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Il progetto di Gaetano Pesce per Bottega Veneta, foto di Matteo Canestraro
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Pesce, Bottega Veneta e altri casi: le contaminazioni sono il futuro del design?

Conversazione con Alessandro Manzi, creative director e docente NABA e Politecnico di Milano; da Gaetano Pesce per Bottega Veneta fino al Older Studio, rischi e vantaggi dell’incontro moda-design

Questo contenuto è parte della collaborazione editoriale tra Lampoon e Fuorisalone

La collaborazione tra Gaetano Pesce e Matthieu Blazy, direttore creativo di Bottega Veneta

«Chi fa cultura oggi? Il museo o l’azienda di moda? È cibo per il cervello, non a pagamento. Come designer, creo originali, non serie standardizzate, questo è il vecchio modo – questo è il nuovo modo. Se vediamo la stessa cosa ogni giorno, allora moriamo», afferma Gaetano Pesce in occasione della Milano Fashion Week SS23. Quella tra il maestro del design italiano e Matthieu Blazy, direttore creativo di Bottega Veneta, è la collaborazione più vista, discussa e condivisa degli ultimi anni. Moda e design si uniscono – ancora una volta – per diffondere un messaggio e un ideale comune: la singolarità di ciascuno è un bene da esprimere nel modo più libero possibile. Pesce disegna per la sfilata milanese uno dei suoi pavimenti in resina colata, oltre a 400 sedie uniche, poi vendute durante la fiera di art-design di Miami.

Alessandro Manzi, creative director, Faculty Member di NABA e Lecturer al Politecnico di Milano

Questo non è il primo incontro tra i due mondi, e soprattutto in eventi come la Milano Design Week negli anni si è verificato un intensificarsi di occasioni in cui si generano delle contaminazioni. Per analizzare questa tendenza abbiamo parlato con Alessandro Manzi, creative director che parte dal mondo del fashion design – dove continua a lavorare – e che si è poi spostato sul design. Alessandro Manzi è Faculty Member di NABA nel dipartimento di Fashion Design con Colomba Leddi e Lecturer al Politecnico di Milano dove, insieme a Chiara Colombi, insegna il corso di Trends Forecasting for Fashion, attraverso cui guarda a tendenze, processi e metodologie di ricerca progettuali con approccio interdisciplinare.

Design e moda dialogano fin dalle origini: il libro Design by Accident della storica del design Alexandra Midal

Manzi parte dalla storia del design e della moda per cercare punti di contatto. «L’analisi della relazione tra le aree è il tema da cui parte il libro Design by Accident della storica del design Alexandra Midal, una riscrittura che mette in discussione la tradizionale divisione tra design industriale e artigianato. Per la prima volta, l’inizio della prassi del design è retrodatata alla diffusione della pratica di Catherine Beecher sulla cura della casa, che include la moda. Si asserisce cioè che design e moda dialogano dalle loro origini. Ci sono delle prassi esclusive ai due ambiti, ma è indubbio che questa conversazione esiste storicamente. Molte delle storie che troviamo all’interno del design e della moda sono state costruite. Le tradizioni sono costruzioni. Perché non immaginare noi un nuovo capitolo da ora in avanti?»

Esempi di cross-pollination tra design e moda: Ginori 1735 e Luke Edward Hall, le collezioni Objects di Sunnei, Jacquemus e Tekla, Older Studio

Il docente e creative director illustra quali sono state le collezioni in cui è possibile notare una cross-pollination tra design e moda o una collaborazione tra aziende o tra brand e designer. «Ginori 1735 e Luke Edward Hall, un illustratore che ha lavorato spesso con la moda e sul tessile. Hall ha ampliato il linguaggio di Ginori, radicalizzando il linguaggio decorativo di Gio Ponti. Le collezioni Objects di Sunnei intrecciano il design agli stilemi del fashion. Jacquemus e Tekla, con pigiami e articoli per la casa che combinano l’approccio di Jacquemus con l’estetica di Tekla. A Milano è gusto menzionare anche la realtà di Older Studio, che realizza sia divise prodotte industrialmente sia oggetti di design.»

La comunanza di valori, processi e attitudini alla base delle collaborazioni tra i settori della moda e del design

«Le aziende, soprattutto in Italia, sono degli organismi in cui c’è un’idea di creatività diffusa. Spesso si tende a racchiuderla nell’idea del creatore, ma in realtà ci sono diversi attori che intervengono: dal proprietario dell’azienda ai tecnici. Se poi guardiamo alla sostenibilità dobbiamo esaminare ogni aspetto della produzione, come anche la logistica. Questa realtà è comune a entrambi i settori, sia alla moda sia al design. In ambito moda questo meccanismo sembra più sviluppato, con l’introduzione di figure come il coordinatore di collezione, che servono a coordinare e innovare i processi. Oltre a questo sistema c’è il designer che propone la sua visione personale, il suo percorso, il suo vissuto».

