Il logo di Gucci su una cintura metallica - dettaglio di un'immagine di Marie Tomanova scattata per Lampoon a dicembre 2020
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Gucci – il momento di opulenza estetica è finito

Layer, patterns, fiori damaschi piume – è stato un eccesso al successo, durato 5 anni: l’opulenza di Gucci già in fase discendente – settimana scorsa è stata dichiarata la fine

Gucci: L’uscita di Alessandro Michele

Mercoledì 23 novembre, mattina. WWD lancia la notizia diffusa da fonte informata ma anonima: Alessandro Michele è in procinto di lasciare Gucci. Durante la giornata si parla tra rumore e cronaca. WWD è una testata americana – per gli Americani, non conta l’autorevolezza alla base del lavoro giornalistico, ma il terrore di frasi sbagliate in quella cancel culture jungle dove si smarriscono. È quasi certo, pare: il rumore sta per diventare parola scandita. La conferma giunge in serata: nel comunicato si parla di viaggi, di percorsi, rapporti umani, esperienza di vita, insegnamenti e apprendimenti, moniti per il futuro e per il mondo. I seguaci di Alessandro Michele si lasciano andare in sproloqui di aggettivi, piagnistei e poesie, autoscatti con vestiti e cimeli neanche lo stilista fosse mancato. Tutto coerente: se di opulenza si è trattato, di opulenza retorica questa fase si conclude. 

L’opulenza di Gucci, cosa è stata? 

A freddo rispetto al suo successo – durato circa fino a due anni fa – e a caldo del ferro lungo la ghigliottina (la metafora eccessiva direi qui è lecita) – vorrei provare a definirla, l’opulenza estetica di Gucci. Si fonda – si fondava? – su una ampia bibliografia, dalla storia al cinema, dalla filosofia alla musica pop. Mescolare l’alto il basso, il serio e il faceto, la bellezza e il fango. Alessandro Michele ha portato nel mondo della moda riferimenti culturali che non si lasciavano cogliere da anni: riferimenti che sono stati raccontati, ostentati, investigati. Nell’industria, si applaude un professore accademico: si dice, nel rispetto dovuto, che un’amicizia nobile abbia nutrito la creatività di Michele in questi anni. I legami profondi, che si imparano nei romanzi, concedono la meraviglia a cui abbiamo assistito. Superano i litigi, alcuni sbandamenti, attori di Hollywood e gemellanze. Una vecchia canzone diceva che esistono gli amori che trovi e che non lasci più così come quelli di cui rimangono i pezzi da gettare via – la canzone diceva che alla fine gli amori sono quasi tutti uguali, per poi chiudere smentendosi, perché ogni differenza la fanno le persone che questi amori li sanno vivere. Gucci per Alessandro Michele è stato questo, negli anni del suo successo: una storia d’amore bella come il miglior romanzo degli ultimi dieci anni, scritto con più abilità di quello che avrebbero saputo pubblicare alcuni scrittori in classifica. 

L’estetica culturale di Alessandro Michele

Abbiamo visto un tripudio di colori, accostamenti, fiorellini e draghi marini, gioielli con ogni pietra, farfalle ubriache, ninfe rotte, il rock al Giancolo, il decoro di Mongiardino, Galileo bruciare come un tramonto su Sunset Boulevard – noi eravamo in macchina con Greta Garbo. Millicent Rogers – no, è Florence and the Machine – Porfirio Rubirosa sbattuto fuori dal cugino dei Windsor, un’altra volta. Quante storie, quanti giochi, in ogni sfilata. Eravamo ancora a bocca aperta, con le lacrime commossi – tutto a un tratto, pouf. Come quando vedi un film che ti sta prendendo il sabato pomeriggio, non lo interromperesti neanche per fare pipì – invece una telefonata, un impegno, la sveglia che ti dice devi uscire – metti in pausa e dici che lo riprendi domani. Domani sei lì, premi play e non capisci perché: non ti interessa più. Tutta l’attenzione che davi il giorno prima, oggi niente. Ti annoia, provi dieci minuti ancora – niente, cambi film, la noia resta. Spegni e vai a letto.

