Regina Schrecker con Andy Warhol, di cui è stata musa ispiratrice
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Dai ritratti di Andy Warhol ai costumi per Madama Butterly: incontro con Regina Schrecker

Mitteleuropea di nascita, cosmopolita e poliglotta sin da adolescente, la stilista ed ex modella di origine tedesche racconta più di quarant’anni di attività

Il racconto, nella sua trasversalità generazionale, è essenziale

«Paura mai», afferma Regina Schrecker durante un pranzo al Caffè Paszkowski. Mitteleuropea di nascita, cosmopolita e poliglotta sin da adolescente, la stilista ed ex modella di origine tedesche passa in rassegna più di quaranta anni di attività alimentando un confronto tra l’allora e l’oggi. Un’immersione in un recente passato che apre con una riflessione sulla percezione del tempo. 

«Per i ragazzi di oggi ciò che è avvenuto prima della pandemia è già passato remoto. Non c’è da stupirsi quindi se una personalità, un evento, una stagione culturale anche solo di quindici anni fa, che a me sembrano non così lontani, ricadano spesso nell’oblio da parte dei giovani. Il racconto, nella sua trasversalità generazionale, è essenziale». 

Gli anni del college e Londra negli anni Sessanta tra i Beatles e i tea party a Buckingham Palace

«Sono nata ad Hannover, poi i miei genitori si sono trasferiti in Svizzera. I tempi del liceo li ho passati ogni anno in un luogo diverso, dove si parlava una lingua diversa. Mio padre mi mandava in college pensando forse di trasmettermi un’educazione più rigorosa. In realtà, sono stati anni divertenti, soprattutto in Inghilterra. Conobbi i Beatles, partecipai ai tea party di Buckingham Palace; ero spesso catapultata in ambienti di rappresentanza. Era però la Londra di metà anni Sessanta e il cambiamento si viveva anche per strada. La scuola stava nel sud della capitale e tre giorni alla settimana eravamo liberi di uscire e partecipare già a una realtà estremamente multiculturale».  

L’arrivo a Firenze e l’incontro con il mondo della moda

Dopo Losanna e Parigi e sei mesi in Spagna, la signora Schrecker conclude gli studi liceali sulle colline di Firenze – città in cui tornerà sempre e fonderà il suo atelier. Non è passato molto dalla prima sfilata organizzata nel 1951 da Giovanni Battista Giorgini in Sala Bianca di Palazzo Pitti. La città è animata da alte competenze artigianali, sartoriali e creative. 

«Qui iniziò anche il mio rapporto lavorativo con la moda, o meglio capii cosa volevo fare in quell’ambito. Al Caffè Giacosa in Via Tornabuoni – oggi chiuso – mentre bevevo un caffellatte, un signore mi chiese se potevo essere la sua mannequin. Era il marchese Pucci. Gentilmente rifiutai. Desideravo un ruolo più dinamico e creativo. Iniziò anche il mio amore per questa città dove ancora oggi vivo». 

Milano: l’università, i Caroselli in Rai, i servizi fotografici e sfilate

«Diplomata, mi trasferii a Milano per studiare Lingue, Storia dell’Arte e del Teatro all’università Cattolica. Qui mi chiesero se volevo lavorare nello spettacolo, ci provai. Dopo tre giorni mi ritrovai a fare il mio primo Carosello per la Rai, e ne seguirono molti. Lavorai con Johnny Dorelli, Enzo Jannacci e Walter Chiari. Sempre a fine anni Sessanta, iniziai sempre più ad avere ingaggi nella moda, come modella sia per servizi fotografici che per sfilate tra Londra, Parigi e Milano». 

Di questo periodo meneghino sono conservate fotografie in bianco e nero realizzate nella boutique di Elio Fiorucci in Galleria Passarella, angolo piazza San Babila – inaugurata il 31 maggio 1967. Regina Schrecker indossa qui ‘la moda giovane’: ampi abiti alla caviglia, sandali alla schiava, gonne con frange in suede. Una ricognizione visuale sul codice del costume del tempo che rispecchia la ricerca di libertà ed emancipazione: il lascito della cultura hippie, jeans a zampa, hot pants e maxigonne, le politiche rivoluzionarie sulla scorta di Che Guevara, Marisa Bellisario come dirigente d’azienda per Olivetti. 

