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Matrici. L’incertezza del vero, Mario Cresci non smette di sperimentare

Il volume Matrici edito da Mimesis nella collana Sguardi e Visioni l’artista rilegge in uno sforzo autobiografico e di memoria ottanta fotografie che ha realizzato nella sua vita

Le fonti di più copie dello stesso soggetto

“I disegni mi consentono di liberare le emozioni, come il mezzo fotografico non mi potrebbe concedere. Disegni che in seguito posso riprendere, ritornando all’immagine e viceversa. L’uso dei due linguaggi rimane comunque all’interno delle loro specificità; non si sovrappongono, scorrono in parallelo”. 

Così appunta Mario Cresci (Chiavari, 1942) all’interno di Matrici. L’incertezza del vero, il volume della collana Sguardi e Visioni recentemente edito da Mimesis in cui l’artista, che ha lavorato nella sua carriera soprattutto con la fotografia, mettendone alla prova limiti e confini e senza mai smettere di sperimentare, rilegge in uno sforzo autobiografico e di memoria ottanta delle immagini che ha realizzato nella sua vita – ottanta quanti gli anni appena compiuti.

Le matrici, ci spiega Cresci, «Sono forme, le fonti di più copie dello stesso soggetto. In ambito fotografico potrebbero essere assimilate al negativo, che si presta a essere stampato più volte: è dalla riproducibilità tipografica della matrice che nasce la fotografia». Idee platoniche che nel caso dell’artista sono ricordi estratti da una memoria che nel tempo muta e viene messa alla prova. Come scrive nella prefazione Stefano Raimondi, il poeta che ha curato il volume, ogni matrice «è la sedimentazione di un oggetto, di un paesaggio, di un passaggio, capace di orientarci perché rappresenta un inizio, un incominciamento, in grado di condurci ‘altrove’, con la certezza che tutto inizi da lì». 

Canaletto e gli scaraboti di Venezia

In realtà, racconta Cresci, il libro doveva inizialmente essere il classico volume in cui vengono accostate immagini fotografiche e parole – fatti, aneddoti, storie legati a esse, alcuni già scritti in vecchi testi che Cresci ha riadattato con leggerezza. «Mentre preparavo il menabò, al posto di stampare una a una le fotografie mi è venuta voglia di fare degli schizzi con penna e matita, volevo divertirmi a disegnare un po’. Ne ho fatti una trentina e Raimondi ha pensato sarebbe stato interessante sostituirli alle fotografie». Queste ultime non sono tra le pagine del libro, ma possono essere esplorate attraverso un QR code stampato tra le ultime pagine.

Un riferimento, caro a Cresci, è quello agli ‘scaraboti’ del Canaletto, che nel Settecento andava in giro per Venezia con la sua camera ottica e la utilizzava con un piano luminoso orizzontale per disegnare a matita su foglietti di carta  le prospettive del Canal Grande e di piazza San Marco, per poi riportare nello studio i disegni e usarli come base per i dipinti. Alcuni anni fa Cresci fece una tesi sul Canaletto ripercorrendo gli stessi luoghi individuati nei suoi disegni con la macchina fotografica: riprese gli stessi punti di vista sul Canal Grande e su altri scorci della città, aveva verificato in prima persona che le prospettive erano state perfettamente rispettate. 

La memoria rigenerata

Cresci fa un’operazione diversa, potremmo dire opposta a quella del Canaletto: «Ho lavorato sul ricordo della foto, memorizzata durante il momento di selezione delle icone. C’è poi stato il momento di rimozione, in cui mi sono concentrato sulla parte scritta e dove ho necessariamente dovuto ricordare episodi della mia vita, vissuti prevalentemente nel Sud Italia e in Basilicata dalla fine degli anni Sessanta agli inizi degli anni Novanta». Uno sforzo di memorizzazione che, spiega l’artista, normalmente non si pone, e che è stato portato a termine come una sorta di ginnastica che ha richiesto particolare concentrazione e che ha avuto come motore decisivo un impegno di lavoro. «La memoria che se ne va stimola frammenti, ricordi: è uno specchio che si rompe, dove ogni frammento di realtà ne svela altri che emergono dalla memoria e non sono più oggettivi».

Così appunta nel volume: «L’illusione di fissare nel tempo l’immagine di un evento, caricandola di significati emblematici, è sempre aleatoria, considerando il fatto che le immagini cambiano col mutare della storia, per cui esse non sono altro che la trasformazione di eventi che si trascinano dietro gli attimi della vita che scorre». La memoria per Cresci, che rilegge molti di quei ricordi con lo sguardo di oggi, non è mai al 100% rispettosa della sua identità, ma si presta ad essere non falsificata ma rigenerata. In questo si gioca l’importanza del sottotitolo, “l’insicurezza del vero”.

«L’autore vive l’esperienza, la produce per sé e gli altri e quegli altri la leggono liberamente: è bello lasciare agli altri il dubbio, farli ritrovare o fargli scoprire che non sono d’accordo. È il bello della letteratura e dell’arte in generale, in un momento come questo in cui c’è molta confusione, l’arte funziona come una medicina per noi, che entriamo dentro a quest’area del pensiero e cerchiamo di uscirne rigenerati».

