Karl Lagerfeld, Chanel Haute Couture Spring:Summer 1993
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Karl Lagerfeld al MET – quando l’opulenza è cultura, e non soltanto decoro

Al Grand Palais di Parigi, l’ultimo lavoro di Karl Lagerfeld fu portato a termine insieme a Virginie Viard: mi ricordo che eravamo in piedi, in silenzio, e nessuno avrebbe voluto smettere di applaudire

Karl Lagerfeld – evoluzione di magnifico, da Cicciolina a Grace Coddington

Mida che trasforma in oro il pop. Saint Simon prima di Proust. Catene, matelassé, perle, nodi, fiocchi come neve – sovra dimensionati attraverso materiali nuovi. Tutti possono vestire Karl Lagerfeld: la dama, la donna, la debuttante, la dilettante. In fotografia, Lagerfeld ritrasse Cicciolina – quando una giornalista lo intervistò insistendo su questo, Lagerfeld rispose: «Un po’ di puttaneria c’è un tutte le professioni, prenda la sua come esempio».

Anna Chronique, e le fiabe de I vestiti nuovi dell’imperatore di Christian Andersen: il disegno, i colori ad acqua, il rimmel per certe sfumature e il fard per le gradazioni di rosa. La clique di Parigi negli anni Settanta d’inverno. Arturo Lopez, Donna Jordan, Pat Cleveland, Grace Coddington. Le entrate a La Cupole, e gli applausi. Trame e orditi, a volte ancora usati a mano. Filati pesanti nascono da un mix di metallo, lana e seta, nastri e nuove materie – sembra fantascienza, futuro di un artigianato in matematica scientifica. 

Karl Lagerfeld – cenni di biografia, la nascita ad Amburgo, tutto è fluido

Nel 1933 (non lo so, nessuno davvero lo sa, se questa data sia quella vera) Karl Lagerfeld nacque ad Amburgo, dove il fiume Alster entra nell’Elba e si rompe in un crogiolo di laghi, canali primari e secondari: quando la marea risale dall’oceano, il corso del fiume si inverte e il livello dell’acqua può alzarsi di tre metri. Amburgo era città stato, prima dell’unione tedesca nel 1871 – capitale energetica. L’acqua permetteva la produzione di vapore, i primi motori del secolo scorso. Tutto è fluido per Lagerfeld. I vetri sono bombati, per moltiplicare i giochi di riflessi, come è uso nell’alta Germania fin dagli anni Venti: amplificano i raggi come superfici di gemme. Si è sempre trattato di cercare la luce, le forme dei cristalli. I fili di argento mescolati nell’ordito dei tweed di Chanel portano gli stessi bagliori – all’Elbphilharmonie di Herzog & de Muron. A sei anni, Karl Lagerfeld si fermò davanti al dipinto che racconta l’incontro tra Federico II di Prussia e Voltaire – ne sarebbe rimasta una frase, di Voltaire: «Se qualcosa ha bisogno di spiegazione, significa che non val la pena di darla».

Un immaginario tradotto in parole: la cultura di Karl Lagerfeld e il genio di Yves Saint Laurent

A diciassette anni, Lagerfeld vinse un premio insieme a Saint Laurent – poi lavorò per Balmain. Da Jean Patou imparò a non fare mai un abito orribile, perché certamente qualcuno lo avrebbe comprato. Arrivò da Chloé. Nel ’72 iniziò la collaborazione con Fendi, per arrivare nell’’83 a Chanel. «La donna di domani sarà più naturale e più noiosa, mentre l’uomo deve smettere di essere una persona per bene». La little jacket – rivisitata in letterature di bianchi e quanto altro, sulla neve.

Jeans e sulla pelle nuda. «Se gli atteggiamenti non sono in armonia con i tempi sono come capelli nella minestra». Il manoscritto originale di Madame Bovary è aperto di fronte a un Libro delle Ore per le preghiere di un Benedettino. I ventagli di Lagerfeld sono fogli di carta su cui Mallarmè scrisse dediche a Misia Sert. Le prime edizioni di Sodoma e Gomorra, la biografia di Eduard Manet. Bisanzio e i Ballet Russe. Raymond  Radiguet morì a vent’anni – Cocteau era disperato, disegnò il suo volto unendo le stelle della costellazione di Orione. 

Karl Lagerfeld – Caterina de Medici, la decapitazione di Luigi XVI, Baptiste Giabiconi

Le comete e Caterina de Medici, in un suo stemma le due C incatenate. La Grande Mademoiselle a capo della fronda contro Anna d’Asburgo. Picasso ridisegna Cranach. Un Settecento mescolato al Biedermeier e ai chiaroscuri di Alfred Stieglitz. È un insieme di tratti neri di matita sugli occhi, di zigomi disegnati, di sensualità – Baptiste Giabiconi in un dipinto di Jacques Louis David, in un figlio segreto di Madame de Maintenon.

