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Il duello del 1994 tra Bersluconi e Occhetto
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E se anche Occhetto avesse avuto l’aiuto di un’armocromista? Elly Schlein e il power dressing

Il dibattito attorno all’intervista di Elly Schlein più che sessista è miope; in politica anche l’immagine è contenuto, da Craxi a Berlusconi, dal cachemire di Bertinotti al completo marrone

L’intervista di Elly Schlein a Vogue Italia

Una lunga intervista, un approfondito confronto su temi e posizioni politiche, sociali, personali. Nell’intervista rilasciata a Vogue dalla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, si parla di diritti, lotte LGBTQ+, giustizia climatica, mobilitazione dei giovani. Si affronta anche la sfera più personale, come l’outing subito a mezzo stampa dalla compagna delle Segretaria. Tutta l’attenzione si è fermata su un’unica domanda – quasi en passant – e la conseguente, breve, risposta. «Tu credi nel cosiddetto power dressing?», chiede l’intervistatore Federico Chiara, cui Schlein risponde: «Se sapessi che cos’è, ti potrei rispondere! Scherzi a parte, le mie scelte di abbigliamento dipendono sicuramente dalla situazione in cui mi trovo. A volte sono anticonvenzionale, altre volte più formale. In generale dico sì ai colori e ai consigli di un’armocromista, Enrica Chicchio». Da queste poche righe è deflagrata nel dibattito italiano l’ennesima sterile polemica, un vociare trasversale da destra a sinistra: il ripetersi delle etichette di ‘radical chic’ e sinistra da ‘reddito di eleganza’, i rimproveri per la scelta di un magazine ritenuto lontano dal popolo. L’ennesima prova di ipocrisia. Perché da sempre in politica l’immagine è contenuto. 

L’immagine come arma politica: la barca di massimo D’Alema e il maglione di cachemire di Bertinotti

Nell’attenzione dedicata alla risposta di Elly Schlein in molti hanno visto il tipico sessismo che accompagna chi commenta la politica italiana. C’è un fatto: gli attacchi a Schlein, in particolare da destra si soffermano sulla presunta contraddizione tra essere di sinistra e l’affidarsi ad una professionista che curi la propria immagine. Non è un caso che la parcella dell’armocromista Enrica Chicchio, anche grazie a una sua intervista rilasciata a Repubblica, sia diventata oggetto di articoli e analisi giornalistiche. Critiche di questo tipo non sono nuove e in passato avevano visto tra i protagonisti Massimo D’alema e la sua barca o il maglione di cachemire di Bertinotti. Il fulcro delle critiche è radicato più nella stantia idea che se si è di sinistra ci si debba vestire solo con l‘eskimo, che non in una visione sessista della politica – comunque ben presente in Italia, come hanno dimostrato i commenti all’elezione di Schelin alla segreteria del PD.

La scelta di rilasciare la prima intervista cartacea da segretaria del PD a un magazine di lifestyle: il modello di Alexandra Ocasio Cortez 

In molti si sono detti sorpresi dalla scelta della Segretaria di rilasciare la prima intervista scritta a un magazine di moda e lifestyle come Vogue. Una scelta di strategia politica, molto più di quanto non si pensi: da settimane il principale attacco nei confronti di Elly Schlein è infatti quello di essere ‘troppo’ di sinistra, una pasdaran che fa scappare tutti i moderati del partito. Rilasciare un’intervista a una testata che si rivolge a un target che, per usare dei riferimenti novecenteschi, non è di certo delle fabbriche, è un modo per sganciarsi da questa narrazione. La chiara ispirazione è rappresentata dalla politica USA, in particolare da Alexandra Ocasio Cortez sulla copertina di Vanity Fair nel 2018. 

I politici come personaggi pop: da Salvini sulla copertina di Chi, a Renzi col giubbotto di pelle ad Amici: l’abbigliamento come arma politica

L’ipocrisia della polemica di questi giorni si manifesta soprattutto se si pensa che la trasformazione dei politici italiani in personaggi pop è avvenuta da tempo, anche con pose più estreme: ricordate Salvini su Chi? O il giubbotto di pelle di Matteo Renzi ospite da Amici di Maria de Filippi? È giunto il momento di riconoscere che immagine e politica sono legate. Non solo all’interno del mero giudizio bello/brutto, ma perché le scelte estetiche e di abbigliamento in politica sono armi consapevolmente scelte; armi che diventano spesso a doppio taglio, usate dalla controparte per smascherare ipotetiche contraddizioni.

