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Io mi chiamo Stefano Nazzi – Perché Indagini è il podcast più ascoltato d’Italia?

Oltre Indagini, il podcast prodotto da Il Post, che sta creando dipendenza tra gli ascoltatori: Il volto del male. Storie di efferati assassini, il nuovo libro di Stefano Nazzi

Indagini, il podcast scritto e raccontato da Stefano Nazzi

Una storia ogni mese, il primo del mese. ‘Mi chiamo Stefano Nazzi e faccio il giornalista da tanti anni. Nel corso della mia carriera mi sono occupato di storie che nel tempo vi sono diventate familiari e altre che potreste non aver mai sentito nominare. Storie di cronaca, di cronaca nera, cronaca giudiziaria’.  Queste sono le parole di presentazione del podcast Indagini di Stefano Nazzi. 

Nazzi non racconta solo il fatto in sé, ma tutto ciò che è successo dopo e durante le indagini e i processi, con un fine: capire come le indagini hanno influenzato le reazioni dei media e il modo in cui i media e la società hanno influenzato le indagini. Ma perché Indagini piace così tanto? E perché la cronaca nera ossessiona le persone?

Indagini di Stefano Nazzi è Il podcast più ascoltato d’Italia

Secondo la classifica stilata da Spotify Italia , Indagini è il podcast più ascoltato d’Italia. Come ha conquistato il pubblico? Cosa lo differenzia dagli altri podcast?

«Credo che ci siano una serie di elementi. Ha funzionato molto il passaparola. È un podcast atipico, più lungo degli altri, esce solo una volta al mese, e ha una sola voce, la mia. Credo che tra le ragioni del successo ci sia il riuscire a raccontare la cronaca nera e giudiziaria in una maniera diversa. Lasciando da parte il sensazionalismo e la spettacolarizzazione che è ciò che genera il racconto della cronaca nera oggi in Italia. Cercare di essere oggettivi e raccontare i fatti in modo ordinato senza preconcetti: questo credo sia il motivo del successo di Indagini».

I podcast, il nuovo mezzo che sta cambiando il giornalismo

Come sta cambiando il mondo del giornalismo con i podcast? 

«Il podcast si sta rivelando uno strumento efficace per il racconto dell’attualità. La prova l’abbiamo avuta noi del Post con il podcast La Nave, che ha fatto Luca Misculin: il racconto di una nave che prestava soccorso ai migranti. Il podcast da la possibilità di raccontare con un linguaggio più veloce, più diretto le cose che avvengono. Non so se questo cambierà il mondo del giornalismo, perché regolarmente escono nuovi mezzi e nuovi metodi. Internet e i blog hanno già cambiato molto. Il linguaggio della carta stampata resta un po’ indietro rispetto al linguaggio che si sta evolvendo su altri mezzi, e questo è un dato di fatto».

Il podcast è un mezzo accessibile a tutti, ognuno può avere il proprio. Tutti possono raccontare storie. Vedendo le classifiche i podcast più ascoltati sono quelli delle testate giornalistiche. Significa che una professionalità serve nel saper raccontare? I suoi tanti anni di giornalismo hanno influenzato la sua capacità di saper raccontare storie? 

«Bisogna saper raccontare. C’è chi è più capace e chi meno. Ci vuole lavoro per riuscire a rinchiudere in un podcast una storia che ha mille rivoli, conseguenze e strade prese. Per sintetizzare tutto e a raccontarlo bisogna essere capaci. Si può essere giovani o meno giovani, appartenere a testate o meno, se hai la capacità di raccontare ce l’hai, anche nei libri, negli articoli o alla radio. Bisogna essere capaci e lavorarci tanto».

Tutti conoscono il nome di Stefano Nazzi

Tutti conoscono il suo nome, meno persone conoscono il suo volto. In controtendenza con il nostro periodo storico in cui l’immagine viene prima di tutto. Come lo percepisce?

«Io sto benissimo così. Sono stato abituato a fare il giornalista per tanti anni. C’è un libro di Gabriel Garcia Marquez che s’intitola Un giornalista felice e sconosciuto. Io faccio quello. Non devo apparire io. Racconto delle storie, con la voce o per iscritto. Il fatto di apparire o meno non è la tipicità della storia che racconto».

