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Svegliami a mezzanotte: il documentario in corsa per il David di Donatello 2023

Suicidio, depressione post partum e disagio psichico. Il romanzo di Fuani Marino, Svegliami a Mezzanotte, diventa un documentario per la regia di Francesco Patierno

Svegliami a mezzanotte: il documentario che racconta la depressione post-parto in corsa per il David di Donatello 2023

«Mi sono uccisa il 26 luglio 2012. Avevo da poco compiuto 32 anni e da neppure quattro mesi partorito la mia prima e unica figlia, Greta». Mi sono uccisa. Sembra una frase incoerente, detta da qualcuno che abbiamo di fronte. Quando la intervisto anche io uso più volte il termine ‘suicidio’ e ‘suicidata’ per parlare di quell’avvenimento, anche se il gesto drammatico di Fuani Marino non si è compiuto. Quel giorno del 2012 la scrittrice di origine napoletana, schiacciata dalla depressione, si è gettata da un balcone al quarto piano di un’abitazione in una stradina assolata di Pescara dove era in vacanza con la famiglia. Il dolore, a volte, diventa più forte di qualsiasi cosa, anche della paura della morte. Un volo interminabile e poi, lo schianto. Tra un suicidio compiuto e un suicidio tentato, a volte le sfumature nelle intenzioni sono pochissime, quasi inesistenti. A fare il resto è il caso, la fortuna, le circostanze. Fuani quel giorno non è morta, è sopravvissuta e dopo varie operazioni e la riabilitazione, ha deciso di raccontare la sua vicenda in un memoir asciutto ed onesto, Svegliami a mezzanotte, riadattato poi liberamente dal regista Francesco Patierno nell’omonimo film documentario prodotto da Luce Cinecittà con Rai Cinema, in corsa per il David di Donatello 2023 come miglior documentario.

Il film di Francesco Patierno diventa un documento lucido e ipnotico che racconta con sincerità il disagio psichico e il vuoto della maternità

«Non posso dire che il volo sia stato breve. Ricordo perfettamente la vertigine, la forza di gravità che da concetto astratto diventa sensazione. A differenza di quanto si crede, non mi è sfilata davanti tutta la vita, non l’ho vista, era come se non ci fosse mai stata. C’ero solo io che precipitavo perché volevo farlo, perché quel volo era un mezzo per raggiungere la fine, mi sono detta questo: Sta per finire». Il racconto di Fuani Marino nel suo libro porta il lettore accanto a lei, lo prende per mano per avvicinarlo alle sensazioni provate, per sviscerare le cause di quel gesto. Primo Levi scrisse, «nessuno […] è in grado di capire un suicidio. Per lo più non lo capisce neanche il suicida». Allo stesso modo le immagini che scorrono sullo schermo del documentario testimoniano il prima e il dopo di quella caduta, con onestà ma scegliendo fotogrammi essenziali che non lasciano spazio a dramma e autocommiserazione. «Come nel libro – racconta Fuani Marino – dove la mia voce si intreccia con quella di altri autori e autrici, così anche nel film abbiamo scelto di mantenere una polifonia di voci funzionali al racconto. Il mio materiale incontra immagini e video d’archivio. Lo trovo molto efficace perché la mia storia non è solo mia, vorrei che fosse di ogni persona che può ritrovarcisi». 

Depressione, maternità e violenza ostetrica

«Si parla sempre troppo poco di maternità e depressione post-partum, in un Paese dove tra l’altro la violenza ostetrica che subiscono le donne è ancora all’ordine del giorno e i tabù e i miti da sfatare sono ancora moltissimi». Anche alla luce di terribili fatti di cronaca come quelli che hanno coinvolto la madre che all’Ospedale Pertini di Roma, a gennaio 2023, si è addormentata mentre allattava il neonato di tre giorni, soffocandolo con il suo peso, Fuani Marino ci spiega la necessità di una nuova narrazione che investa le madri e il periodo delicato che affrontano con il puerperio. «Una giusta cura avrebbe probabilmente evitato anche a me di compiere il gesto che ho compiuto, ma all’epoca i medici avevano sconsigliato il mio ricovero perché mia figlia era ancora piccola e aveva bisogno di attenzione». Medici e familiari temporeggiano, continuando a consigliarle l’allattamento, senza rendersi conto che la depressione post partum stava sfociando in un episodio di depressione psicotica. 