Precisa la Sig.ra Schrecker, «cercavo di imparare tutto quello che mi passava sotto agli occhi; la vera passione era assistere alla creazione degli abiti. Nel 1971 vinsi un concorso in Italia, mi elessero Lady Universo. La notizia arrivò in Germania. Uno zio lo comunicò ai miei genitori. Non li avevo mai informati delle mie scelte lavorative. Ero una ribelle riservata. Non presero male la notizia ed io scelsi di continuare la mia carriera guardando agli Stati Uniti e alla carriera di designer». 

Regina Schrecker a New York City

«Negli anni Settanta e Ottanta nutrivamo un’accettazione più spontanea verso chi poteva risultare all’apparenza ‘diverso’: nel colore della pelle, nell’etnia di origine, nell’orientamento sessuale, nell’educazione. Se il  lavoro artistico di qualcuno o qualcuna ci piaceva non ci importava niente di come viveva la sua intimità. Celebravamo il talento, non i gusti personali. Oggi sembra che sia obbligatorio esasperare il concetto di inclusione. Ad esempio, in una recente sfilata si è arrivati a ingaggiare persone affette da vitiligine. Non contesto la scelta ma mi interrogo sulla dinamica alla base della scelta. È volontaria o è una manovra politically ‘in-correct’? Noi celebravamo la creatività di pensiero che si fonda sulla poliedricità, la quale a sua volta nasce dalle differenze. Sono una premessa fondamentale da tutelare, ma non il punto di arrivo». 

Lo Studio 54 e la Factory: l’amicizia con Andy Warhol

A inizio anni Settanta, Regina Schrecker conobbe Andy Warhol durante una sfilata. Frequentava la Factory – «sempre in fermento, un luogo dove incontrarsi, c’era sempre un tavolo apparecchiato», ricorda – e lo Studio 54. Erano anni di indipendenza e intraprendenza. Non era ancora esploso il dramma dell’AIDS. «Si lavorava ogni giorno. Le foto erano analogiche, non se ne accumulavano tante come oggi»

«Con Warhol maturai un’amicizia e un reciproco senso di stima. Mia madre era un grafico, e nei lavori di Andy rivedevo molto questo approccio che lui tramutò in arte. Apprezzava la mia personalità nello sfilare e venne anche a Milano alla presentazione delle collezioni Regina Schrecker. Una sera di primavera del 1983, mi chiese di andare il giorno dopo alla Factory. Accettai. Il truccatore mi “dipinse” il volto di bianco. Il mio volto divenne una tela. Poi Andy mi scattò dodici Polaroid. Ne scelse una e realizzò due serigrafie su tela, una con sfondo bianco e una rosso. Me le regalò. È capitato che io abbia dato in prestito le opere per mostre. Le fotografie sono attualmente esposte all’ Art Institute di Chicago. Me lo hanno comunicato recentemente ed è stato emozionante rivedere quegli scatti. 

«Nell’autunno dello stesso anno, Jean-Michel Basquiat durante una cena fu preso dall’ impulso di farmi un ritratto. Lamentava di non avere con sé il materiale adatto. Gli offrì la mia matita per gli occhi e il rossetto. Fu un gesto inaspettato e conservo tutt’oggi questo suo disegno». 

Da modella a fashion designer. La moda italiana anni Ottanta 

«Sono una modella che poi è divenuta stilista. Dopo un primo periodo in cui ero una fashion designer freelance, nel 1980 a Milano presentai la prima sfilata che portava il mio nome. È stato un passaggio che ho sempre desiderato ed è stato graduale, sfilavo in Sala Bianca di Palazzo Pitti come modella mentre disegnavo le mie collezioni». 

