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Depressione e malinconia in letteratura – intervista a Stefano Valenti

«Ho esordito tardi, il primo romanzo a 49 anni. Volevo essere uno scrittore, ma la cosa non andava in porto». Cronache della sesta estinzione, depressione e malinconia in letteratura con Stefano Valenti

Stefano Valenti racconta la malinconia – intervista sul libro Cronache della sesta estinzione

In Cronache della sesta estinzione Stefano Valenti racconta di uno dei dolori di cui forse si parla meno e che, al tempo stesso, è tra i più comuni: la malinconia. Un male che solo difficilmente si riesce a curare. S’infila sottopelle senza dare il tempo di prepararsi. Ci sottrae lentamente sia a noi stessi e sia al mondo, obnubilandoci. Tramuta tutto quel che ci circonda in una sorta di presente continuo in cui ogni cosa pare priva di valore, in cui il desiderio, la spinta verso il futuro, è estinta. Difficile, ad ogni modo, darne una definizione univoca.

«Ciascuno di noi la vive in modo diverso, e potrebbe, quindi, dare una propria definizione di malinconia. C’è la versione antica, e quella più contemporanea, e quella filosofica che, in fondo, è forse quella cui i lettori sono maggiormente affezionati per via del Romanticismo, che ne parlò molto. Spesso la malinconia è associata alla depressione, di cui ormai, e per fortuna, si parla parecchio: un malessere che porta a una completa disattività. Anche della depressione esistono vari tipi. C’è quella da lutto, da eventi, la momentanea, quella più introspettiva – e credo, a conti fatti, che questa sia la più vicina alla malinconia. In entrambi i casi, sia che si parli di malinconia e sia che si parli di depressione, quel che ci avvince è una sorta di disaffezione verso il mondo, una forte diminuzione del senso di appartenenza alle cose che ci circondano e che, progressivamente, ci allontana dagli affetti, le relazioni, il lavoro, il che, poi, acuisce il senso di malinconia o di depressione».

Cronache della sesta estinzione – Romanzo autobiografico? Stefano Valenti risponde

Quello di Stefano Valenti è un romanzo intimo, ma la storia, verrebbe da dedurre leggendo, non sembra avere in sé elementi biografici. L’impressione è che quel che ha deciso di trasmettere al suo protagonista – un uomo solo, molto malinconico, schiacciato dall’esistenza – siano i suoi panorami emotivi. Se la malinconia non ha una definizione univoca, ma ne esistono diverse versioni, una per ciascuno di noi, la sua è forse associabile a quella del personaggio del romanzo.

«Ho sofferto, per lunga parte della mia vita, di ansia, attacchi di panico e depressione e per molto tempo ho considerato ognuno di questi malesseri delle componenti di ciò che sono, degli elementi personali. Sia i dolori del mio protagonista, sia i moti interiori con cui li affronta sono vicini a quello che ho vissuto. Nel mio caso, mi sono reso conto, c’è sempre stata anche un’influenza sociale: le origini familiari, le difficoltà a realizzarmi e una difficile collocazione nel mondo del lavoro mi hanno fatto sentire, spesso, incapace di soddisfare i miei stessi desideri. Tutto questo mi ha fatto sviluppare un senso di inadeguatezza, che ho poi riversato nel protagonista».

Malinconia e depressione legate alla scrittura – l’esperienza di Stefano Valenti 

Da una parte la società, dall’altra l’individuo. Il protagonista vive in un furgone, non ha una vera e propria casa, possiede poco, quasi nulla, e vive, come un moderno Robinson Crusoe, lontano dal mondo intero – non fisicamente, ma di sicuro emotivamente. Lontano da un mondo che sembrerebbe averlo scordato, e che della sua esistenza non si cura. Ha un passato difficile, doloroso e complesso, e della sua malinconia pare soffrire da sempre – quantomeno, dacché ha contezza di sé stesso.

«Quando ho cominciato a fare esperienza della mia malinconia ero ancora giovane. Avevo vent’anni, o giù di lì. Me ne sono reso conto via facendo: soffrivo perché mi trovavo perso in un immaginario che non riusciva a concretizzarsi. Parlo della scrittura: ho esordito tardi, il mio primo romanzo è uscito che avevo quarantanove anni. Il periodo considerato della maturazione – dai venti ai trentacinque – per me è stato di denso di difficoltà emotive. Aver vissuto malesseri tanto forti a un’età così giovane deve aver lasciato un segno in me. La malinconia, così come gli attacchi di panico, la depressione, l’ansia, sono centrali anche nei miei romanzi precedenti. Tutto iniziò a quell’età: volevo essere uno scrittore, ma la cosa non andava mai in porto. Mi domandavo con un’insistenza dolorosa, per quale ragione sentissi un desiderio del genere se poi, in effetti, non fossi destinato a essere quel che volevo. Mi domandavo se non dipendesse da un’assenza di talento, magari, o d’ispirazione, ma una risposta non ero capace di trovarla e l’assillo non cessava. Alla fine, ho capito che la scrittura è soprattutto disciplina».

