Copertina, Mi Tierra. Keila Guilarte
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Mi Tierra, Cuba – il racconto e le immagini di Keila Guilarte

«Cuba: è un colore, è come tornare in un film degli anni Cinquanta, è tutto fermo, immobile»: trenta immagini in bianco e nero per raccontare l’amore per la propria terra

Keila Guilarte, nuotatrice professionista, modella e fotografa

Keila Guilarte nasce a Santiago di Cuba dove cresce dedicandosi al nuoto sincronizzato. Per dieci anni è stata atleta professionista nella nazionale. «Sono venuta in Italia la prima volta a diciotto anni perché mi sono innamorata di un ragazzo italiano» – racconta. «Siamo stati insieme un po’ di anni, ci siamo sposati ma poi eravamo giovani ed è finita. Sono tornata a casa per finire gli studi, ero una nuotatrice professionista e mi sono laureata ISEF. Ho iniziato tardi a fare la modella, ma avevo la fortuna di sembrare sempre una ragazzina di diciassette anni». Nel primo decennio del 2000 vive fra Parigi e Milano, dove sfila per Dior Couture, Jean Paul Gaultier, Armani, Marc Jacobs, La Perla tra gli altri. Fino a quando scopre la sua vera passione: la fotografia. «Ora molti amici mi dicono: ‘ti ricordi quella volta avevi sempre la macchina fotografica con te!’ Io non me lo ricordo, era una cosa spontanea. Ero appassionata, non sapevo cosa fossero gli ISO o i tempi ma la macchina fotografica era sempre con me, anche quando andavo a Cuba dalla mia famiglia».

Mi Tierra, Cuba con gli occhi di Keila

Trenta scatti in bianco e nero, nati quasi per caso, per raccontare l’amore per la propria terra attraverso la semplicità – racconta Keila Guilarte: «Mi Tierra all’inizio era più un progetto personale. Più riguardavo queste immagini più pensavo che fosse un peccato che restassero dentro un computer. Dal riconoscimento che ho avuto l’anno scorso da Piero Piazzi, insieme alla sua associazione no-profit, mi sono ripromessa di fare un libro. Piero era innamorato delle mie immagini».

I proventi realizzati dalla vendita del libro sono stati integralmente devoluti in beneficenza ad AICEC, Agenzia per l’interscambio culturale ed economico con Cuba. «Con l’embargo è tutto bloccato, così ho voluto fare qualcosa di concreto che andasse oltre all’aiuto che do alla mia famiglia o alla gente che conosco. E spero che questo progetto cresca sempre di più per poter dare ancora di più. Le persone all’evento hanno recepito, sono state sensibili. Abbiamo venduto più di duecento libri».

La mostra Creative Hub FVG- Cuba premiata dall’associazione The Children for Peace

La sua prima mostra fotografica si è tenuta a Trieste nel 2019, promossa nell’ambito del Programma di cooperazione culturale internazionale con il governo di Cuba: con il titolo Creative Hub FVG- Cuba è stata premiata poi nel 2021 dall’associazione The Children for Peace di Milano. 

Il rapporto con Silvana Editoriale

«Mi accorgevo che i libri che acquistavo erano sempre di Silvana Editoriale. Ho preso coraggio e gli ho scritto. Mi hanno risposto dicendomi che lavorano con Cuba e che erano interessati al mio progetto».

Fondata nel 1948 da Amilcare Pizzi, Silvana Editoriale prende il nome dalla figlia, prematuramente scomparsa nel 1944. Oggi la casa editrice, che pubblica oltre 400 titoli l’anno, è nota per le monografie in ambito Arte, Design e Architettura e per cataloghi di mostre e musei. Sicuramente se guardate nelle vostre librerie ne troverete diversi targati Silvana.  In particolare in ambito fotografico si è consolidata la collaborazione di Silvana Editoriale con Camera Centro Italiano per la Fotografia di Torino, con il Festival Fotografia Europea di Reggio Emilia e con l’Institut du Monde Arabe di Parigi, per la Biennale di Fotografia Araba Contemporanea. Oltre un’importante produzione annuale di volumi monografici.

Il primo scatto presente in Mi Tierra, Cuba è stato Fraternidad

Nello scatto ci sono dei ragazzi che si aiutano a risalire un pontile, due aiutano un terzo ragazzo appeso a filo d’acqua, tra muscoli contratti e schizzi d’acqua. «Ero a pranzo con la mia famiglia e ho sentito delle urla e ho pensato ci fosse uno squalo. Siamo andati subito a guardare. Io avevo la fotocamera in mano, prima ho fatto la foto e poi ho chiesto cosa stesse succedendo. C’erano delle meduse e per questo stavano urlando. Per non farsi pungere si stavano arrampicando sul pontile». Questo episodio, apparentemente non eccezionale, ha convinto Keila a dedicarsi il suo lavoro di fotografa a Cuba. «Lì è scattato qualcosa. Da quel momento in poi mentre ero a Cuba con la mia famiglia uscivo ogni giorno con la macchina fotografica cercando qualcosa che mi colpisse».