«Nel tempo creai una ditta a Sesto Fiorentino che si chiama Sfida. Lì si realizzava tutto. Dal primo prototipo al controllo degli abiti prima di mandarli in magazzino. La produzione non era decentralizzata: se disegnavo un bozzetto di notte, nel primo pomeriggio veniva consegnato il prototipo. Questo grazie anche alle grande competenze che si trovano ancora oggi in Toscana. Dalla produzione di pelle alla maglieria. Anche tra colleghi umanamente ci riconoscevamo nelle nostre diversità stilistiche. Condividevamo valori e passioni che si traducevano in linee personali, ricercate. Se la moda rappresenta ancora la società che la indossa, allora la percepisco perlopiù monotona e standardizzante. Possono essere cicli, credo e spero che nuovi bisogni e nuovi gusti arriveranno a noi in futuro». 

La temporanea involuzione della moda. Contro il fast fashion 

«Confrontando la moda degli anni Ottanta e Novanta con quella di oggi, resta certamente il fatto che sia un’industria molto produttiva per l’Italia. I mercati già si rivolgevano agli Stati Uniti e all’Asia. Ciò che è cambiato sono i designer e i tempi della moda. Si presentavano due collezioni due volte all’anno. Si lavorava molto ma c’era tempo per pensare. Credo sia essenziale creare un leitmotiv che mantenga in dialogo una collezione con quella successiva. La rapidità che il sistema moda oggi si torva a soddisfare conduce a cambiamenti eccessivi, sia in termini di direzione creativa che dirigenziale». 

Regina Schrecker e i nuovi stilisti 

«Quando ho iniziato la mia carriera di stilista c’era la guerra del Kippur e la conseguente crisi petrolifera. Lo ricordo sempre quando mi rivolgo ai giovani designer durante incontri al Polimoda o in altre scuole in cui muovono i primi passi mentre si consuma la guerra russo-ucraina. Alla distruzione si deve rispondere con la creazione». 

I costumi per il teatro, gli abiti di scena per Madama Butterly 

«Mio padre mi portava alla Scala, i costumi di scena mi affascinano da sempre». Nel 2000, il Gran Teatro Giacomo Puccini chiese alla Sig.ra Schrecker di realizzare gli abiti di scena per Madama Butterly, con regia di Vivien Hewitt e scene di Kan Yasuda. Una produzione che riscosse successo internazionale e che è stata in scena fino al 2016, anche a Tokyo.

«Dopo una ricerca sul codice di abbigliamento ai tempi in cui è ambientata l’opera, scelsi di realizzare costumi senza tempo che celebrassero i simbolismo racchiuso nella cultura giapponese. Sono legata professionalmente al Giappone e all’Oriente. Ho realizzato numerose sfilate anche in Ucraina, Repubblica Ceca, Cina fino ad Ulan Bator, in Mongolia. Non sono state operazioni legate al profitto, nutrivo il desiderio di portare il messaggio della moda italiana in luoghi dove era meno nota. Nel 2013, ho creato i costumi per Rigoletto al Teatro Carlo Felice di Genova. Qui ho scelto di utilizzare solo materiali di scarto dell’industria della moda». 

Progetti futuri 

L’arte contemporanea ha ripetutamente stimolato l’immaginario artistico di Regina Schrecker. Sembra che la stilista – sempre libera – abbracci, almeno in parte, la filosofia di Gilbert&George racchiusa nelle Laws of Sculptors del 1969: always be smartly dressed, well-groomed relaxed and friendly polite and in complete control. 

Dopo il sodalizio con la pop art, la Sig.ra Schrecker prosegue le collaborazioni con il mondo dell’arte. Nel 1986 chiese ad Arnaldo Pomodoro di disegnare l’ampolla del suo profumo. Nel 2013, in occasione della Biennale Arte di Venezia presenta l’opera Out of the mirror durante una mostra organizzata dal Museo d’Arte Contemporanea Italiana in America a presso Palazzo Merati d’Audiffret de Greoux. «Oggi sono affascinata dagli NFT, sto studiando questo fenomeno. La possibilità di creare digitalmente un’opera e il dinamismo che racchiude in sé stimolano il mio pensiero creativo». 

Regina Schrecker

Regina Schrecker è una fashion designer di origini tedesche che vive a Firenze. Dopo una carriera da modella, fonda l’omonimo marchio e realizza numerosi progetti nel mondo, dedicandosi anche alla realizzazione di opere d’arte contemporanea e a costumi per il teatro. 

Federico Jonathan Cusin

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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