista Officina. La libreria stava al piano terra di un giardino interno. Era un luogo vasto, silenzioso, le scansie di legno chiaro, i libri soprattutto di modernariato. Roversi stava in un angolo, nascosto e assediato dagli scaffali, riceveva con pazienza e disponibilità chiunque chiedesse di vederlo. E chiunque gli portava dei testi da leggere. Non c’erano filtri se non la mediazione gentile di sua moglie Elena Marcone che lavorava lì con lui. Si era laureata, prima in Italia, sulla poesia di Umberto Saba , autore che Roversi preferiva a tutti gli altri del Novecento italiano».

L’etica della letteratura e l’industria culturale: la decisione di abbandonare case editrici come Feltrinelli, Einaudi e Rizzoli e pubblicare su fogli e riviste autogestite

«Roversi ha insegnato l’etica della letteratura perché la incarnava: la consapevolezza che prendere parola impone sempre un vincolo, non a un credo o a un’ideologia ma alla ricerca libera, spassionata, della verità. In questo era intransigente». Anche per questo Roversi si tenne defilato dall’industria culturale che si stava sviluppando sul finire degli anni Sessanta, decidendo ben presto di non pubblicare più per le case editrici con le quali aveva collaborato, come Feltrinelli, Einaudi e Rizzoli, ma solo per fogli e riviste autogestite.  «Roversi non era un uomo di parole ma di fatti, con una forte coscienza politica della comunicazione. Stava in un reticolo di piccole riviste, redatte per lo più da giovani e militanti di base: Il cerchio di gesso, per esempio, fondata nel Settantasette dopo i fatti di marzo». L’11 marzo 1977 a Bologna avvennero gravi scontri di piazza tra studenti e forze dell’ordine, perse la vita Francesco Lorusso, studente in Medicina e chirurgia e militante di Lotta continua, ucciso da un carabiniere di leva. «Era sempre alla ricerca» prosegue Raffaeli «di canali non ancora ipotecati dall’industria culturale, che lui vedeva come l’universo mediatico di cui già trattavano alcuni fra i suoi amici più cari, Pier Paolo Pasolini e Gianni Scalia. Una visione che è diventata realtà con il tempo: oggi la si può definire come uno stato di natura ubiquitario e,  temo, ormai invalicabile».

Partigiano negli anni più bui della Seconda guerra mondiale

Roversi viene a sapere dell’invasione dell’Unione Sovietica da parte di Hitler – l’operazione Barbarossa del 1941 – mentre passeggia con gli amici Pasolini e Leonetti ai giardini Margherita. L’Italia era entrata in guerra appena da un anno al fianco del regime nazista: si sparava e si ammazzava ancora lontano dal Paese. Nel 1943 arrivano i bandi di Salò: Roversi non vorrebbe partecipare, ma per i renitenti c’è la fucilazione e così dopo l’addestramento in Germania riesce a unirsi alla lotta partigiana sulle montagne piemontesi. 

Roberto Roversi: la lettera a Elio Vittorini 

«Seguendo con rassegnazione i bandi dell’otto settembre, fui in Germania con la Monterosa; poi, in Italia, finalmente, con i partigiani piemontesi. Non feci nulla, patii soltanto con tutte le forze, ma non più con rassegnazione. Ero a Savigliano, appostato col mitra, nella notte d’aprile, ed ascoltavo il passo dei tedeschi in ritirata, e il canto da crucco, duro, triste che l’accompagnava; poi a Cuneo a sfilare davanti a Parri, con tutta la gente felice, in quei giorni che sono il più bel ricordo della mia vita…» scriverà in una lettera a Elio Vittorini. Commenta Raffaeli: «La rievocazione più o meno nostalgica del passato non era proprio nel suo stile. Che ventenne, avesse combattuto in Piemonte fra i partigiani di Ferruccio Parri io l’ho appreso leggendo il bellissimo poemetto autobiografico, ‘Il tedesco imperatore’, che apre ‘Dopo Campoformio’, il suo primo libro compiuto: un severo bilancio degli anni fra la Ricostruzione e il miracolo economico».