Kafka diceva che fosse stato contento non avrebbe mica scritto

La letteratura, sia la scrittura e sia la lettura, sono un antidoto alla solitudine, quanto di più vicino abbiamo a un ponte che possa connetterci all’altro. Alle domande che l’assillavano è, riuscito a trovare delle risposte nella letteratura? I suoi malesseri, ho l’impressione siano diventati combustibile per il fuoco della scrittura.

«Thomas Bernard è un riferimento. Temi come la follia, il suicidio, il disagio del vivere sono centrali nel suo lavoro. Mi sono reso conto di come fossero espressi in modo lucido e dirompente, perché trattati nella narrativa: forma e contenuto abitano un legame indissolubile. Le relazioni interpersonali, i rapporti, non mi hanno mai dato niente del genere. Nei romanzi che leggevo non cercavo l’amore o l’amicizia, cose che vanno scovate nella vita reale, ma qualcuno che venisse a salvarmi, e l’ho trovato. Dapprincipio questa salvezza di cui parlo speravo di trovarla nel reale – appunto: nei rapporti di amore e amicizia -, ma presto ho capito che le relazioni salvifiche, per quanto spesso ci piaccia pensare il contrario, non esistono: nessuno può salvarti, non possiamo salvare nessuno. Credo sia per questo che vengono raccontate soprattutto storie tristi. Kafka – vado a memoria, parafrasando – diceva che fosse stato contento non avrebbe mica scritto, ma sarebbe andato al parco a giocare a calcio. Ecco, scriviamo e leggiamo per capire i nostri dolori e nella speranza di trovare una forma di salvezza».

Il senso di perdita, di caduta dell’Impero Romano d’Occidente è fisiologico e comune a tutti i tempi? 

Aldilà della ricerca di una forma di salvezza, in Cronache della sesta estinzione emerge anche il tentativo di trovare un senso più ampio, qualcosa che abbia a che fare non soltanto con l’individuo, ma con la società chi ci circonda. Un senso sembra però non esserci – anzi, leggendo il romanzo si ha l’impressione che la perdita di un senso comune sia un tema da affrontare realmente. La domanda che mi sono fatto, però, è se questo senso di perdita, questo senso di caduta dell’Impero Romano d’Occidente, per così chiamarlo, sia fisiologico e comune a tutti i Tempi o se davvero ci stiamo avvicinando alla fine del mondo, quantomeno così come lo conosciamo.

«Se oggi la sentiamo più nitidamente è per tanti motivi. Anzitutto siamo costantemente bombardati d’informazioni, sui social, sui giornali e telegiornali: siamo in perenne contatto con una condizione di perdita che, per forza di cose, ci sembra sia ovunque. Siamo sempre molto sollecitati. Questo ci appesantisce e credo sia una delle ragioni per cui sta venendo a galla un disagio diffuso, un numero di persone sempre maggiore hanno una relazione nevrotica con la realtà, quasi psicotica. Prendiamo ad esempio la crisi climatica, che nel romanzo il mio personaggio subisce. Ho letto che il 98% delle emissioni di gas sono dovute al sistema industriale internazionale, ma noi siamo ancora qui a chiudere l’acqua del rubinetto quando ci laviamo i denti, nella speranza che azioni del genere ci salveranno. Ci troviamo a muoverci, insomma, in una condizione di non realtà nella quale ci sentiamo sempre più parte di una società distopica, ma non necessariamente perché stiamo andando in contro alla fine, piuttosto perché siamo certi, fermamente convinti che la direzione sia proprio questa».

In Tasmania Paolo Giordano parla di epoca pre-trauma: qualcosa di catastrofico sta per accadere

In Tasmania – Einaudi, 2023 – Paolo Giordano parla di epoca pre-trauma. Stiamo vivendo un tempo che ci dà la costante sensazione che qualcosa di brutto, di catastrofico stia per accadere, ma non siamo in grado, a conti fatti, di elaborarlo, questo lutto, perché ha dei contorni ancora troppo poco definiti. Siamo costretti a vivere sotto una minaccia che sempre incombe e mai si palesa, una spada di Damocle della cui presenza siamo ben coscienti – appunto. Una via di salvezza, suppongo, non esiste.

«Esiste, invece, secondo me. Passa sia per gli individui, sia, anche, per le organizzazioni, nuclei che possano mediare tra le parti più piccole. La politica, ormai, ha da tempo rinunciato a questo ruolo, purtroppo. Penso, quindi, a micro organizzazioni, ad agglomerati di persone che si pongano degli scopi comuni. Ad ogni modo, credo che un aspetto fondamentale della faccenda sia focalizzarsi non sul futuro immediato, ma su quello più remoto: si deve cercare di guardare lontano, altrimenti saremo sempre qui a curare i sintomi e non la malattia. Questa ripresa, però, temo non potrà avvenire senza che prima si passi per il disastro: affinché possa avvenire un cambiamento reale, concreto ho paura che dovremo traversare un cataclisma vero e proprio. Nascita, crescita, caduta e rinascita: la nostra Storia, da sempre, procede su tappe come queste. Il Tempo che stiamo vivendo è quello della caduta».

Mattia Insolia 

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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