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Paolo Cognetti
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Processo a Milano, interviene Paolo Cognetti: la delusione per la città

Paolo Cognetti racconta il passato da documentarista alla Civica Scuola di Cinema, l’esplorazione della Milano anni Novanta e inizio Duemila, il confronto con quella di oggi

Lampoon – intervista a Paolo Cognetti 

«Oggi Milano è un paradosso: da un lato è tornata a attrarre energie e culture diverse, lingue diverse, persone che vi si stabiliscono per realizzare sogni; dall’altro, questi sogni sembrano irrealizzabili, sviliti dagli standard economici e avvolti in una nebbia di immagine e poca sostanza. A Milano sembra aver vinto l’apparenza sulla sostanza, d’altronde non è un caso che Milano sia la città della moda e della televisione. Questo fa parte della mia delusione». Quando ho contattato Paolo Cognetti per questa intervista volevo esplorare il senso di delusione verso la ‘forma città’, vista come spazio in cui l’uomo esercita e domina attraverso la sua azione. 

Il processo a Milano delle settimane recenti: crescita dei costi e delle disuguaglianze

Nell’immaginario comune italiano, Milano è un ideale, una promessa, più che una città. Uno spazio dove il sacrificio è accolto perché funzionale al raggiungimento dei propri sogni. Oggi questa equazione sembra compromessa e nelle ultime settimane sui media è scoppiato il caso Milano: in molti, da Michele Masneri in poi, stanno smontando il mito del capoluogo lombardo dando luogo a un ‘Processo a Milano’: Milano, non più come la città delle occasioni possibili, ma come l’emblema delle possibilità che diminuiscono, soprattutto se a condizione che tu possa permettertelo economicamente. Milano percepita come una città vittima della sua stessa narrazione, incastrata tra le più svariate week da una parte e dalle sue cerchie urbanistiche e sociali dall’altra. 

Paolo Cognetti: Milano, la Civica Scuola di Cinema, i documentari

Paolo Cognetti è nato e cresciuto a Milano, la città è stato il suo primo paesaggio da esplorare professionalmente. Poi ne è rimasto deluso e la sua ricerca artistica, oltre che di vita, si è concentrata sui luoghi dove l’essere umano è costretto a piegare le sue abitudini alla natura, e non il contrario. Prima di questo passaggio, e prima di diventare uno scrittore, Paolo Cognetti ha esplorato la sua città attraverso il documentario: «Mi ero iscritto alla Civica Scuola di Cinema perché non sapevo quale altro percorso di studi potesse servirmi per fare lo scrittore.

Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila non c’erano a Milano corsi di scrittura strutturati, mentre la scuola di cinema aveva una forte tradizione. Non era secondaria poi la necessità di imparare un mestiere con cui poter lavorare e guadagnare, cosa che la scrittura di certo non assicura. Mi sono iscritto al corso di sceneggiatura ma ho capito subito che la scrittura di finzione non mi piaceva. Il documentario mi dava la possibilità di incontrare, esplorare, il mondo e la città».

Il documentario Vietato Scappare, di Paolo Cognetti e Giorgio Carella

Nel 1999, Paolo Cognetti e Giorgio Carella, regista milanese alunno della Scuola di Cinema con cui fonderà la casa di produzione indipendente Cameracar, girano il documentario Vietato Scappare. «A quell’epoca ero interessato agli anni Settanta a Milano. Sono figlio di non milanesi, quindi a me arrivavano i racconti indiretti di quegli anni. Il documentario era per me un modo per ricercare le origini di dinamiche socio-culturali di cui, nella Milano anni Novanta, stavo vivendo solo la coda: gli edifici occupati, i centri sociali, erano spazi e fenomeni molto legati alla cultura anni Settanta». 

Milano anni Settanta – Paolo Cognetti con Marina Spada e Marco Philopat

Vietato Scappare è un viaggio nei luoghi della città che negli anni Novanta non esistevano più, ma che avevano segnato il tessuto sociale della città, attraverso due guide, Marina Spada, nostra insegnante, e Marco Philopat, scrittore e editore punk. Grazie a lui ho scoperto che il Virus, primo e unico centro sociale punk chiuso nel 1985, era a due passi dalla casa in cui sono nato e cresciuto. Quando, seguendo Philopat, sono entrato in quel portone si aprì una città nuova per me».

Paolo Cognetti, gli anni Novanta e l’abbandono della anima operaia di Milano

Una delle critiche a Milano più ricorrenti è quella di non avere perso identità, di essere tutto e niente: la città del rebranding. Non era così nei primi anni del 2000: «Quella era ancora una Milano post operaia, la presenza della fabbrica si sentiva ancora. Mi ricordo la stecca degli artigiani, un posto occupato che frequentavo spesso. Era dove oggi c’è il Bosco Verticale. Isola era un punto della città, non per i locali come oggi, ma perché era pieno di occupazioni.

A Milano si sentiva il respiro di una città che sì, stava cambiando pelle, ma aveva ancora addosso il corpo del passato. I nostri genitori avevano lavorato in fabbrica, era un luogo di cui avevamo sentito parlare per tutta la vita e di cui potevamo vedere i resti abbandonati, fatiscenti ma in qualche modo affascinanti. Adesso quella cosa lì è sparita del tutto: Milano è una città del terziario, non si riconosce più la sua anima operaia». 

