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Giorgio Andreotta Calò, SEI, 2007. Installazione ambientale Sei pecore, lettiere, armadietti, specchi, lampada. Veduta dell’installazione, Foto GAC, Courtesy by the artist
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Una pecora come guida sotto un cielo nero: Giorgio Andreotta Calò racconta Nebula

La video installazione Nebula di Giorgio Andreotta Calò, presentata da Fondazione in Between Art Film a Venezia, è un invito a riflettere sul senso di smarrimento e sulla nostra percezione del disturbo mentale

Nebula è la nuova mostra di Fondazione in Between Art Film e il titolo dell’opera realizzata in situ da Giorgio Andreotta Calò 

Fondazione in Between Art Film torna a Venezia con Nebula, una mostra collettiva presso il Complesso dell’Ospedaletto in occasione della 60. Esposizione Internazionale d’Arte. Curata da Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi, Nebula presenta otto nuove video installazioni site-specific tra cui quella omonima di Giorgio Andreotta Calò, commissionata e prodotta da Fondazione In Between Art Film, presieduta da Beatrice Bulgari, e co-prodotta da Studio Giorgio Andreotta Calò. 

Prima di Nebula: tre livelli di lettura dell’opera di Giorgio Andreotta Calò

Per comprendere la densità di significati radicati nell’ultimo lavoro di Andreotta Calò, potrebbe essere utile pensare alla genesi di Nebula come una stratificazione di creazioni passate, eventi storico-culturali e suggestioni personali. Come afferma l’artista, «Nebula è un esempio emblematico rispetto al processo generativo che accompagna diversi miei lavori. In essa coincidono e confluiscono più livelli. Il primo livello è un precedente: un’opera realizzata in passato attraverso cui si è dato vita a questo lavoro più recente. Un secondo livello è un fatto storico o una ricorrenza. Il terzo è connesso alla mia esperienza biografica e al rapporto con i luoghi, con la loro funzione passata e il loro potenziale narrativo inespresso».

Primo livello – l’opera SEI  nell’ex-ospedale psichiatrico femminile di Sassari G.B. Rizzeddu

Nel 2007, Giorgio Andreotta Calò è stato invitato a creare un’opera site-specific all’interno di un ex-ospedale psichiatrico femminile di Sassari. Qui realizza SEI, un’installazione composta da sei pecore, lettiere, armadietti e specchi che medita sulla condizione di presenza-assenza di chi in quel luogo ci viveva. Emerge qui l’interesse per architetture e spazi abbandonati nella prospettiva di riattivarli e riconfigurarli attraverso l’intervento artistico.

Come racconta l’artista, «andai ad intervenire in una ampia stanza adibita a dormitorio delle pazienti. Questa sorta di padiglione era diviso in settori a seconda del disturbo mentale che le affiggeva. Quello a me affidato era il sesto, un tempo destinato alle “donne calme”. Qui c’erano ancora gli effetti personali di queste persone. Letti, armadietti, mobili. 

Divisi la stanza in due parti speculari usando le reti metalliche dei letti che, disposte su due file sovrapposte, costruirono una sosta di recinto-confine mediano. Sullo spazio di destra feci entrare sei pecore. Nella porzione di sinistra potevano accedere di volta in volta sei spettatori. Sulla parete di fondo di questa parte erano stati collocati sei specchi. L’ambiente portava lo spettatore ad essere messo in relazione a una visione complementare di sé. Ogni qual volta voltava le spalle alle reti dei letti e alle pecore, trovava se stesso riflesso sul fondo della stanza. Sei è un numero e la declinazione del verbo essere alla seconda persona singolare. Il titolo dato all’opera diventava un monito, un’invito all’identificazione di sé in rapporto all’altro. Questa vista ribaltava la funzionalità originaria del luogo, la prospettiva di osservazione della malattia e della sua cura, in una sorta di processo autocognitivo». 

Secondo livello – l’impegno umano di Franco Basaglia, salute mentale e la lotta allo stereotipo 