Storie composte, per Jacqueline de Ribes che non andava d’accordo con il suocero, furioso per una festa data il 21 di gennaio, giorno di lutto dalla decapitazione di Luigi XVI. La cannella e l’eliotropio – i fiori nei cestini, mai nei vasi. La pasticceria viennese, la musica di Vivaldi e le scarpe di Lobb – i letti a baldacchino. Karl Lagerfeld è stato un intellettuale – ovvero, semplicemente una persona curiosa. Per la casa Chanel, ha cucito camelie in velluto e seta: «L’unica cosa che mi fa letteralmente imbestialire è che le giornate siano così corte». 

Karl Lagerfeld portò il mondo ad Amburgo: era dicembre 2017. 

Studenti e ricercatori ti fanno notare i dettagli: gli edifici cercano la luce, le finestre sono incastonate nei mattoni scuri posati secondo assi diverse. A scacchiera, a spiga di pesce, i mattoni cambiano moduli e direzioni, fuoriescono come spine. Ogni facciata prende una tridimensionalità, una ruvidità – assomiglia a un tessuto – o meglio, a un tweed. Nella moda, emblema di tweed è Chanel – in passerella: Vittoria Ceretti e Kaia Gerber, in platea, Kirsten Stuart e Tilda Swinton. Qui il fiume Alster entra nell’Elba – si rompe in un crogiolo di laghi, canali primari e secondari: quando la marea risale dall’oceano, il corso del fiume si inverte e il livello dell’acqua può alzarsi anche di tre metri. I canali sono per questa ragione molto profondi – se ti affacci sembrano baratri. I ponti sono alti, anche cinque e sei metri. Amburgo era città stato, prima dell’unione tedesca nel 1871 – capitale energetica, l’acqua permetteva la produzione di vapore, i primi motori del secolo scorso. Oggi Amburgo è una speculazione urbanistica. Chanel sfilò all’interno dalla Elbphilharmonie di Herzog & de Muron, il simbolo della ricerca in architettura sul territorio di Amburgo. 

Karl Lagerfeld e l’argomento moda

Chi usa il cuore parlando di cultura nella moda, sa che l’argomento è una questione di tessuto. Trame e orditi, a volte ancora usati a mano. Filati pesanti, spessi, nascono da un mix di lavorazioni in metallo, lana e seta, nastri e nuove materie – sembra quasi fantascienza, futuro di un artigianato che raggiunge abilità di matematica scientifica. L’architettura è questa: costruzioni in materia tessile, per delimitare quello spazio vuoto riempito dal corpo di una donna. Bruno Zevi insegnava come l’architettura sia la scienza del vuoto, il ragionamento tramite il quale un vuoto possa essere incastonato da una forma abitabile.

Il titolo, Chanel e la neve – fu l’ultima sfilata di Karl Lagerfeld

L’ultima sfilata andò in scena poco dopo la scomparsa di Lagerfeld. Un mondo di neve fu un mondo di pace e silenzio. Un minuto fu osservato – interrotto dagli altoparlanti: la voce di Lagerfeld era una nemesi e un augurio. Sotto la volta in ferro del Grand Palais era stata ricostruita la via centrale di un paese nelle Alpi, sulla quale le modelle uscivano dalla porta di uno Chalet Gardenia. Il set up per una sfilata di Lagerfeld per Chanel prevedeva almeno sei mesi di gestazione – ideazione, progetto e produzione – mi raccontava Eric Pfrunder (scomparso a dicembre del 2022), art director di Chanel e braccio destro di Karl Lagerfled. Scenografie con budget di decine di milioni di euro, che non possono essere montate o ripensate. The beat goes on

Carlo Mazzoni

Il MET 2023 sceglie Karl Lagerfeld, e ne ripercorre la carriera: centocinquanta abiti e i relativi bozzetti raccontano il lavoro di Karl Lagerfeld dagli anni Cinquanta all’ultimo Chanel 2019