La nascita di Indagini: un’idea di Stefano Nazzi e Francesco Costa

Com’è nata l’idea del podcast Indagini e come sceglie i casi che vuole raccontare? 

«L’idea l’abbiamo avuta insieme, io e Francesco Costa, che un anno fa era il responsabile dei podcast de Il Post; ora il responsabile è Matteo Caccia. Sono andato da Costa per dirgli ‘senti ma perché non facciamo un podcast che racconti i casi di cronaca?’, e lui aveva un appunto in cui si era segnato di parlare con me di questa stessa cosa. Nella scelta delle storie cerco di alternare casi molto conosciuti a casi meno conosciuti. Scelgo casi in cui le indagini abbiano la parte principale, che non vuol dire errori nelle indagini ma anche indagini complesse che hanno portato a dei risultati. Cerco di raccontare i meccanismi dietro, soprattutto alle indagini scientifiche e cosa avviene a livello di iter giudiziario. Solitamente sono argomenti che vengono raccontati senza spiegare. Le persone sentono parlare di rito abbreviato o incidente probatorio, custodia cautelare senza sapere esattamente di cosa si tratti. Invece noi cerchiamo di spiegare tutto. Scegliamo anche in base a questo i casi da raccontare».

Quanto tempo impiega nella ricerca e studio delle fonti e dei dati prima di scrivere una puntata? 

«La ricerca è la fase più lunga e rilevante, servono almeno un paio di settimane per la documentazione. Ci sono dei casi in cui c’è pochissimo a disposizione. La cosa strana è che di alcuni casi c’è tutto, si trovano anche gli interrogatori online, come per il caso di Avetrana. mentre di altri, nonostante siano noti, si trovi nulla o poco. La frase di ricerca dei materiali è la più lunga, poi c’è la fase meno lunga ma più difficile che è quella di sintetizzazione. Per ogni puntata, per le due parti, sono un totale di circa cinquantamila battute, in cui devo far stare dentro tutto. Poi ci sono gli inserti audio e le interviste. Queste battute comportano i cinquanta minuti circa della puntata singola». 

Come i media influenzano le indagini con Stefano Nazzi

Come secondo lei i media, la televisione e i social media possono influenzare sia l’opinione pubblica che l’andamento delle indagini? 

«I Media influenzano sicuramente l’opinione pubblica, è dimostrato in diversi casi. La gente si trova con delle convinzioni che nascono proprio guardando le trasmissioni e poi quando si trovavano davanti alla verità processuale si chiedono come sia possibile se in televisione hanno detto il contrario. Talvolta si scorda che in televisione viene data solo una parte, una porzione della storia e non la storia nella sua integrità. Purtroppo si, i media influenzando anche le indagini. La pressione che viene messa su chi poi deve fare le indagini è enorme, e se ci si affretta e si prendono determinate strade poi è difficile tornare indietro. Di solito a livello giudiziario tutto viene messo a posto, avendo tre gradi di giudizio, le cose si concludono in maniera razionale. Però per esempio nel caso di Avetrana o nel caso di Cogne, il fatto di avere centinaia di giornalisti fuori dalla porta del pubblico ministero non aiuta. Uno può essere fermo e saldo quanto vuole ma diventa una pressione non da poco. Le trasmissioni danno per scontato che i risultati debbano arrivare in poco tempo ma di solito non è così. Un’indagine scientifica sul DNA, ha bisogno dei suoi tempi. Affrettare le indagini porta ad errori».

Il caso Enzo Tortora raccontato da Stefano Nazzi

Un caso che si differenzia dagli altri è quello di Enzo Tortora. Perché da deciso di raccontarlo? 

«Si differenzia dagli altri perché non ci sono vittime fisiche apparteniti, ma c’è una vittima. È il caso di persecuzione giudiziaria più evidente nella storia d’Italia. A giugno saranno quarant’anni dal suo arresto. Avevo iniziato a leggere alcune dichiarazioni dei pentiti e a pensare che fosse impossibile che fosse realmente accaduto. È incredibile che i magistrati abbiamo dato retta a certe affermazioni deliranti. Ho pensato che questa cosa andasse raccontata. Gli ascoltatori del podcast hanno un’età per cui di queste storie non sanno nulla. Secondo me è giusto che alcune storie le conoscano, questa nello specifico perché giudiziariamente è rilevante e racconta un periodo storico. Poi le storie di cronaca dicono molto del paese in cui si vive, del periodo in cui la storia è avvenuta, e di come hanno reagito i giornali. Sono storie che vanno raccontate e se possibile ascoltate o lette».