Cos’è il power dressing: da John T. Molloy ai completi di Giorgia Meloni, passando per Giorgio Armani

Con l’espressione power dressing si intende la scelta di abiti e accessori considerati più adatti per apparire in posizioni di potere. Quando il consulente d’immagine John T. Molloy lo definì nel 1975 valeva sia per uomini sia per donne. In Italia negli Anni Ottanta, Giorgio Armani divenne, involontariamente, colui che codificò il power dressing delle ‘donne in carriera’ italiane. Negli anni questo canone è stato via via relegato solo alle donne, che per apparire ‘di successo’ sono costrette ad assumere sempre più le sembianze dell’uomo. Se oggi infatti i politici italiani possono rivendicare il potere comunicativo della camicia bianca con le maniche arrotolate, farsi immortalare al Papeete in costume con un mojito in mano, posare in mutande tra le lenzuola, passeggiare con la bandana in testa, lo stesso non si può dire per le politiche donne: per esempio, da quando è premier Giorgia Meloni appare sempre in completi scuri giacca e pantalone, forse memore degli squallidi commenti ricevuti da Maria Elena Boschi con indosso un vestito blu elettrico. 

Cosa è l’armocromia; la sua applicazione nel marketing e nella comunicazione politica

L’armocromia è lo studio dei colori che caratterizzano capelli, occhi e pelle di una persona per determinare quali tonalità le si addicano, esaltandone le qualità. Anche in questo caso non parliamo di nulla di nuovo: fin dallOttocento sono numerose le teorizzazioni dell’armocromia in varie discipline, dall’arte alla chimica. Negli ultimi decenni gli studi dell’armocromia e dei colori stanno vivendo un nuovo successo legato alla moda e alla cosmesi, ma sono da sempre centrali nel marketing e, a maggior ragione, nella comunicazione politica. Chiunque si occupi di politica sa che è anche attraverso gli abiti che i politici comunicano. 

I jeans di Bettino Craxi, i socialisti e l’uso politico del Made in Italy

Fino agli anni Settanta un abito era una dichiarazione politica: l’eskimo era di sinistra, la giacca di pelle di destra. Poi, nel 1979, Bettino Craxi si presentò al Quirinale con un paio di jeans, sancendo la definitiva affermazione di una nuova società e di una nuova politica: l’immagine del politico non doveva essere più austera e volta a rassicurare l’elettore; l’uomo di potere doveva adesso dare sfoggio del proprio carisma con vestiti alla moda – non è un caso che i socialisti furono anche i primi a comprendere la portata del nascente fenomeno della Made in Italy  e a sfruttare politicamente la fama internazionale degli stilisti italiani per promuovere il Paese. Sarà poi Silvio Berlusconi il maggior esponente di questa nouvelle vague.

L’importanza del vestito: il duello Berlusconi-Occhetto e il completo marrone

Silvio Berlusconi è stato anche co-protagonista in quello che è probabilmente il caso politico più famoso di abito sbagliato: il completo marrone di Occhetto. Era il 23 marzo 1994 e alle 22:30 su Canale 5 va in onda dibattito televisivo Berlusconi-Occhetto, acme della prima campagna elettorale post Tangentopoli. Di quel faccia a faccia nessuno ricorda i contenuti: il vero fulcro del faccia a faccia fu l’immagine dei due candidati. Berlusconi era in doppiopetto blu, spilletta di Forza Italia e camicia azzurra. Maria Latella sul Corriere scriverà che aveva tratto ispirazione dall’abbigliamento di John Kennedy nel confronto televisivo con Nixon. Occhetto ha un completo marrone con una cravatta marroncina, una camicia bianca che a causa delle luci televisive sembra ingiallita. Quel assurgerà a immagine iconica, vero trauma per la sinistra: su L’Espresso il corrispondente italiano della CNN suggerirà ad Occhetto di «buttare quell’abito marrone». In seguito si dirà che fu a causa di quel marrone che le elezioni furono vinte da Berlusconi.

E se Occhetto avesse avuto l’aiuto di un’armocromista?

Le polemiche e gli attacchi di queste ore a Elly Schlein appaiono quindi non tanto sessisti, quanto ingenui, se non proprio ipocriti. Nella comunicazione politica tutto è contenuto, e questo è ancor più vero in una società che vede il costante trionfo dell’apparenza sulla sostanza. Chissà, forse se Occhetto avesse indossato un abito blu oggi staremmo parlando di un’altra storia.

Giuseppe Francaviglia

Elly Schlein ritratta su Vogue Italia da Enrico Brunetti
Elly Schlein ritratta su Vogue Italia da Enrico Brunetti, Aprile 2023

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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