L’utilizzo del bianco e nero perché andare a Cuba è come tornare in un film degli anni Cinquanta

«Cuba è un colore unico, è tutto vivo e sgargiante. Allo stesso tempo è come tornare in un film degli anni Cinquanta fermo immobile – spiega l’autrice. «Tutte le volte vedo le stesse cose. Ho voluto trasmettere questo con l’utilizzo del bianco e nero, è quello che io vedo. È paralizzato nel bene e nel male. Il bianco e nero ferma l’immagine e ti fa concentrare sull’anima del soggetto. Fare una foto a colori a Cuba significa non avere mai un colore uniforme e questo può distrarre».

Lo scatto della foto Purezza

«Ero in vacanza con la mia famiglia e mi sono separata da loro per qualche ora per fare alcune foto. Il giorno prima avevo visto questa casa di legno, pericolante. Così il giorno dopo incuriosita ci sono tornata. Sono entrata, la casa era umile ma dignitosa, ci abitavano persone semplici. Era una situazione surreale, la casa che cadeva a pezzi ma dentro pulita e in ordine. In casa non c’era nessuno, solo il bambino con il cellulare in mano, che è ritratto nella foto. Lui mi ha guardato e io ho scattato subito la foto. Gli ho chiesto se fosse da solo e mi ha risposto che non sapeva dove fosse sua madre. Il letto era rifatto perfettamente, il ventilatore acceso e la televisione. Appese alle pareti di legno piena di buchi delle cose per neonati. Mi ha ricordato una parte della mia infanzia: ho vissuto in una casa simile. Per questo motivo mi sono sentita come riportata indietro nel tempo».

La fotografia che si fonda sul cogliere l’occasione

«Non c’è un soggetto che mi piace fotografare in particolare, ci devono essere delle situazioni che mi colpiscono o delle persone. Cuba è un teatro a cielo aperto, è difficile che qualcosa non ti colpisca. A volte uscivo in cerca di qualche scatto e non trovano nulla, non mi portavo a casa nemmeno mezza foto perché non trovavo nulla che mi colpisse a pieno. In tutti gli scatti che ho fatto a Cuba, non ero io a ricercare i soggetti, erano loro che mi capitavano davanti, per caso». Negli scatti di Keila le persone emanano spontaneità, le situazioni sono comuni e familiari, capaci di far immedesimare lo spettatore. Cuba è spesso raccontata anche come un luogo non del tutto amichevole per chi con una macchina fotografica può sembrare un giornalista. «A Cuba ci sono i combattimenti di galli, si chiamano gallos de peleas. Mi dispiace per gli animali, sono situazioni assurde. Volevo fotografarli ma era troppo pericoloso e non mi facevano entrare con la macchina fotografica perché pensavano che fossi una giornalista e volessi denunciarli».

Fotografa di moda e fotoreporter, Keila Guilarte riesce a unire le sue due anime passando da un editoriale alla fotografia di strada. «Amo le foto di Paolo Pellegrin, perché ha sfaccettature come me. Se il destino mi chiedesse di fare una scelta, sceglierei di fare reportage e andare in giro per il mondo abbandonando la moda. Anche se sono due ambiti che amo molto, sono entrambi parte di me. Pellegrin non ha uno stile unico, ma in ogni sua fotografia trovi l’anima».

Moda e fotografia sono ambienti sessisti?

«Da modella non sono mai stata contenta di come venivo in foto, secondo me mi ritraevano sempre male. Era difficile che mi prendessero nel modo adeguato. Penso però che il mondo della moda si stia evolvendo, soprattutto negli ultimi tempi. Del pregiudizio resta: le persone vedono una bella donna e mi guardano con timore pensando che sia stupida. Solo dopo si rendono conto che ho la capacità di fare. 

Credo che il punto sia che, a prescindere dal sesso o dal genere o da qualsiasi etichetta sociale, è necessario dare agli altri la possibilità di conoscerti. Il maschilismo esiste, soprattutto nel mio paese. Quando iniziai a fare la fotografa mio padre mi disse ‘Oddio ora inizierai a vestirti come un maschiaccio’. Questa mentalità retrograda è ancora presente. Se fai un lavoro ritenuto da uomini allora dovresti anche vestirti da uomo, e in molti penseranno che tu non sia capace. Per fortuna però, grazie anche alle battaglie di questi anni, gli uomini si stanno capendo che le donne hanno tutte le capacità». 

In Uganda per aiutare i bambini contro l’AIDS con Children for Peace Italia

«A breve partirò per un altro progetto sempre con l’associazione di Piero Piazzi. Andremo in Uganda ad aiutare i bambini malati di Aids. Stanno costruendo case e scuole per bambini. Io sono la fotografa ufficiale del progetto, e sono certa che la pubblicazione che faremo sarà in grado di mostrare tutti i lati di quella terra, così difficile ma così bella».

Children for Peace Italia è una ONG italiana fondata con lo scopo di assistere i bambini di tutto il mondo che hanno bisogno di un sostegno fondamentale per la sopravvivenza. Ambassador dell’associazione è Piero Piazzi, modello, manager e presidente di Women Management. È stato lui a scoprire a lanciare molti dei volti più famosi di questi anni tra cui Mariacarla Boscono, Monica Bellucci, Carla Bruni ed Eva Riccobono. Da sempre impegnato nel sociale, a partire dagli anni ’80 quando fece volontariato all’Ospedale Sacco di Milano dove erano in cura i malati di Hiv. Da diversi anni è ambassador dell’associazione Children for Peace Italia, di cui nel 2020 è stato il volto della campagna insieme al piccolo Hiyab Negussie. 

Domiziana Montello

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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