I casi di cronaca e l’opinione pubblica: perché siamo ossessionati dalla cronaca nera

Perché alcuni casi attecchiscono di più nell’opinione pubblica? C’è uno schema che si ripete nei casi che lei ha raccontato? 

«Me lo chiedo più volte, cosa faccia scattare nell’opinione pubblica l’interesse verso un caso piuttosto che un altro. Le storie che avvengono dentro una famiglia colpiscono di più, perché ci si riconosce o fanno più paura. Quale siano le componenti per cui ad un certo punto un caso da locale diventa d’interesse nazionale, ci sono troppi fattori da vagliare. Non saprei dirlo».

Perché oggi c’è l’ossessione per la cronaca nera? 

«La cronaca nera ha sempre suscitato un grande interesse. Da alcuni anni ci sono delle trasmissioni che hanno virato totalmente sulla cronaca, ma l’interesse c’è sempre stato. Spesso è un interesse morboso. Ci si interessa anche di cose che con la vicenda non c’entrano nulla. Vedere l’intervista a quello che venticinque anni fa a scuola era fidanzato con quella che è la migliore amica della vittima, non ci serve a nulla. Si cerca di dare sempre di più perché la gente o molti spettatori vogliono questo. Se invece racconti le cose in maniera più serie e oggettiva tralasciando l’aspetto morboso, le persone ti ascoltano».

Errori nelle indagini e dubbi sulla risoluzione dei crimini: le Indagini i Stefano Nazzi

Diversi casi che ha raccontato hanno in comune gli errori procedurali o falle nel sistema giudiziario. Sono stati proprio questi errori a rendere i casi così noti? 

«Nei primi anni Duemila in Italia hanno iniziato ad imporsi le indagini scientifiche. Il caso di Garlasco o quello di Cogne sono puramente basati sulle indagini scientifiche. È ovvio che in un primo tempo non ci fosse una preparazione adeguata. Ora è difficile che vengano commessi gli errori che sono stati commessi a Garlasco. C’è anche un altro fattore. L’evoluzione della scienza in criminologia è enorme. Gli esami del DNA sono cambiati radicalmente dal 2000 ad oggi. Ora basta un niente per risalire al DNA. Gli operatori devono sempre studiare ed informarsi, non sempre questo aggiornamento è stato uniforme sul territorio nazionale. In un posto piccolo succede che non ci sia la stessa preparazione che c’è in città. Però questo avveniva all’inizio dell’arrivo delle tecniche scientifiche. Adesso i RIS e i reparti investigazioni scientifiche dei carabinieri sono stati dei precursori, sono stati i primi in Italia a portare certe analisi. Oggi questi errori sono meno possibili».

Ha dei dubbi sulla risoluzione dei casi che ha raccontato? 

«I dubbi ci sono sempre, però non ci sono casi in cui dico tra me ‘qui hanno sbagliato tutto’ per arrivare a quella conclusione. Ci sono dei casi in cui dici, sì la sentenza è giusta, ma con tutto il casino che hanno fatto prima forse non sarebbe giusto arrivare a questa conclusione. Condannato un innocente o assolto un colpevole, no, non lo vedo. 

A volte ci sono trasmissioni che puntano sull’innocenza di alcuni personaggi coinvolti in casi famosi. Rivedendo tutti gli atti e gli interrogatori non lo credo possibile».

Unabomber, un caso irrisolto

Una trentina di ordigni, nascosti in tubetti di maionese del supermercato, confezioni di uova, Ovetti Kinder o pennarelli, lasciati in bella vista affinché qualcuno, spesso bambini, li raccogliessero. Non uccise nessuno, ma mutilò diverse persone. Unabomber è il nome del criminale mai identificato che tra gli anni Novanta e Duemila generò un clima di terrore tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. Non scoprirono mai chi ci fosse dietro a questi ordigni, e soprattutto non scoprirono mai il movente. 

Come spiega l’impossibilità di definire chi ci fosse dietro Unabomber? Glielo chiedo perché sono cresciuta in quelle zone e in quegli anni. Ho il ricordo vivido delle maestre e dei genitori che ci raccomandarono di non raccogliere nulla da terra, soprattutto Ovetti Kinder, perché potevano essere una bomba ed esplodere. 