Il 2024 segna il centenario dalla nascita dello psichiatra che in meno di sessanta anni di vita ha riformato la salute mentale italiana, rivoluzionando il metodo con cui pensiamo al malato e al disturbo mentale in sé. La legge 180 del 13 maggio 1978 porta il nome di Franco Basaglia e il suo contenuto è ricordato per aver sancito la chiusura dei manicomi – primato italiano nel mondo. Un radicale processo di de-istituzionalizzazione degli ospedali psichiatrici portato avanti dal medico e antifascista veneziano. La ricorrenza spinge a interrogarci sulla situazione attuale in merito al dibattito, cura e percezione sul tema. In Italia, non oltre il 4% della spesa sanitaria complessiva è destinato ai servizi per la salute mentale. Il gruppo Axa ha recentemente pubblicato il Mind Health Index 2024: indagine condotta da IPSOS rispetto ai temi del benessere psichico, su un campione di 16.000 interviste in sedici paesi del mondo, tra cui il nostro. Qui, i disturbi più diffusi sono ansia e depressione con un aumento delle diagnosi fatte in autonomia e/o su Internet (+8%). Secondo questa ricerca, l’Italia continua a occupare, dopo il Giappone, l’ultimo posto della classifica sul fronte della percezione dello stato di salute benessere mentale: solo il 16% degli italiani ne dichiara un pieno stato e il 48% afferma di sentirsi solo. Il dato peggiore in Europa. 

Ricorda Giorgio Andreotta Calò, «Di quell’esperienza del 2007 torna lo spazio dell’ospedale e torna questo animale così fortemente simbolico, una pecora. In lei si incarna il concetto di smarrimento e cura, due aspetti che ritroviamo nel dibattito culturale e politico sulla malattia mentale. La ricorrenza del centenario della nascita di Franco Basaglia apre ad una lettura simbolica della video installazione in riferimento alla scena del gregge e alla separazione forzata della pecora. All’internamento forzato nelle strutture di cura psichiatrica Basaglia opponeva la possibilità di reintegro e impegno etico della società civile verso l’ accettazione e la cura collettiva del malato mentale e al suo possibile riscatto nel corpo sociale».

Terzo livello – il Complesso dell’Ospedaletto tra identità del luogo e memoria biografica 

La video installazione Nebula è proiettata in uno degli ambenti al piano terra del Complesso dell’Ospedaletto. Costruito nel 1517 come struttura provvisoria per accogliere i bisognosi, ben presto diventò uno dei principali ospedali di Venezia. In tempi più recenti, è stato sede di una casa di riposo, per poi essere trasformato in uno spazio culturale – un’iniziativa promossa da Venews Arts. 

Rispetto al proprio rapporto con questo luogo Andreotta Calò precisa, «quando andai a vistare gli spazi di Nebula, conoscevo già l’Ospedaletto. Fino a vent’anni fa era una casa di riposo per anziani. Mio padre e mio nonno, entrambe medici, ci hanno lavorato. È un luogo che conserva per me un tempo della memoria. Quando mi trovai negli spazi, alcuni non accessibili al pubblico, ho ripensato a quell’ospedale di Sassari. In questa condizione di abbandono si percepiva ancora la duplice presenza dei pazienti che avevano abitato il luogo. La scelta di lavorare in questo caso con il linguaggio del video è stata naturale. Lo spazio architettonico secolarizzato ci porta ad attraversare luoghi apparentemente lontani tra loro, sia storicamente che funzionalmente. Nella dimensione onirica del racconto potevo condurre lo spettatore da uno spazio all’altro come in una sorta di processo inconscio e surreale. Per questo il mezzo filmico poteva essere lo strumento ideale per costruire questo tipo di narrazione e proiettando il film in quegli stessi luoghi si poteva generare nello spettatore un’esperienza di dormiveglia, sospesa tra realtà e sogno».

Giorgio Andreotta Calò, SEI, 2007. Installazione ambientale Sei pecore, lettiere, armadietti, specchi, lampada. Veduta dell’installazione, Foto GAC, Courtesy the artist
Giorgio Andreotta Calò, SEI, 2007. Installazione ambientale Sei pecore, lettiere, armadietti, specchi, lampada. Veduta dell’installazione, Foto GAC, Courtesy the artist

Nebula di Giorgio Andreotta Calò: una pecora come guida. Simbologia e natura dell’animale 

La narrazione all’interno di Nebula è condotta seguendo visivamente l’itinerario di una pecora all’interno degli stessi spazi espositivi. Da ovino generalmente percepito come bisognoso di direttive, diventa guida: si compie un rovesciamento simbolico attorno alla natura dell’animale. 

L’artista: «dopo SEI, in Nebula l’elemento della pecora torna nelle vesti di animale guida. Conduce l’osservatore nello scoprire l’architettura interna del luogo ed emana allo stesso tempo significati metaforici. Un animale percepito come fragile, che necessita di essere guidato, In Nebula ci conduce alla scoperta dell’Ospedaletto ma al tempo stesso in questo luogo sembra perdersi».