La Milano Design Week come luogo della sperimentazione: Dior a Palazzo Citterio con la Sedia Medaglione, Studio Boeri e l’oasi verde per Timberland, Faye Toogood e Carhartt WIP a Spazio Maiocchi

La settimana della Milano Design Week è il campo da gioco in cui aziende moda e design si incontrano per le sperimentazioni più libere, che non riguardano solo l’oggetto (capo o arredo che sia) ma anche visoni e immaginari. L’anno scorso, Dior riapriva Palazzo Citterio (futura sede della collezione di arte moderna della Pinacoteca di Brera dal 2023) e chiamava 17 designer internazionali a ridisegnare la Sedia Medaglione. Studio Boeri Interiors disegnava per Timberland un’oasi verde galleggiante, ormeggiata alla Darsena; raccontare la propria storia e l’evoluzione verso un modo di produrre più consapevole è il fine dell’iniziativa promossa dal marchio dei yellow boots. Una serie di pupazzi giganti invadevano le stanze di Spazio Maiocchi, rappresentando il lancio della collaborazione tra Faye Toogood e Carhartt WIP – una nuova linea di abbigliamento, accompagnata da nuovi pezzi d’arredo e un libro della designer britannica.

La massificazione della Design Week come forma di democratizzazione culturale

Quelle menzionate sono solo tre delle svariate occasioni di incontro tra moda e design durante la MDW 2022. Da anni la manifestazione si presenta come una festa popolare non più riservata agli addetti ai lavori. «La massificazione del Salone è una forma di democratizzazione culturale di cui beneficiano in molti. La Design Week è un’occasione per creare un’ulteriore epifania del brand, e diventa un tassello come lo sono le manifestazioni cinematografiche e le fiere d’arte. È allo stesso tempo un’occasione di speculazione intellettuale e di promozione commerciale», commenta Manzi.

Associare l’abito all’architettura: la narrazione integrata dei brand del lusso e il rischio per il progetto di design

Torniamo a un’idea di ‘gusto’ in cui gli oggetti – vestiti o oggetti di arredo e uso quotidiano – compongono un linguaggio. L’avvicinamento con la moda comporta anche il rischio di snaturare il progetto di design, sia nella sua concezione sia nel suo sviluppo, che ha bisogno di tempi più lenti. «Puntare tutto sulla personalizzazione del creativo è sicuramente un modo di fare ricerca più semplice: la sua visione è immediata per tutti. Purtroppo, noto un appiattimento verso questo approccio, che è anche figlio del poco tempo speso per creare un’identità aziendale votata all’innovazione. Questo sta diventando un limite, soprattutto nel design. È dimostrabile dal fatto che quest’anno come nei precedenti ci sia un continuo lavoro sui progetti di archivio, con una difficoltà al racconto delle pratiche di designer contemporanei. Tutta la ricerca è delegata alla creatività del singolo, tralasciando la fondamentale innovazione della comunità aziendale,» afferma Alessandro Manzi. 

Se le collaborazioni tra designer e creativi dura solo pochi mesi, come è possibile creare qualcosa di storico?

«La moda è per definizione soggetta a cambiamenti rapidi e repentini, mentre il design generalmente necessita di tempi più dilatati. Il design predilige oggi progetti estemporanei, non più votati a una ‘futura’ storicità. Vi è un mirabile uso del decoro e meno progetti che vogliano modificare gli oggetti in profondità, lavorando su materiale, produzione, pensiero, uso nella comunità; spesso senza queste riflessioni il progetto rimane conservatore. Come si fa ad andare in profondità se la collaborazione tra designer e creativo dura solo pochi mesi, senza che gli sia permesso di andare a fondo nei processi?»

Alessandro Manzi

Faculty Member di NABA nel dipartimento di Fashion Design con Colomba Leddi e Lecturer al Politecnico di Milano dove insieme a Chiara Colombi insegna il corso di Trends Forecasting for Fashion. È co-founder di K-488 e Arebour. 

Salvatore Peluso

I pupazzi della collaborazione tra Faye Toogood e Carhartt_WIP
I pupazzi della collaborazione tra Faye Toogood e Carhartt_WIP

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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