 Karl Lagerfeld, lo stilista erratico

Karl Lagerfeld ha solo quattordici anni quando da Amburgo, sua città natale, si trasferisce a Parigi mosso dal desiderio di intraprendere la professione di caricaturista. Il corso degli eventi lo introdurrà al mondo della moda, sebbene l’indole alla citazione satirica farà sempre parte di lui: bozzetti con dettagli comici o semplicemente esagerati, funambolismi tecnici e una ricerca ininterrotta di varianti sono la materia prima delle sue creazioni. Abile nell’arte dell’illustrazione, fino al 1957 lavora come assistente di Balmain, membro della giuria del Secrétariat International de la Laine vinto dal giovane Lagerfeld a pari merito con Saint Laurent. Seguono cinque anni da Jean Patou, il primo dei grandi marchi a guida Lagerfeld e, per lui stessa ammissione, il più infelice: «È stato un periodo atrocemente noioso. La moda la trovavo a dir poco deprimente: neanche parlassimo di Chanel o di uno pseudo Balenciaga»

In questa prima fase lo stilista, non disposto a sacrificare l’istinto a riscrivere a suo modo ogni cosa gli passasse per le sue mani, erode i tessuti accorciandoli ai minimi termini e aprendoli con spacchi. «Al suo debutto alcune giornaliste abbandonarono la sala indignate per gli spacchi e gli scolli degli abiti: le critiche non sono particolarmente positive, ma per Lagerfeld la cosa conta poco, e continua a scorciare gli orli sino a strutturare le forme in maniera nuova, inusitata» scrive Serena Tibaldi nel tributo reso allo stilista il giorno della sua scomparsa. 

Karl Lagerfeld al Metropolitan Museum di New York

L’esposizione si snoda attorno a centocinquanta abiti corredati dai relativi bozzetti in una narrazione continua che dagli anni Cinquanta al 2019 – anno della morte dello stilista – ripercorre il metodo di lavoro di Lagerfeld. Il titolo fa riferimento al pensiero artistico del pittore William Hogarth, secondo il quale è proprio la linea a dettare la forma, e dunque la bellezza, dell’opera. Allo stesso modo, le linee degli abiti di Karl Lagerfeld delineeranno un percorso di evoluzione, come racconta Andrew Bolton, curatore del The Costume Institute: «La mostra esplorerà la metodologia di lavoro di Lagerfeld, tracciando l’evoluzione delle sue creazioni dal bidimensionale al tridimensionale. Le linee fluide dei suoi schizzi hanno trovato espressione in temi estetici ricorrenti nei suoi modelli, unendo i suoi modelli per Balmain, Patou, Chloé, Fendi, Chanel e la sua etichetta omonima, Karl Lagerfeld, creando un corpus di lavori diversificato e prolifico senza precedenti nella storia della moda».

The Beautiful Fall: Lagerfeld, Saint Laurent, and Glorious Excess in 1970s Paris. Karl Lagerfeld e Yves Saint Laurent nel racconto di Alicia Drake

«Ha divinizzato una certa postura: statica, morbida, con fianchi sporgenti e una sigaretta in bilico tra il rossetto e l’eternità» o, ancora, «[…] Karl Lagerfeld, designer tedesco del prêt-à-porter, sontuoso nel suo colletto ad ala e provvisto di monocolo, una forza della moda in divenire». La monografia a opera della giornalista britannica Alicia Drake dal titolo The Beautiful Fall: Lagerfeld, Saint Laurent, and Glorious Excess in 1970s Paris è un collage narrativo di voci, giudizi e pensieri variamente autorevoli e immancabilmente precisi sulle vite di Yves Saint Laurent e Karl Lagerfeld. Pubblicato nel 2006 dalla casa editrice Little Brown and Company, il volume è ancora oggi uno dei resoconti più dettagliati sulla storia degli ‘eterni rivali’, antagonisti nella moda quanto nell’amore conteso. 

Il racconto è costruito su interviste e colloqui condotti a più riprese da Alicia Drake al fine di aprire squarci o, più spesso, delicate fenditure nella Parigi degli anni Settanta, la cui atmosfera è così densa da essere impenetrabile ai non addetti ai lavori. A lato dei bagliori e dei luccichii degli eventi mondani, inframmezzati da fasi di studio e creazione, sfilate e lanci di collezioni, emergono sulla scena le ossessioni e i pensieri più  intimi del duo parigino. Da una parte Yves Saint Laurent, introverso e dall’incanto ammaliatore, dall’altra Karl Lagerfeld, esibizionista, «quasi un marchio a sé stante». I due vengono così posti sullo stesso piano, accomunati dall’essere stati la rivoluzione della moda e, in senso ampio, del costume.

