We Africans United, INTEGRI Collection
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L’Italia del domani c’è già, anche se in troppi non vogliono vederla

Tre donne italiane di origine straniere e il loro lavoro di divulgazione. Cina, Africa e Balcani: nuove radici di un’Italia in costruzione

Nuove origini, culture e voci 

Ogni voce è propria, con il suo tono e gli inciampi, i fiati, gli strilli. Tutte le voci portano con sé una storia, fatta di altri luoghi, altri tempi. In Italia ci sono voci, giovani, che vengono da lontano, che portano con sé culture e luoghi sconosciuti. Dolore, del singolo e di un popolo. A volte guerre, fame, sofferenza. Ma sono voci che hanno trovato una strada per farsi conoscere, ascoltare e riconoscere diventando uno strumento per riuscire a esprimere quello che sente.

L’Italia ‘di domani’ è già qui e salverà il futuro del Paese

Sarah Kamsu è una di queste voci. È la fondatrice di We Africans United, piattaforma di diffusione e conoscenza della cultura africana, ma è anche la porta di ingresso a un’Italia mondo che nessun mare potrà tenere lontana. E’ l’Italia di Valentina, di Balkan People in Italy, e di Jada Bai, docente di lingua cinese e mediatrice culturale. Voci da ascoltare per allontanarsi dal pregiudizio, che stanno costruendo un’Italia che continuiamo pensare come ‘futura’ quando invece è già qui e potrebbe salvarlo quel futuro.

Lampoon incontra Sarah Kamsu, giornalista e fondatrice di We Africans United

Sarah Kamsu è una giornalista nata a Milano da genitori camerunensi. Laureata in Scienze Politiche tra Pavia e Parigi, nel 2019 visita il suo paese di origine per la prima volta da sola. Un viaggio di ispirazione che la porterà a fondare la piattaforma We Africans United, per coinvolgere le persone nella scoperta della storia e delle culture del continente Africano. «Mi sono sempre interessata alle mie origini» racconta Sarah. «Fin da adolescente facevo molte ricerche per scoprire di più sulla mia storia e sulla storia dell’Africa. Ero stata in Camerun già da piccola, ma nel 2019 sono andata da sola, alla ricerca di qualcosa di più. Non mi interessava visitare le città più conosciute, volevo andare nei villaggi. Soprattutto il mio villaggio natale. Mi ha ospitato la parte di famiglia che abita ancora in Africa. Ho riconosciuto le tradizioni, i rituali, i miei antenati. Ho capito di non essere un seme gettato al vento». In Camerun Sarah riscopre un passato, la storia di persone che sono venute prima di lei. «Quando incontravo persone del villaggio e dicevo loro che ero nipote di mio nonno, le persone mi abbracciavano. Come in una sorta di famiglia allargata, in quei luoghi si viene educati da tutto il villaggio. Per esempio, io ero ospite dei miei zii e venivo trattata come fossi loro figlia».

We Africans United, restituire dignità alle nazioni dell’Africa: dai Maroons a Harriet Tubman

«La piattaforma nasce per svariati motivi, dopo questo mio viaggio di riscoperta. Innanzitutto, molte persone di origini africane che sono cresciute in Italia spesso non conoscono la storia del loro continente. Poi c’era in me la volontà di restituire giusta dignità e narrazione a una terra che per secoli è stata immaginata senza storia e senza speranza. Noi vogliamo restituire dignità a quelle nazioni, raccontando esempi di resistenza. Penso ai Maroons, scappati dalla schiavitù e fondatori di tribù autonome. Loro sono l’esempio che il popolo africano non si è fatto mettere le catene ai polsi e basta. Senza i Maroons non esisterebbero stati come la Jamaica o il Brasile. E penso a Harriet Tubman, abolizionista, protagonista di un bellissimo film uscito nel 2019 e diretto da Kasi lemmons. Attraverso queste storie di ribellione vogliamo dire che l’Africa non è un continente che subisce soltanto, ma agisce».

Il progetto nasce durante il lockdown, e le reazioni sono immediate: «Vogliamo che gli afrodiscendenti siano fieri delle proprie origini, senza vergognarsi se hanno capelli diversi dagli altri o il colore della pelle più scuro. Questi piccoli messaggi per una persona non africana potrebbero essere irrilevanti, ma la rappresentazione è importante. E poi c’è la volontà di restituire il grande sacrificio compiuto dai nostri genitori immigrati».

Il passato e il futuro di Sarah Kamsu: guardate nelle classi delle scuole, molti bambini e bambine sono nati in Italia ma hanno origini straniere, questa è l’Italia del domani

«Per me è stato molto significativo rivedere la casa di mio padre in Africa. Mia mamma è nata da una famiglia molto benestante, mio padre, invece, da una famiglia di una piccola cittadina, lontanissima da tutto. Erano nove figli. Quando è arrivato qui per studiare, il villaggio voleva aiutarlo raccogliendo per lui, che però non accettava. Studiava tanto e lavorava senza mai riposare. Lui e mia madre erano giovani quando si sono conosciuti, due studenti che si sono tirati su le maniche per garantirmi un futuro migliore». Sarah, con We Africans United e il suo lavoro di divulgazione, cerca ogni giorno di fare lo stesso: costruire un futuro migliore per altri, come hanno fatto i suoi genitori prima di lei e per lei. «Non darò mai le colpe al governo per la situazione che vivo e viviamo – sostiene – Mi capita spesso di ritrovarmi in situazioni di razzismo ma ha più senso cercare di costruire che lamentarsi. Sogno una società più equa, più rappresentativa. L’Italia sembra non si accorga del cambiamento quando basterebbe guardare nelle classi delle scuole: molti bambini e bambine sono nati in Italia ma hanno origini straniere. Questa è l’Italia del domani». Cosa vedi quando pensi al Camerun? «Mia nonna che balla e tutta la vita che si porta dentro».