Fuani Marino, raccontare il disagio psichico per creare consapevolezza sulla salute mentale

Non è semplice decidere di raccontare una vicenda così personale e dolorosa come un tentato suicidio ma Fuani Marino sceglie di farlo, di interrogarsi insieme a noi su quello che è successo nella sua mente. I motivi organici, la fluttuazione biochimica che è stata la causa del suo peggioramento e poi le diagnosi e le sensazioni che le hanno accompagnate. «A volte – dice Fuani Marino – penso di essermi cacciata in una cosa più grande di me. L’ho pensato quando ho scritto e pubblicato il libro e lo penso adesso per il film che viene distribuito nelle sale e partecipa ai Festival. Quando la troupe è venuta a filmarmi a casa ho provato sensazioni contrastanti, è stato tutto molto strano. Però sono fatalista e credo che sia giusto esporsi, raccontare. Soprattutto per quelle persone che oggi non hanno voce o che non l’hanno avuta anche solo fino a cinquant’anni fa. Non dobbiamo dimenticare che prima della legge Basaglia quello verso i manicomi era spesso un viaggio di sola andata, e che difficilmente chi vi finiva aveva l’opportunità di raccontare la propria storia». 

Il male dell’anima, la depressione è la malattia del XXI secolo 

Parlare di depressione e parlarne nel modo corretto è sempre più necessario, anche tramite letteratura e il cinema. La depressione è infatti la malattia del XXI secolo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2030 la depressione sarà addirittura la malattia cronica più diffusa. Nel suo romanzo Svegliami a mezzanotte Fuani Marino ha raccolto le voci di diversi autori che parlano di depressione e suicidio, consegnandoci un’utile bibliografia. «Bisogna leggere molto per capire di non essere soli. Gli autori che ho citato sono stati fondamentali nel mio percorso di guarigione e nella mia indagine», racconta Fuani Marino. Da Durkheim con il suo Il suicidio. Studio di sociologia del 1897, passando per Sylvia Plath, scrittrice e poetessa morta suicida a trent’anni, fino ad arrivare ai giorni nostri con i romanzi di Miriam Toews, I miei piccoli dispiaceri, o di Sarah Manguso, Il salto. Elegia per un amico; la letteratura è costellata di testi che ci hanno avvicinato alla malinconia, alle sensazioni che precedono le morti volontarie, a quelle che invece seguono le perdite e i lutti.

Salute Mentale con Fuani Marino

Nel volume Soffro dunque siamo. Un’indagine sul disagio psichico nell’età degli individui, uscito nel 2023 per Minimum Fax, Marco Rovelli scrive: «’Salute mentale’, si dice. Già il termine salute è insidioso. Salus, salvezza. Quale salvezza? Esistono forse i ‘sani’, col motore mentale a posto, e i ‘malati’, col motore rotto? Questa è l’illusione dominante». Un’illusione che ancora la società non sembra in grado di abbandonare. «Non bisogna parlare di salvezza – dice ancora Rovelli – Perché nessuno è salvo, mai, e non ci sono destinati al naufragio: non c’è bianco/nero, nell’esistenza». Siamo sempre in cammino, la salvezza non ci mette al riparo dalla precarietà, ci fa restare sempre esposti ai pericoli e ai rischi di questo viaggio nel mare della vita. La nostra possibilità di tracciare un senso, costruire un progetto più o meno stabile e individuare un orizzonte, dipende sempre da molti fattori. «Provo molta tenerezza – racconta ancora Fuani Marino – per la bambina e la ragazzina che sono stata. All’epoca non c’era grande attenzione ai segnali di malessere. Come mostrano alcune pagine dei diari, il disagio era già lì ma nessuno se n’era accorto». 