Secondo i bestiari medievali, tra cui Il fisiologo (Adelphi, 2002), scritto in ambiente gnostico ad Alessandria da un ignoto tra il Secondo e il Quinto secolo d.C., pare che la cifra simbolica di cui è portatrice la pecora sia l’ingenuità dello spirito umano; personificazione del giullare che si limita a far ridere la gente per condotta ingenua e bizzarra – al limite tra senno e follia.

In realtà, ricerche da parte dell’Université Côte d’Azur, dell’Université de Toulouse e della CY Cergy Paris Université hanno rivelato come le pecore siano dotate di uno spettro emotivo complesso e di un’organizzazione democratica. Le greggi usano una forma di intelligenza collettiva per spostarsi, guidate da un capo che cambia periodicamente. 

La realizzazione di Nebula e il lavoro con gli animali

Durante la riprese di Nebula, una razza di pecora di antica discendenza è stata fisicamente condotta all’interno del complesso dell’Ospedaletto.

Spiega Andreotta Calò, «abbiamo potuto lavorare con una Skudde. Una pecora originaria del nord Europa di taglia più piccola rispetto a quelle che pascolano in Cadore, come le bergamasche. Questa razza ovina ha delle caratteristiche estetiche che ricordano liconografia fiamminga, penso ad esempio al  Polittico dell’Agnello Mistico dei Van Eyck. Abbiamo trovato questa pecorella – Bianchina – in un allevamento di Border Collie a Padova. Fa parte di un piccolo gregge addomesticato che aiuta l’addestramento dei cani da pastore. La pecora è un animale gregario, ha bisogno della compagnia dei suoi simili. Ecco che per girare le scene abbiamo portato nell’Ospedaletto anche tre sue sorelle. Durante le riprese, tenevamo queste ultime in una stanza, mentre la “protagonista” era condotta in un altro ambiente per poi essere libera di ricongiungersi al gregge. Il suo percorso, registrato a rallentatore e confluito nell’opera, è il frutto di un istino naturale.». 

Il rispetto della fragilità umana nel finale di Nebula: il cielo è nero, non azzurro

«Il cielo è grande ed è nero. Il cielo è nero, non è azzurro. Il cielo è nero». Così la conclusione di Nebula esce dalla dimensione del sogno con questa frase che fa pensare al paradosso di Olbers. Medico e astronomo tedesco, nel 1826 muoveva la sua ricerca attorno a questo enunciato: come è possibile che il cielo notturno sia buio nonostante l’infinità di stelle presenti nell’universo? 

Nel finale della video installazione, l’onirico lascia posto al reale attraverso l’unica presenza umana che abita i trentatré minuti dell’opera. L’arte accoglie un approccio di ricerca sul campo. Un intento sociale, quello di Andreotta Calò, che nel girato si focalizza sul primo piano e voce di una donna. È una portatrice di energia in cui domina sempre più certezza, collocandosi agli antipodi dell’essere ἐκστατικός (estetico) – letteralmente, “fuori dai propri sensi”. La reputazione che forse le è stata attribuita per il corso della sua esistenza.

«Questa ultima parte l’ho girata da solo, con il telefono, all’esterno dell’Ospedaletto. Si tratta della testimonianza di una persona che rappresenta per me la condizione di smarrimento di cui lei stessa fa accenno all’inizio del parlato. Dice di vedere tutto bianco, ombrato. Come una nebbia fitta. La condizione visiva diventa trasposizione metaforica di una realtà che gli osservatori potrebbero percepire come altra. Le parole della donna sono poi sempre più precise: dal suo rapporto con il divino alla descrizione del cielo, che è nero e non azzurro. Mi diceva trattarsi di una verità scientifica . L’azzurro del giorno si ha grazie all’illuminazione del sole ma in realtà il cielo è nero non è azzurro. Il magnetismo del suo sguardo, incorniciato nel cappuccio che indossa, la fa apparire come una Cassandra contemporanea. Le sue parole riecheggiano quasi profetiche». 

Giorgio Andreotta Calò sul senso di smarrimento nelle giovani generazioni

Giorgio Andreotta Calò insegna Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Un impegno che consente all’artista di confrontarsi con le nuove generazioni e riflettere anche sul loro sentimento di sconforto e smarrimento. 

«Lavoro in Accademia da poco. Credo di aver cominciato nel momento peggiore, durante il Covid. L’aula dove stavo all’inizio sembrava un ambulatorio. Pensavo che aver realizzato progetti complessi fosse sufficiente. Trasmetterlo è diverso. Non avevo esperienza e mi sono dovuto reinventare. È stato un inizio complesso e lo è tutt’ora. Ho trovato una situazione di difficoltà tra gli studenti. Alcuni sono disillusi e sconfortati. Hanno difficoltà a credere in un progetto, come se non ci fosse senso nel portarlo a termine. È uno smarrimento diverso da quello raccontato in Nebula, perché paradossalmente il loro è lucido e consapevole. Per questo è più difficile guidarli verso un obiettivo altrettanto credibile. Probabilmente l’alleanza è la sola via risolutiva. 

