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Coralla Maiuri per Hermès
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Coralla Maiuri racconta le vetrine per Hermès in Montenapoleone, e il suo universo artistico

Un forno ceramico ad alta temperatura in Piazza Navona – da qui escono i prototipi di Coralla Maiuri. Una vicenda artistica iniziata in Messico, le sue porcellane abitano oggi le vetrine Hermès di Milano

Le vetrine Hermès in Montenapoleone, concepite da Coralla Maiuri: l’artista spiega l’allestimento, una scena che incrocia humor e mistero

«Ho chiamato le vetrine per Hermès a Milano L’écurie dans le bois (La scuderia nel bosco)» – racconta l’artista romana che le ha concepite: Coralla Maiuri. Restano installate anche oltre Natale, fino alla fine di gennaio 2024, da Hermès in via Montenapoleone. «Il bosco è un luogo di percezione». Il duro e il morbido vi coabitano. La colonna d’oro è un albero allegorico e stilizzato privo di fronde. Si sente il vento, gli scricchiolii del ghiaccio e dei rami spogli. L’atmosfera è fiabesca, scarnita e astratta come un haiku giapponese. 

Se si arriva da via Manzoni, si può immaginare che un cavaliere sia appena rientrato dalla sua promenade nel bosco, in un chiaro mattino d’inverno. «La sua scuderia è il bosco. Abbandonati nella neve con la suola all’insù ai piedi della colonna, ci sono i suoi stivali. Il cavaliere si è divertito – non senza una certa ironia propria a Hermès – a piantarli nella neve quasi segnando il suo passaggio, ha preferito dileguarsi. Nella neve alta ci si è tuffato di testa e sta nuotando là sotto come fosse nelle acque del mare». Uno sketch surreale. Ad attendere il cavaliere, un plaid dalle tonalità sfumate.

Cilindri in porcellana, smalto, oro, colori: i materiali e le lavorazioni per realizzare le vetrine Hermès di Milano, nel racconto di Coralla Maiuri

Il totem è composto da cilindri in porcellana. Spiega Coralla Maiuri: «Ho usato oro zecchino e ho intarsiato con smalto in colore. L’oro è un’offerta e una richiesta al cielo, l’infinito e l’indefinito. Come una genuflessione».

Nella seconda vetrina, un elemento della colonna aurea protegge il nume tutelare del bosco. «L’animale, una sorta di cucciolo di daino, ha la colonna vertebrale in vista, minuto quadrupede arrotolato nella neve ancora in embrione, luminoso e pulsante come il sedere di una lucciola. Forse, la minuscola divinità retaggio di un tempo lontano, oltre che in questa vetrina abita anche dentro di noi, in un angolo nascosto che bisogna saper comprendere».

Tutto sembra sospeso. «La coltre di neve luccica cosparsa di glitter infantili. Una piccola scultura si mantiene in bilico: è la Kelly, arancione come un’arancia matura. La cravatta che dovrebbe svolazzare sul cucciolo sta ferma, congelata e contraddice la gravità. La sella tolta dalla groppa del cavallo, fregiata da una H, accanto a un tamburo di colonna dorata che emerge dal cumulo di neve. Il rocchio, una specie di sedile cinese in porcellana che ho chiuso in un involucro che lo trasfigura, è cosparso di tocchi azzurri e rosa, giada, pistacchio e avorio, nocciola e mandarino».

Il primo piano e il piano terra della boutique Hermès di Montenapoleone: decorazioni e porcellane di Coralla Maiuri

In un angolo in primo piano, solo due passerotti luminosi, in un gioco speculare, si mostrano l’un l’altro due fibbie di metallo che tengono nel becco. «Dettagli naturali consunti, inserti onirici affiorano sui fondali in tessuto che ho dipinto a mano. Sfumature pastello, accenti dorati e opalescenti. Componendo queste vetrine si è venuta a manifestare la percezione di un altrove. Chissà se qualcuno che guarda dalla strada avrà modo di afferrare la demarcazione di questa linea tracciata tra due spazi concettuali». Il qui è il bosco invernale. «Cavallo e cavaliere invece se ne sono andati via. Sono rimaste poche presenze luminescenti e con l’oro sulla testa»

A piano terra, ai piedi della scala all’interno, un agglomerato di neve fiorisce di un tripudio di piatti in porcellana dorata con piccole bacche. Il sogno nivale continua al secondo piano. «Non c’è niente di gotico e oscuro, siamo lontani dal Cremaster di Matthew Barney e dalle saghe nordiche dei fratelli Grimm. Il mio bosco sublimato è fatto per ritrovarsi e non per perdersi. Rassicura, ti mostra la sua parte ospitale. Le ombre oscure sono bandite, il metro è quello della meraviglia in tonalità mozartiana, una semantica soffusa».