Il racconto e la scrittura come processo catartico di espiazione della sofferenza

Quando Fuani Marino mi racconta come ha lavorato al film insieme al regista Francesco Patierno e alla sua troupe, parla di un processo elaborato, che ha attraversato più fasi e scritture, riunito materiali di diverso genere e provenienza. Per raccontare il dramma del disagio psichico e del tentato suicidio, il regista ha scelto un linguaggio visivo composto da un mix di immagini di diversa origine e assemblato con un taglio narrativo cinematografico. Immagini in movimento tratte da altri contesti ma anche decine di foto, filmati e stralci da agende private dell’autrice. Le immagini di Fuani Marino da piccola, le polaroid con le amiche all’università, le fotografie del matrimonio e dei suoi diari si alternano a filmati degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta provenienti dall’archivio Luce. 

«Ritrovare quel materiale a casa – dice Fuani Marino – è stato per certi versi sorprendente. Ero già una scrittrice e forse per questo non mi sono mai disfatta di tutto quel materiale. Dopo l’Università è rimasto per molti anni a casa di mia madre e l’avevo riesumato solo per il libro, dove già compare in alcuni punti. Per il documentario il regista mi ha chiesto di poterli vedere e di poterli riprendere, lì dentro c’era già tutto. Come speleologi abbiamo fatto un lungo lavoro di scavo, selezionato le pagine più pertinenti». La scrittura era già un’ancora di salvezza, un modo per mettere in ordine le idee e le sensazioni. 

Esiste davvero una cura per la depressione?

Oggi per Fuani Marino quel gesto rimane ancora pieno di domande ma, nel tempo, la ricostruzione degli avvenimenti ha trovato, se non un senso e delle spiegazioni, almeno un’accettazione. Come ha spiegato bene Sigmund Freud, risolvere l’enigma del suicidio, significherebbe «risolvere l’enigma della vita». Resta quindi un mistero col quale la scrittrice ha dovuto imparare a convivere, così come accade di dover accettare degli eventi inspiegabili. «Quel gesto – per quanto terribile -, fa parte della mia storia, non lo potrò cancellare». Ma, con gli anni e le cure, Fuani Marino ha imparato che lei non è quel gesto. Il tentato suicidio è un episodio, che non cancella il passato e non rappresenta la totalità delle esperienze della sua vita. La ferita, per quanto enorme, può rimarginarsi grazie alle cure. Nel prossimo libro, che uscirà in primavera per Einaudi e si chiamerà Vecchiaccia, Fuani Marino racconterà, in una sorta di seguito di Svegliami a Mezzanotte, del periodo del lockdown e di quanto, da poco superati i quarant’anni, si senta molto vecchia. «A volte vorrei così tanto tornare indietro, fermarmi un attimo prima. Forse mi sento vecchia perché convivo col rimpianto. Rivivere quel gesto e scriverne è però tanto doloroso quanto necessario. È un modo per non abbassare la guardia. Ci è voluto un attimo per finire su quel balcone». 

Fuani Marino

Nata a Napoli nel 1980. Dopo gli studi in psicologia, è diventata giornalista collaborando a lungo con il «Corriere del Mezzogiorno». Nel 2017 ha pubblicato il romanzo Il panorama alle spalle (Scatole Parlanti). Suoi articoli e racconti sono usciti tra gli altri su «Rivista Studio» e «il Tascabile». Per Einaudi ha pubblicato Svegliami a mezzanotte (2019). Nel 2022 ha realizzato con il regista Francesco Patierno il documentario omonimo, tratto dalla sua storia. 

Francesco Patierno

Attore, regista e sceneggiatore napoletano. Nel 2009 ha ricevuto il premio come miglior regista di fiction italiana al Roma Fiction Fest per il film Donne assassine. Al cinema dal 13 febbraio 2023 con il film Svegliami a mezzanotte.

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Dai diari di Fuani Marino
Dai diari di Fuani Marino

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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