«Adesso lo prenderebbero in trenta secondi, con le telecamere che ci sono in giro e con le analisi scientifiche che ci sono. Non sarebbe ripetibile una cosa del genere. L’errore è stato che per anni le procure non si sono coordinate. Ognuno lavorava per conto suo, Venezia, Treviso, Pordenone, e non mettevano insieme i dati quando si spostava di provincia in provincia. Poi l’assoluta mancanza di un movente. Se non capisci il movente non sai dove ristringere le indagini. Era oggettivamente difficile. Anche quando pensarono di individuare un colpevole, si mise in mezzo uno che fabbricava prove false, com’è successo con il lamierino. E hanno dovuto chiudere.  Poi lui ha smesso di mettere ordigni. Io credo che non sapremo mai come sono andate le cose. Non penso che ora dai reperti possano recuperare il DNA, anche perché saranno deteriorati, ci avranno messo mani decine di persone. Era il periodo in cui non si sapeva che quei reperti dovevano essere conservati, catalogati e tenuti in un certo modo. La cosa che mi ha più colpito di questa storia è l’inesistenza di un movente, come nessuno abbia mai capito perché questa persona – o persone – volesse far del male a delle persone, tra l’altro bambini. Perché un Ovetto Kinder e il pennarello sulla spiaggia erano palesemente per attrarre bambini. La mancanza di un movente porta a brancolare tra mille ipotesi». 

Il volto del male. Storie di efferati assassini: il nuovo libro di Stefano Nazzi

Kronaka, viaggio nel cuore oscuro del Nord è il suo primo libro. Cosa le ha dato uno spunto per scrivere questo libro? Ci sono casi che oggi aggiungerebbe? 

«Ne avevo lasciati fuori molti, ma ora a maggio uscirà un nuovo libro. In cui racconterò la storia di dieci persone che a un certo punto della loro vita hanno commesso omicidi o crimini crudeli, alcuni di questi ne hanno commessi molti per molto tempo, altri hanno commesso un solo omicidio in una determinata giornata e poi hanno cambiato vita. Sono storie molto diverse, va da Luigi Chiatti che viene chiamato il mostro di Foligno alla storia di Donato Bilancia, alle tre ragazze che uccisero Suor Laura Minetti. Racconto la loro storia. Nel primo libro mi ero concentrato sul Nord perché erano storie che conoscevo meglio. Forse quel tipo di delitti avviene più a Nord che a Sud, per motivi che non so spiegare». 

Il volto del male. Storie di efferati assassini: dieci storie, dieci crimini. Una raccolta che racconta le vicende di persone che hanno fatto il male e lo rappresentano. Uomini e donne di età diverse, che in Italia si sono resi colpevoli di delitti, spesso con moventi inesistenti. Nazzi ci racconta com’erano e come sono diventati dei ‘mostri’, spesso senza che nessuno intorno a loro sospettasse quello che stava accadendo. Stefano Nazzi ci racconta anche ciò che è successo dopo. Qualcuno ha continuato a uccidere, altri hanno voluto scomparire, e c’è chi continua a proclamarsi innocente.

Milano: negli anni Settanta c’erano Centocinquanta omicidi all’anno

Secondo lei la violenza e gli omicidi sono in aumento oggi rispetto a qualche anno fa? 

«Per le violenze in famiglia i dati sono una costante, purtroppo. I dati su gli altri reati invece calano in maniera costante. Per una ricerca che ho fatto recentemente, leggevo che alla fine degli anni Settanta a Milano c’era una media di centocinquanta omicidi all’anno, l’anno scorso ce ne sono stati nove. Perché funziona molto la prevenzione, anche la polizia tecnologicamente ha modo di controllare di più. La criminalità organizzata che un tempo agiva in modo pesante, nel Nord Italia è meno in grado di colpire e ha scelto strade nascoste. Le violenze in famiglia continuano a esserci».

Se non avesse fatto cronaca cosa avrebbe fatto Stefano Nazzi? 

«Bella domanda. Non mi sono mai posto il problema. Forse il giornalista in altri ambiti. Di attualità in qualche modo mi sarei sempre voluto occupare»

Domiziana Montello

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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