La collaborazione con Hermès: l’ingaggio da parte di Francesca di Carrobio e la realizzazione con Luca Sacchi

«Lavorare a queste vetrine è stato come giocare dentro uno specchio». Dialogare con Hermès: «In Luca Sacchi, il realizzatore, ho trovato il genio della lampada. A Francesca di Carrobio devo riconoscenza per avermi scelta. Da Parigi vorrebbero…, mi ha scritto. A Parigi sono piaciuti i tuoi animaletti con il cranio d’oro. Ho avvertito la condivisione con la famiglia Hermès»

«Ho voluto rendere omaggio a Hermès usando gli stivali e la sella, ispirandomi così alla sua prima icona, il cavallo. Inoltre esiste l’affinità tra la perizia antica e sempre nuova dell’alto artigianato impiegato dalla Maison e il mio approccio alla ceramica. La lettura dell’universo della natura con la sua potenza evocativa, il senso del sogno, lo stupore che ti riporta a quand’eri bambino. Ne abbiamo parlato molto con Francesca di Carrobio, che ha accompagnato il viaggio intero».  

«Mi auguro che le vetrine contribuiscano a creare un tempo di sosta. Concedersi il tempo necessario per figurarsi il lavoro che c’è dietro questi oggetti del desiderio, la qualità e la perizia delle mani dei maestri artigiani che hanno tagliato e cucito tutto quello che si può acquistare all’interno della boutique».

Una conversazione con Coralla Maiuri nel suo studio di Piazza Navona, Roma, due giorni prima dell’installazione delle vetrine Hermès

Sul tavolo più grande del laboratorio di Coralla Maiuri in Piazza Navona c’è il suo ultimo lavoro: una famiglia di lampade-scultura. 

«Un ingegnere ha installato un forno ceramico elettrico ad alta temperatura dentro gli spazi rinascimentali della casa di famiglia di mio marito, affacciata su Piazza Navona». Dal terrazzo prende vita una danza oroscopica di cupole e campanili strani, lo ziggurat nevrotico di Borromini a Sant’Ivo pare di toccarlo. «Questo forno è la matrice di ogni cosa. Incubatrice delle idee e degli esperimenti. Da qui escono anche i prototipi per la produzione seriale – è il grembo, la nicchia originale»

Il forno di Coralla Maiuri: materie prime e tecniche di lavorazione delle ceramiche

«Sono partita facendo basse navicelle aliene. Veicoli dell’aria e del mare con luci celate sotto un cappottino effetto medusa. Molte sono issate su giare o vasi capovolti, altre strisciano basse e silenziose. Un viaggio che si compie nel bianco della porcellana biscuit. Il lucido della cristallina di una scodella/radar ficcata nella porcellana fresca impiastricciata di detriti cosmici, polvere di bone china, gocce di smalto che cotto a 1200 gradi è diventato di un bianco lucidissimo, e su cui l’oro verrebbe una favola – ma mi attengo alla consegna del candore. Resto fedele, almeno per ora, al mio recente matrimonio con Giacomo Serpotta – scultore in stucco settecentesco siciliano – combinato da un caro amico».

Ci sono pezzi cangianti come madreperla. Le materie prime: il silicone è di origine vegetale – è mais – e muta secondo traiettorie capricciose. «In cortile c’è un bancale di porcellana plastica, in polvere o smalto bianco. Da qualche parte esploderà una decomposizione barocca e vulcanica che potrebbe contorcersi, colare o perfino esplodere».