Lavorare all’empatia e stringere un patto di fiducia reciproca. Cerco di avvicinarmi e trasmettere un metodo. Un modo di relazionarsi al lavoro che permetta di affrontare e risolverne le complessità. Acquisire fiducia in loro stessi e consapevolezza critica per capire quali siano le loro naturali inclinazioni, limiti e potenzialità. Se diventeranno dei bravi artisti non sarà probabilmente per merito mio perché non sono sicuro che fare l’artista sia un mestiere o un qualcosa che si può imparare a scuola ma una vocazione innata. Riconoscere questo è già liberatorio e permette di intraprendere altre vie possibili».

Venezia e Giorgio Andreotta Calò: tornare ancora, camminando 

Giorgio Andreotta Calò è veneziano. Il legame con la città lagunare non si esaurisce nell’aver dato i natali all’artista. All’interno della pratica di Andreotta Calò, Venezia si configura come serbatoio di stimoli visivi e sonori. Suggestioni riflettenti e attraversamenti cadenzati a cui fare ritorno. Anche a piedi, partendo dall’Olanda. 

«Nella sua guida, Giulio Lorenzetti approccia così l’etimo di Venezia: è quella città che rende stupore a tutto il mondo. Dal desiderio che di tornare a lei portano tutti quelli che partono. Da lei prese nome di Venezia; quasi che, con dolce invito, ella dica a chi si parte: veni etiam, torna di nuovo. 

Quando si parla di questa origine del nome, penso al lavoro che realizzai in occasione della Biennale nel 2011 – ILLUMInazioni a cura di Bice Curiger. Vivevo ad Amsterdam, altra città d’acqua, e l’intervento che proposi fu quello di tornare a Venezia a piedi. Il 16 maggio lasciavo l’Olanda e arrivai il 16 luglio in laguna. Il cammino si concretizzò in un messaggio audio diffuso nel giardino delle sculture nel Padiglione Centrale dei Giardini. Carlo Scarpa aveva aperto verso l’esterno una sala chiusa, trasformandola  in uno spazio verde d’ispirazione giapponese. Qui si può immaginare un altrove. Il cammino che intrapresi si materializzò in un’azione sul concetto di νόστος, di ritorno a casa, ma anche in una meditazione sull’attesa, sull’assenza e sul compiere una sorta di atto di fede dato che si richiedeva al pubblico di immaginare questo ritorno mentre si stava compiendo. All’interno della mia pratica artistica camminare è un elemento centrale che indaga la dimensione della lentezza e di cambio di prospettiva. Un ribaltamento dei tempi a cui siamo abituati. Venezia è un epicentro da cui partire e tornare». 

L’acqua della laguna veneziana come elemento di raccoglimento e genesi artistica per Giorgio Andreotta Calò

Parte del romanzo – inizialmente censurato – di Milena Milani La ragazza di nome Giulio (Allemandi, 1964) è ambientato a Venezia. La protagonista attraversa il centro della laguna in vaporetto e quando giunge oltre lo spazio delimitato da Punta della Dogana assiste a una teofania quotidiana: 

«Quando giungemmo nel Bacino e a sinistra io vidi la Piazza, il campanile di San Marco, Palazzo Ducale e a destra l’Isola di San Giorgio, la consueta visione di quasi tutti i giorni, sentii tuttavia in me come uno struggimento, qualcosa che mi dilatava l’anima, il cuore: non riuscivo ad afferrare tutto insieme quello splendore, i particolari di quel miracolo architettonico mi sfuggivano, e mentre li inseguivo essi si dissolvevano, altri sopraggiungevano, più perfetti, più completi; sentivo l’acqua come elemento determinante, e l’aria, il cielo, quel colore inimitabile, tutto era artificiale e naturale, creato dall’uomo, voluto dalla natura».

Queste righe dedicate alla descrizione della vista a tutto campo di Bacino San Marco contengono alcuni degli elementi che tornano nella ricerca di Giorgio Andreotta Calò. Acqua, riflesso, natura, azione umana.