Gli anni Settanta e l’esperienza come paroliere per Lucio Dalla e gli Stadio: tra sperimentazione e rigore 

Nel 1973 tramite Renzo Cremonini, produttore di Dalla, avviene l’incontro e scocca la scintilla. Il connubio artistico Dalla-Roversi si concluderà nel 1976, ma la sua attività di paroliere non si ferma. Nel 1984 inizia la collaborazione con gli Stadio e nel tempo molti artisti canteranno le sue parole: Mina per esempio, in 20 parole nel 2005. Sperimentazione e rigore sono due concetti chiave in Roversi. Li ritroviamo in ogni suo testo come anche nelle canzoni che ha scritto. «Roversi è in ogni sua pagina. In ogni suo segno scritto puoi sentirne l’urgenza persino fisica, così come la capacità di trattenere, di interrogare il cosiddetto spirito del tempo. Un esempio su tutti: la poesia trasformata in musica dagli Stadio, Chiedi chi erano i Beatles». 

Oltre la letteratura, la passione per il calcio e il Mondiale nel 1982: «i tempi sono terribili e questi giuochi oggi, adesso, sono ignobili».

Oltre alla letteratura, anche il calcio era una sua grande passione. In merito ai Mondiali del 1982 scriveva «i tempi sono terribili e questi giuochi oggi, adesso, sono ignobili. Sono una misticanza di verdure composta da pedatori per lo più mediocri, addomesticati da loro, intorpiditi dal clamore di un successo abbastanza volgare. […] Senza più campioni dal gioco carismatico, oggi i professionisti (non gli operai) del pallone sono ometti tutti lindi e pinti, capaci di recitare in Tv straordinarie bugie, con teatrale indifferenza» (il Manifesto, 13 giugno 1982). Parole che ben si adatterebbero anche ai recenti mondiali appena conclusi in Qatar. 

Le visite al Grande Bologna di Angiolino Schiavio, di Biavati e di Andreolo e le partite a calcio con Pasolini, detto Stukas

Svela Raffaeli: «Oltre a pubblicare un poema dal titolo La partita di calcio, Roversi negli anni Trenta visitava i calciatori del grande Bologna di Angiolino Schiavio, di Biavati e di Andreolo. Pare che Roversi da ginnasiale il lunedì facesse tardi a scuola per incontrarli. A calcio giocava anche lui – dicono fosse un terzino arcigno, dalla testa durissima – sui Prati di Caprara, dalle parti dell’Ospedale Maggiore, insieme con Pasolini, detto ‘Stukas’ per la velocità, e gli altri amici del Galvani. Vedeva nel calcio una metafora dell’esistenza e dei suoi conflitti. Negli anni gli eccessi del professionismo, l’invadenza televisiva e la mercificazione di quello che un tempo era un gioco lo hanno allontanato dal calcio».

Area di rigore: il film scritto con Maurizio Garuti su Omar Sivori custodito presso il Fondo Tonino Guerra dell’Archivio storico del Museo del cinema di Torino

Tra la sua produzione cinematografica, c’è un soggetto mai realizzato ma singolare: Area di rigore, scritto insieme a Maurizio Garuti nel 1985. È custodito presso il Fondo Tonino Guerra dell’Archivio storico del Museo del cinema di Torino. Protagonista della storia è Sivori, campione ormai trentenne, vicino al momento del declino: «Roversi amava lo sport e in particolare gli artisti dello sport. È probabile che Omar Sivori lo avesse affascinato. Non va dimenticato che sia sotto il profilo tecnico sia nel carattere Sivori è stato il battista di Diego Armando Maradona cui Roversi ha dedicato una canzone molto bella, Doma il mare, il mare doma (Maradona)». Viene da chiedersi se esistono ancora  maestri come Roversi? «Presumo di sì» ipotizza Raffaeli «ma solo un giovane potrebbe rispondere a questa domanda. Un giovane che sentisse la necessità e avesse l’umiltà, di andarseli a cercare».

Massimo Raffaeli

Filologo e critico letterario, scrive per Il manifesto e Il Venerdì di Repubblica. È una delle voci di Radio 3 Rai e collabora alle trasmissioni della Radio Svizzera italiana. Oltre a curare l’edizione di autori contemporanei (fra cui Alberto Savinio, Primo Levi, Carlo Cassola, Paolo Volponi) ha tradotto alcuni classici della moderna letteratura francese, da Antonin Artaud, Jean Genet, Louis-Ferdinand Céline, Roger Nimier a René Crevel e Tony Duvert. 

Giulia Eleonora Zeno

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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