«Le nuove cose che vorrei provare a mettere nei forni sono la terra dei campi e i sassi. Che succede a una pietra a quella temperatura? Fonde, diventa lava. Uso piatti come supporto già cristallinati in bone china su cui dipingo con materiali bestialmente aggressivi».

I piatti di Coralla Maiuri nel workshop nei pressi del Vaticano; i pezzi unici realizzati nel laboratorio personale

«L’azienda condotta da mio marito Filippo commercializza i piatti realizzati su motivi di mia ideazione nel workshop dietro al Vaticano. Nel mio laboratorio produco i pezzi unici: vasi, centrotavola, candelieri, sculture – i ritratti ultimamente mi interessano in particolare. Alle mie spalle ho una parete gaia che nessuno a casa vorrebbe che la smontassi. Questa stanza termina in un volume triangolare che va sbattere contro la costola di palazzo Braschi. C’è un paesaggio di archetti e ciuffetti di felci in porcellana, cerchi in foglia d’oro e qualche piatto appeso. Ci respiro come nel giardino fatato di Livia, un giardino dipinto. Livia, la moglie dell’imperatore Augusto»

«Il mio fare di adesso è un traguardo che mi rende fiera, dopo anni ondeggianti tra installazioni video, sculture, libri d’artista che non hanno trovato loro strada nel mondo. Un passo avanti cui sono arrivata anche grazie a mio figlio Ludek, che ha studiato ceramica a Londra alla Central Saint Martins. Ho guardato indietro e mi sono avvicinata al piatto che teniamo in mano da secoli, un piccolo pianeta fedele». 

Economia circolare del ceramista: se un piatto si rompe, i cocci rotti serviranno per creare qualcosa di nuovo

Se un piatto si rompe, può diventare una cosa diversa. A Roma c’è il Monte dei Cocci. Ogni residuo o frammento può essere macinato e rientra nel processo di produzione. L’economia circolare del ceramista, che non butta nulla. «Se un pezzo unico si distrugge in cottura, ho uno scrigno dove ne custodisco i cocci rotti che diventeranno l’assurdo o l’essenziale di un nuovo lavoro».

«Nel workshop sulla Gregorio VII abbiamo messo i forni più grandi del Lazio. Ci lavorano le ragazze cui ho insegnato quel poco che avevo appena scoperto all’ inizio del mio percorso. Allora lavoravamo a casa, sotto le volte che pullulavano di fantasmi pittorici. Lassù, sopra il Circo Agonale, era come stare in paradiso. Il mio amico Remo Salvadori diceva che sembrava la Scuola di Atene».

Gli incontri di Coralla Maiuri in Messico – Arthur Rubinstein e Luis Buñuel – prima del trasferimento nella campagna laziale 

Gli incontri di Coralla Maiuri: «Il mito l’ho incontrato da piccola nella nostra casa in Messico: era il pianista Arthur Rubinstein. La mia nonna polacca era sua amica, cantava in un coro con Alina, sua moglie. Poi Luis Buñuel. Mio padre Dino Maiuri era sceneggiatore e mia mamma Irasema Dilian l’attrice protagonista di Cumbras Burrascosas (Wuthering Heights). Da noi fiorivano i racconti, delle vere epiche su di lui, temperamento temibile e sardonico»

«Del Messico conservo il ricordo delle case progettate da mio padre, affascinato dal colorismo architettonico di Barragán. Francisco il cameriere partorito da un cervello surreale o meglio surrealista che riusciva a spaventarmi a morte. Entrava nella stanza dove dormivo con mi hermano Antonioì, o meglio si palesava la metà di un’immensa mucca bianca pezzata di nero, che declamava in spagnolo: Coralla si no dejas dormir a tu hermano te mato. Catapultata in seguito nella campagna ciociara di Ceprano, ricevevamo ogni tanto le visite dei miei genitori con i loro amici del cinema».

Gli inizi e la formazione di Coralla Maiuri, tra Roma e Capri, diventa simbolo di Lotta Continua

Coralla Maiuri inizia a dipingere a Ceprano, quando aveva cinque o sei anni, sia con i Jackson – pastelli molto grassi – sia a olio. Sotto casa passava il fiume Liri, le cui sponde erano d’argilla. 