La moda è letteratura estetica

C’è una sola cosa che ho capito in questi miei anni di vita e lavoro: la letteratura estetica – così definisco io la moda che mi interessa – è la letteratura del tempo che scorre. Io non sono un visionario, non sono uno capace di immaginare cosa succede tra due anni, non sono quello che svela idee premonitrici, intuizioni totali. Io sono solo un giornalista che spera di essere in grado di raccontare quello che sta succedendo. Mi basta il domani e la certezza di non volgermi all’indietro. 

Tappezzerie, decori e orpelli

L’opulenza perdeva consistenza in quelle conversazioni a video fatte male: i salotti decorati, pieni di soprammobili, conchiglie, tende e tovaglie, tutto a un tratto apparivano come troppe bancarelle di paese. Le donne che Gucci sceglieva, diventavano le zie che chiacchierano di luoghi comuni, che si coprono le rughe con troppo fondo tinta. Tutte troppo magre pur di sentirsi chic – parola mostruosa – coperte da palandrane marocchine. Le donne di Gucci incessantemente si sentivano eleganti parlando del loro stile personale tramite dirette Instagram quando a nessuno interessava più il loro cognome aristocratico. Gucci diventava l’epitome di un trend a fiori, pattern, damaschi e ricami, che aveva annoiato e che si ripeteva malamente in Dolce & Gabbana così come in progetti minori come la Double J. Nella stessa diaspora, anche un giornale come World of Interiors. Pagine ripetitive fotografando la soffitta del maniero, dove la muffa è confusa con la seta, e più che la sfumatura nostalgica ti sovviene la pregnanza dell’effluvio. 

Alessandro Michele da Gucci: dal 2015 al 2022

Perché è durato così poco? Non parlo dell’impegno di Michele da Gucci – sette anni è effettivamente un percorso – parlo del momento di questo successo che indicherei dal 2015 al 2020. Fatturato di miliardi quasi raddoppiato. Come mai la decadenza è stata così veloce? La pandemia è stata una cuspide, ma la pandemia non può esaurire il ragionamento (anche se ricordiamo come le risposte più semplici abbiano sempre una loro verità). Consideriamo che, oggi, se la crescita di Gucci è rallentata, i ricavi non sono crollati, affatto, restano consistenti. Consideriamo la struttura delle multinazionali – dove il galoppo non è sufficiente. Deve esserci un galoppo in accelerata – ma un cavallo è un cavallo, oltre a tanto non ha senso spingerlo – inciampa in una pozza, si sfianca. Forse la causa principale è qui: questa dimensione di un lusso per la massa destinato rompersi in toto, non solo su Gucci. Banalmente: non si può pretendere che Gucci possa vendere quando Nike solo perché lo chiami Guccy.

Colori di plastica

Un ultimo ragionamento prima di concludere, che dal mio punto di vista professionale è quello che mi interessa maggiormente esprimere. L’opulenza di Gucci non lascia il posto a un nuovo minimalismo – certo, si avvicina ora un tempo di rigore dove vogliamo meno fuochi d’artificio e più linee dirette al punto – ma quello che davvero non serve più a nessuno, è la plastica. Una moda che usa colori forti e fosforescenti – che più ne mette a contrasto, più si eccita – è una moda che si basa sulla plastica. I colori sono forti quando si posano sui poliesteri. I volumi esplodono quando si usano gli elastici, quando le cuciture sono fatte in nylon perché così non si rompono. Il colore è plastica che copre le fibre. Un rosso fuoco è uno strato di plastificazione che annienta le porosità naturali delle poche fibre naturali – cotone, lino, canapa. Non è più ammirevole spendere sette mila euro per una giacca tessuta in poliammide – può essere bella quanto si vuole, ma la plastica inorridisce. Tra quelli più sensibili, i ragazzi delle prossime generazioni. La microplastica è stata trovata nella placenta delle donne in gravidanza. I primi inquinatori di microplastica sono la moda, la cosmesi e il pneumatico. Un tessuto sintetico sulla pelle umana, porta a un grado di sudorazione maggiore, rende un cattivo odore, irritazione sull’epidermide. Questo vale per la stanza che abitiamo: tutti i pattern stampati a inchiostro, sono strati di plastica intorno a noi. A oggi non si scelgono tessuti naturali nel sistema moda – non esistono tessuti italiani nel Made in Italy, non esistono tessuti nobili nel mondo del lusso. Per me che guardo al domani – non ai prossimi anni –la strada da percorrere va in questa direzione.

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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