«Considero lacqua come un possibile mezzo espressivo. Uno strumento di lavoro, una materia prima come può esserlo largilla o la pietra. Ha la capacità di trasformare, e trasformarsi, di assumere la forma del contenitore o sfuggire completamente al nostro controllo affermando la propria autonomia. Ha questa capacità di creare riflesso, aprendoci una visione. È il mezzo attraverso il quale sono stato abituato a considerare la realtà circostante, la quale si è sempre mostrata attraverso un rispecchiamento. È anche una perfetta metafora della dimensione sospesa che caratterizza latto dellimmaginare». 

Le sculture Clessidre di Giorgio Andreotta Calò

«La parola riflessione ha questa doppia valenza di fenomeno fisico, visivo. La città che riflette se stessa sull’acqua, ma è anche una condizione mentale, il riflettere, cioè il pensiero e l’indagine sulla città, un’osservazione nel tempo dei processi che la governano. È da questa riflessione che nascono sculture come le Clessidre, una forma scultorea che ha accompagnato la mia pratica fin dagli inizi. Una forma speculare dove due elementi identici sono disposti su un asse verticale. Le Clessidre rappresentano una traduzione iconica di un processo naturale-antropico e concettuale-formale. Un processo generativo naturale, l’azione erosiva dell’acqua della laguna e al tempo stesso un’astrazione simbolica-formale, la silhouette di una clessidra, strumento di misurazione di un tempo cristallizzato». 

Giorgio Andreotta Calò e la fascinazione per le maree: quando l’artista allagò il suo studio ad Amsterdam 

«Dopo l’Accademia di Venezia mi sono trasferito in Olanda, con una borsa di studio di due anni alla Rijksakademie di Amsterdam. Ogni anno l’istituzione apriva le porte al pubblico e in quell’occasione presentai un progetto che in qualche modo metteva in relazione le due città d’acqua. 

L’Olanda è un paese in gran parte collocato sotto al livello del medio mare. Per la sua sopravvivenza ha dovuto continuamente manipolare il territorio e il paesaggio artificialmente. Riflettendo su questo dato oggettivo, andai a riprendere i dati di rilevazione in riferimento al NAP (Normaal Amsterdams Peil), cioè il Livello Normale ad Amsterdam, ne risultò che i il mio studio si trovava idealmente sotto il livello normale del medio mare di circa un metro e ottanta. Pensai di mettere il pubblico di fronte a questa possibile situazione,  anche rispetto alla simbiosi con l’acqua che ho maturato crescendo a Venezia dove la presenza dell’acqua nella città diventa in alcuni momenti un fatto concreto (fenomeno dell’acqua alta). 

Quindi allagai lo studio, diviso in due parti da un vetro molto spesso. Dal lato dove si trovavano documenti e computer si poteva osservare l’altra parte sommersa. 

Accadde poi un incidente: una sera mi trovavo nella parte dedicata all’ufficio. Si formò una crepa sul lato sinistro del vetro che scoppiò. L’acqua tracimò. Poteva trattarsi di un fallimento ma l’opera ha così varcato la cornice della rappresentazione e fatto irruzione nel reale. È diventata autonoma, generando un esito inaspettato. Si tratta di un’opera chiave nel mio percorso che ripresi sette anni dopo nell’intervento monumentale al Padiglione Italia: Senza titolo (La fine del mondo)». 

Giorgio Andreotta Calò, una nota biografica 

Giorgio Andreotta Calò (Venezia, 1979) ha studiato scultura all’Accademia di Belle Arti di Venezia e alla Weißensee Kunsthochschule di Berlino. È stato assistente di Ilya ed Emilia Kabakov tra il 2001 e il 2007. Ha partecipato a programmi di residenza internazionali come la Rijksakademie di Amsterdam, Villa Arson a Nizza, e l’International Studio & Curatorial Program di New York. Il suo lavoro è stato esposto in mostre personali e collettive presso istituzioni come Oude Kerk, Amsterdam e Pirelli HangarBicocca, Milano. È stato il vincitore di premi promossi dal Ministero della Cultura italiano tra cui il PAC – Piano per l’Arte Contemporanea (2021), l’Italian Council (2017), il Premio Italia Arte Contemporanea (2012). Ha partecipato alla Biennale Arte 2011 e rappresentato l’Italia alla Biennale Arte 2017. Vive e lavora a Venezia, dove insegna Scultura all’Accademia.

Giorgio Andreotta Calò, Nebula, 2024. Video monocanale, audio multicanale, colore, suono, 33’. Still da video, Courtesy by the artist.
Giorgio Andreotta Calò, Nebula, 2024. Video monocanale, audio multicanale, colore, suono, 33’. Still da video, Courtesy by the artist

Federico Jonathan Cusin

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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