Valentina, fondatrice della community Balkan People in Italy: cambiare lo sguardo di chi osserva con pregiudizio al comunità balcanica e il mondo rom

Altre voci, altre provenienze. Valentina nasce a Milano da madre serba e padre sinto. Nell’estate 2021 fonda la community Balkan People in Italy.  «Nasco in una famiglia di militanti e siamo attivi sul territorio da tantissimi anni in maniera differente. Un anno e mezzo fa ho tramutato questa necessità di racconto e decostruzione di una narrazione dannosa in digitale». L’obiettivo di Valentina è cambiare completamente lo sguardo di chi osserva, con preconcetto, il mondo rom. «Vogliamo raccontare esperienze diasporiche, anche quelle più negative. Esperienze di razzismo e discriminazione che riguardano la comunità balcanica e rom, per far conoscere una parte del mondo che sta a 1000km da qui e non è pervenuto, se non in modo negativo».

‘Albanese’, ‘rumeno’, ‘slavo’ come sinonimi di delinquenti; l’oggettificazione delle donne dell’est

Il pregiudizio nei confronti delle comunità dell’est Europa è molto forte, sostiene Valentina: «L’albanese, il rumeno e lo slavo sono spesso dipinti come delinquenti, ladri. Per non parlare del problema dell’oggettificazione delle donne dell’est. Dimentichiamo che ci sono state guerre e genocidi, dittature, e le persone scappano da questo passato che è anche presente. Va spacchettata la Storia per riscoprire il desiderio di speranza di queste popolazioni. Ci sono poi persone più inclini ad assimilare la cultura italiana e altre che tendono a restare più tra di loro, ma questo non va giudicato: è solo la storia di chi è lontano dalla sua terra e non vuole perdere le proprie radici. È vero che c’è poi anche chi è scappato e vuole dimenticare tutto. O chi scappa per nascondersi, come ho fatto io. Il ritrovarsi tra simili è un processo tanto doloroso quanto fondamentale se c’è la volontà di ricostruire una comunità, una storia. Non è un dovere, e chiunque vive la sua identità e il ricordo in modo personale.»

Un meccanismo che porta a mentire sulla propria identità

Valentina stessa racconta il suo difficile percorso di accettazione: «Ho iniziato a mentire sulla mia identità alle superiori, quando le persone che incontravo non conoscevano i miei genitori. È stato un processo di ingabbiamento lungo cinque anni, una lama a doppio taglio. Da una parte c’era il privilegio garantito da un colore di pelle chiaro, dall’altro la distruzione di un’identità, una cultura, un passato e una storia. Scatta un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire. Arriva la rabbia, la vergogna verso sé stessi. Dopo ci si libera. Ci si perdona. Verso i vent’anni ho iniziato a urlarlo al mondo chi ero»

Ma da lontano, cosa rimane di quei luoghi, di quelle genti, dopo anni di diaspora, guerre e lotte fratricide? «Le rimpatriate e i racconti di quando i popoli vicini andavano d’accordo, prima che tutto andasse distrutto. Riabbracciarsi è figlio di quel ricordo». 

Jada Bai: la diaspora cinese e la condizione femminile in Cina

Jada Bai è lettrice di lingua cinese presso l’Università degli Studi di Torino. Collabora anche come mediatrice linguistico culturale e consulente culturale. Si occupa da sempre di diaspora dalla Cina e di condizione femminile cinese scrivendo per varie testate. 

«Agli occhi di chi ci guarda siamo ambivalenti – fa notare Bai – siamo il cinese che mangia topi e porta il Covid e il cinese bravo in matematica. Si confondono tanti piani: la millenaria cultura con il ristorante sotto casa che evade le tasse. Quando la gente mi vede, vede tutto questo caos. La cosa più difficile in questi ultimi vent’anni è raccontare la complessità. So che la gente è abituata a far mucchio, e nessuno è obbligato a conoscerti. Ma io devo fare chiarezza.»

Anche per Bai l’urgenza di una nuova narrazione e comprensione nasce dal suo vissuto personale: «Sono una donna privilegiata, che ha potuto studiare e voglio fare qualcosa con questo privilegio. Voglio contribuire a formare una società in cui io mi sento me stessa e non devo lottare ogni giorno e nella quale spero non debba farlo nemmeno mio figlio un giorno. Quando non ci si capisce c’è paura e io sogno un mondo con meno paura e più consapevolezza»

Sarah Kamsu 

È una giornalista nata a Milano di origini camerunensi. La sua passione per la scrittura è nata mentre collaborava con il giornale sociale “Il Bullone”. Dopo un viaggio di riscoperta delle proprie origini in Camerun ha deciso di fondare, nel 2020, We Africans United..

Valentina di Balkan People in Italy 

Fondatrice di Balkan People in Italy, la prima community per persone balcaniche in diaspora.

Jada Bai 

Lettrice di lingua cinese presso l’Università degli Studi di Torino. Collabora anche, come mediatrice linguistico culturale e consulente culturale con enti, istituzioni e cooperative, tra cui Comune di Milano, Crinali, Cespi, Farsi Prossimo-Centro Come. 

Nicolò Bellon

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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