«A Roma ho frequentato il liceo classico Tasso. Un periodo intervallato da soggiorni a Capri, un misto di amici che vedo ancora. Francesco Clemente una volta sul muretto al Pincio mi disse che voleva scrivere un romanzo sulla carta igienica. Forse ricalcava Piero Manzoni, ho pensato lo dicesse per farmi effetto. Frequentavo il movimento studentesco senza convinzione – essendo mezza polacca la dittatura frenava ogni mio afflato di idealismo politico. Quanto era tutto semplice allora, sembrava normale dividere il reale in bianco e nero». Finì sulla copertina del Pane e le Rose di Lotta Continua: «Fui fotografata mentre partecipavo a una manifestazione dei metalmeccanici e sono diventata il simbolo romantico della lotta. Una foto che continua a girare in tutte le fiere dell’editoria. Emilio Prini la teneva in vista tra le immagini e i ritagli che gli piacevano. Mio malgrado, la Madonna di Lotta Continua».

«Con il mio ragazzo di allora, ho cominciato a frequentare il gallerista Cleto Polcina, che ci ha portato sulle falde del Vesuvio a conoscere Salvatore Emblema in quel suo studio calato in una natura ancestrale, traboccante di presenze e spiriti nativi, le sue tele sfilate ed evanescenti di colori di terra, di polveri sapienti e cielo vulcanico».

Il matrimonio e il periodo milanese di Coralla Maiuri: le frequentazioni e la produzione artistica

«Seguivamo Achille Bonito Oliva, che stava montando la mostra nelle mura Aureliane. Sembrano ere fa.

Non ho mai smesso di disegnare, comunicavo così. I miei genitori mi volevano attrice, sceneggiatrice o produttrice e un pochino li ho assecondati – ma mi faceva fatica. Come nella Bella Addormentata di Perrault, mi ha salvato il principe Filippo che mi ha sposata e portata ad Hong Kong».

L’approdo di Coralla Maiuri a Milano. «Dipingo quadri a olio in studi freddi e senza bagno. Quindi comincio a disegnare. I segni – quei grafismi asciutti distaccati dall’esplosione del colore – mi portano a fare sculture in resina con forme embrionali smaltate. Impiegavo smalti cangianti, alcuni erano automobilistici e venivano dall’Alfa Romeo, altri dalle officine Fiat. Si era entusiasmato Claudio Guenzani, ma Bonami penso lo abbia bloccato. Erano lavori troppo diversi da quelli in scuderia».

A Milano gli amici erano persone vicine e dentro l’arte, quali Remo e Sally Salvadori, Amedeo Martegani, Marisa Merz ed Elena Quarestani, founder di Assab One. «Da Assab one ho fatto una mostra: Il fucile è nell’aria (una schioppettata ti può invertire. In una giornata di cielo terso). Il Vestiaire del cacciatore tutto giallo, una panca bianca come gesso e tre daini-trofeo di polistirolo bianco. Buffi come manga, buoni come meringhe che assolvevano chi aveva sparato. Ho scritto anche un commento sonoro dove si inseguivano i muggiti strazianti dei cervi in amore e i richiami dei cacciatori per stanarli».

C’è sempre la morte di mezzo. «Per non perdermi il profondo godimento di certi momenti io penso alla morte e tutto comincia a vibrare di più colore ed emozione».

Coralla Maiuri, una breve biografia dell’artista

Nata in Messico da padre italiano – sceneggiatore – e madre polacca – un’attrice ed ex danseuse classica che arriva in Italia nei tardi anni Trenta e si afferma nel cinema dei Telefoni bianchi – Coralla Maiuri trascorre la sua infanzia in un eden agrario nella campagna laziale, alternandovi Capri e Roma. Artista e designer poliedrica e sperimentale, fin da piccola dimostra un talento per la manipolazione di argilla e colori a olio. 

Le sue opere sono piene di tellurica energia. Una verve barocca, con riflessi iridescenti, quasi come paesaggi interiori. Nel suo modo di esprimersi libero e composito dialogano forme e materie prime diverse: porcellana, tessuti, sete e applicazioni in metalli poveri o preziosi si intrecciano dando vita a un mondo che unisce arte, moda e design.

Cesare Cunaccia

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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