La notte del leone: il concerto di Bob Marley a San Siro, la fine degli anni di piombo e l’inizio della Milano da bere

La notte del leone, documentario del 2002, è quasi una conseguenza del primo lavoro di Cognetti e Carella. «Avevamo individuato nel 27 giugno 1980 un crocevia storico per Milano: quel giorno finivano gli anni Settanta. Era la prima volta che si faceva un grande concerto a Milano, dopo anni in cui non se ne tenevano più per paura degli scontri; era la prima volta che San Siro veniva aperto alla musica. Bob Marley portava un messaggio politico, ma di gioia e festa. Ricostruire l’atmosfera di quel concerto ha significato ricostruire un momento in cui a Milano stavano succedendo delle cose, era la fine di un’epoca. Sarebbero poi arrivati gli anni Ottanta e la Milano da bere»

Il processo a Milano, il rapporto tra centro e periferia: nei cortili milanesi entra solo chi può permetterselo

«Ritengo Isbam, il nostro terzo documentario, quello meglio riuscito. Eravamo interessati all’umanità degli adolescenti dell’hinterland milanese. Giorgio viveva a Cinisello, ed eravamo riusciti a introdurci per un’estate in un gruppo di quindicenni. Noi di anni ne avevamo venti, eravamo ragazzi di città in mezzo a questi ragazzi di periferia, condividendo con loro avventure, luoghi, discorsi. È stata quella l’esperienza più vera di documentario che abbia fatto». Il rapporto tra centro e periferia rappresenta plasticamente la tendenza della città ad accrescere le disuguaglianze: se è vero che Milano si allarga sempre più, inglobando al suo interno zone fino l’hinterland, è altrettanto vero che il solco tra chi può e chi non può godere della Milano del centro è più ampio.

«Il centro è diventato più ricco – sottolinea Cognetti – il mercato immobiliare a Milano centro è inaccessibile, esiste un confine tra dentro e fuori. Si dice che Milano è fredda fuori e calda dentro, che la bellezza sta all’interno dei portoni, nei cortili. Nei cortili ci devi poter entrare, devi avere le chiavi, o qualcuno che ti faccia entrare, altrimenti ti lasciano fuori. Oggi il centro ti lascia fuori, Milano è una città che esclude, chiude le porte a chi non ha i soldi per entrare». 

Paolo Cognetti da Milano a New York fino alla fine dell’innamoramento per le città, globalizzate e tutte uguali

«Dopo Milano ho avuto un innamoramento per New York, connesso a quello per Milano. New York è una Milano all’ennesima potenza, è la Città per eccellenza, dove le persone vanno per realizzarsi, il punto d’arrivo. Quando l’ho scoperta, sempre grazie ai documentari, (avevano affidato a me e Giorgio una serie di interviste video a grandi scrittori americani) restai abbagliato, era la mia città dei sogni. Ho continuato a tornarci tutti gli anni, ho vissuto lì, ho scritto due libri su quella città, appena avevo un po’ di soldi mi ci trasferivo. Quell’innamoramento è finito. Non so bene il perché, ma le cose cambiano, gli amori finiscono. Mi interessano meno le città anche perché hanno cominciato a somigliarsi tutte. Vai a Praga o a Barcellona e inizi a sentirti nello stesso posto. La globalizzazione le ha rese uguali ed esclusive»

‘Processo a Milano’, avamposto della società italiana – Paolo Cognetti

A Milano prendono forma, e sono esasperati, i cambiamenti sociali del Paese. Più che anticipare le tendenze, la città le rende manifeste. Le critiche che oggi sono portate quasi come accuse in un ‘Processo a Milano‘ sono le stesse che vanno fatte all’intera società italiana. Una società che oggi ha paura del cambiamento, che usa l’arma dell’esclusione per mantenere lo status quo. Una società che parla di merito e non ritiene necessario dotare tutti e tutte degli stessi strumenti. Una società vecchia, una società che delude. 

Paolo Cognetti, la passione per la narrazione ibrida tra fiction e saggistica; gli esempi di Carrère e Sylvain Tesson; la natura e il mondo senza uomo

«Sono anni in cui i romanzi mi interessano poco», racconta Cognetti. «Sono più attratto da forme ibride di narrazione, a metà tra l’autobiografia, la saggistica e il racconto di viaggio. Vi trovo un tentativo più originale e concreto di comprensione del mondo. Penso a Carrère, o Sylvain Tesson, scrittore che si occupa del ‘non umano’, della natura senza l’uomo. Non è solo amore per la natura, ma un tentativo diverso di rappresentazione del mondo. Mi piacerebbe scrivere una storia dove non ci sono esseri umani.  A volte sogno il mondo senza uomo, quando ci saremo estinti, anche perché esiste il mondo senza l’uomo e in questo periodo ne sono attratto». Lo dici perché sei deluso dall’essere umano e dalle sue idiosincrasie? «Ammetto di sì: quando vedo quei film catastrofici con il classico meteorite che sta cadendo, mi sembra quasi un bel momento per la Terra». 

Paolo Cognetti 

Nato a Milano nel 1978. Si è diplomato in Sceneggiatura alla Civica Scuola di Cinema di Milano e insieme a Giorgio Carella fonda la casa di produzione indipendente Cameracar. Realizza documentari a carattere sociale, politico e letterario, tra i quali: Vietato scappare, Isbam, Box, La notte del leone, Rumore di fondo. Tra i suoi romanzi più recenti occorre segnalare Sofia si veste sempre di nero (2012, finalista al Premio Campiello 2013), Le otto montagne (2016, Premio Strega giovani 2017 e Premio Strega 2017) da cui è stato tratto l’omonimo film (remio della giuria al Festival di Cannes dello stesso anno) e Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya (2018).

Giuseppe Francaviglia

Paolo Cognetti
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L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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