Reinterpretare se stessi e il confronto con il super ego

Cresci ha reinterpretato con la fotografia molte opere centrali nella storia dell’arte, come la Pietà di Michelangelo, cui fu dedicata una mostra nel 2016 al Castello Sforzesco di Milano: come cambia l’approccio da qualcosa di alieno a qualcosa di proprio? «Devi sempre fare i conti con le opere che rimangono, che sono la materializzazione dell’altrui pensiero. Prima di questo lavoro non avevo mai fatto un’introspezione così forte per un libro, né avevo mai scritto così tanto di personale: vuol dire mettersi in gioco, mostrare la faccia, e io l’ho sempre fatto, nel bene e nel male».

Il tema del super ego dell’artista è caro a Cresci, che lo biasima quando porta ad assumere la prospettiva di ombelico del mondo, a discapito della comprensibilità dell’opera – comprensibilità che non implica certo abbassare la qualità del linguaggio, bensì semplicemente allargare la prospettiva. «È il problema dell’arte come comunicazione e messaggio, che va incontro a problematiche non solo etiche ed estetiche, ma di contenuto: esistono opere e libri inutili, fatte da persone egocentriche che pensano di essere sole al mondo. Dobbiamo sempre imparare, imparare, imparare, come scriveva nel suo diario una delle più grandi scultrici del Novecento, Louise Bourgeois

Fotografia e disegno, dialogo tra i linguaggi 

Questo libro è una sorta di diario personale portato al pubblico, dove il disegno, a volte quasi più chiaro nella sua semplicità minimale, tradisce in parte la fotografia e la fotografia tradisce il disegno: si somigliano ma sono due linguaggi che stanno a confronto. «Magari ad alcuni, ai fotografi puri, potrebbe dare fastidio. Per me invece è servito per aprire questo fronte, ribaltare le convenzioni: l’arte serve anche per questo, per fare anche operazioni a rischio. Pensa a Duchamp, a me piacciono gli artisti che rischiano».

Cresci ha dato varie definizioni di fotografia negli anni. «La fotografia vuole essere soprattutto un risultato mentale, freddo e lucido, che si pone tra la tradizione storica e la situazione reale»; «La fotografia per me non è mai stata un linguaggio esclusivo, bensì un atto da fondere con altri, più legati all’introspezione. il disegnare, il camminare o il guardare senza fotografare.» Ha riflettuto più volte sul suo potere di alterazione del reale. Non possiamo dunque esimerci dal chiedere cosa sia per Cresci la fotografia oggi.

«È un linguaggio flessibile, non può essere disgiunta dalla realtà, rimanere una scrittura isolata: per me ha sempre di più bisogno di incontrarsi con altri linguaggi, uscire dal proprio specifico tecnicismo, dall’amore per le macchine che costano milioni. Va abbandonata la strumentazione come mito da raggiungere: per me è un mezzo che consente di aprire agli altri linguaggi il proprio statuto, essere e identità vanno riconsiderati totalmente». Per Cresci questo già avviene nell’arte contemporanea, ma non nel mondo dei fotografi, ancora arroccato su preconcetti. «Nel mio modesto lavoro ho sempre cercato di seguire la libertà di proporre e inventare, attraverso fotografia, scrittura e grafica, lo fanno in molti, ma nella fotografia vige ancora questa canonicità del linguaggio, che nell’arte contemporanea non c’è, gli artisti usano la fotografia in maniera molto più libera e disinibita.»

Bookcity e poesia visiva

Venerdì 18 Cresci ha presentato il libro a Bookcity Milano, prestandosi alle riletture: l’obiettivo era far sì che  questa esperienza non rimanesse sola, ma venisse diversificata, contaminata, verificata, messa a confronto con altri linguaggi e supportata da un’ottica di progetto che, garantisce, non significa una perdita di poesia e libertà dell’immediatezza. «Bookcity offrirà un  breve spiraglio nel rapporto tra immagine e parola, tra poesia, scrittura e fotografia, come due linguaggi che possono scorrere in parallelo e creare situazioni: il libro d’artista si presta, coniuga spesso scrittura e immagini, al tempo dei dadaisti c’era già la poesia visiva, ma oggi con le tecnologie dei nuovi media può essere interessante ripensare a questa modalità di usare un libro in ambito retorico ma anche in maniera ludica e semplice. Si possono aprire anche altre strade e credo ci sia molto spazio soprattutto attraverso la scuola».

“Credo che “inventare il mondo, mettere al mondo il mondo” costituisca di per sé una delle ragioni fondanti dell’esistenza dell’arte, forse il suo nucleo più profondo, di fronte al quale non reggono dogmi e certezze assolute. Non riesco a raccontare storie inventate, tutto parte dal mio vissuto. Più che di immaginazione ho bisogno di immersione: il mio lavoro è là fuori, ma visto dall’interno. Dentro la mia quotidianità ci sono già tutte le condizioni che voglio approfondire, a partire dal piano umano. È in questo modo che si è sviluppato il mio interesse per la fotografia, come mezzo di trasmissione di questi saperi.” [da Matrici. L’incertezza del vero]

Alessandra Lanza

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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