Karl Lagerfeld, la prima collezione Chloé e l’arrivo a Fendi

La svolta arriva nel 1964, quando Lagerfeld firma la prima collaborazione da Chloé, il marchio fondato nel 1952 da Gaby Aghion. Il nuovo corso impresso da Lagerfeld a Chloé è ben rappresentato negli scatti del 1966 di Helmut Newton per Vogue, dove lunghi abiti tempestati di decori fin de siècle, arte simbolista e metalli preziosi sono calati in un’atmosfera grandiosa da Impero d’Egitto. Nel reinventare mondi del passato, Lagerfeld applica uniformemente un velo di ironia, di caricatura se vogliamo, in nome di un’estetica del gioco e dell’artificio. Fra i temi prediletti dallo stilista tedesco troviamo, oltre al già citato Simbolismo, le geometrie dell’Art Déco e gli artisti della secessione viennese, tra cui Klimt e Hoffmann.

Negli anni Sessanta si precisa anche la decodificazione che Lagerfeld fa della rivoluzione sessuale allora in atto: in uno scatto del 1969 di Guy Bourdin, Jane Birkin è avvolta in una tunica monospalla che ne attenua il sex appeal. La sessualità ordita negli abiti di Lagerfeld non è mai eccessiva, ma sempre riportata al perimetro di un certo manierismo di posa. Allo stesso modo, le immagini che il Kaiser cuce tra i segmenti di tempo e di spazio sono sempre riportate ad una forma di teatro in posa che le rende labili, quasi evanescenti.

Nel 1965 Lagerfeld approda nella Città Eterna di Fendi, che gli commissiona il compito non facile di dare riconoscibilità al logo della Maison di lungo corso. Il lavoro dello stilista inizia dal nome stesso, riconvertito al monogramma della doppia F. Anche nelle collezioni da lui firmate per la Maison romana si riscontra l’uso abituale al motto di spirito, ai volumi dalle proporzioni ingrandite o variate nella forma in una ripetizione che innova continuamente sé stessa: «La ripetizione appartiene allo humour e all’ironia; essa è per natura trasgressione, eccezione, poiché esibisce sempre una singolarità contro i particolari sottomessi alla legge». Il cliché viene così continuamente rovesciato, reso imprevedibile da intarsi, abbinamenti e contrasti tattili. 

Karl Lagerfeld al timone di Chanel: un nuovo vocabolario per Mademoiselle

Il 25 gennaio del 1983 in rue de Cambon 31, dimora parigina di Chanel, il mondo della moda osserva con non poco scetticismo Karl Lagerfeld ereditare le redini della Maison. Nella difficile impresa di dare seguito a una casa di moda rimasta orfana di concetti e modelli, il Kaiser ne intraprende la riprogettazione. Dal gennaio 1983 i bozzetti e le illustrazioni di Lagerfeld istituiscono un nuovo vocabolario Chanel. Gli intramontabili di Coco vengono rivisti e rietichettati a partire dalle forme più morbide degli anni Trenta e guardando trasversalmente al presente degli anni Ottanta. Se al suo debutto con la collezione haute couture Primavera Estate 1983 Lagerfeld si limita a interventi poco percettibili, come l’allungamento delle forme, successivamente riuscirà ad imprimere la sua indole caricaturale ad ogni elemento passibile di modifica.

I sei giri di perle amati da Mademoiselle Chanel diventano catene tanto lunghe da correre lungo tutto il corpo, il tweed viene sostituito con il jeans e ispirazioni estranee all’immaginario della stilista parigina vengono immesse nella storia del marchio. Tale modalità d’azione si ritrova nelle parole di Lagerfeld «[…] tutte cose che ho spinto al limite esagerandole e facendole entrare nella testa della gente come se fossero sempre esistite». Anche la moda maschile non è immune da tali rimaneggiamenti: la divisa militare, capo simbolo di virilità, viene impreziosita da dettagli e dorature con un effetto cortocircuito. «Coco Chanel non avrebbe mai fatto quello che ho fatto io. Anzi, l’avrebbe detestato» ha ammesso una volta Lagerfeld ma nella ‘stanza dei bottoni’ ormai c’era lui. 

L’abito come tableau vivant e la linea di successione di Lagerfeld 

Il collezionismo eclettico di Karl Lagerfeld assorbe ogni forma di arte e di sapere. La formazione degli anni della gavetta da Balmain catalizza in lui un senso dell’artificio tale da divenire una condotta di stile, una parte della personalità stessa da esibire sul proscenio della moda. Ponendosi sulla stessa linea degli stilisti della Grande Bellezza, da Valentino a de la Renta fino a Saint Laurent, Lagerfeld intende l’abito come tableau vivant, ovvero come una tela in movimento ove disegnare citazioni e aforismi di ieri e di oggi. A caratterizzarlo è una curiosità enciclopedica volta a tradurre ogni nozione artistico-letteraria in abito. Una tale semantica di riferimenti compone il quadro delle sue collezioni, tuttavia alleggerite da un’ironia costante. Pur muovendosi tra diverse Maison di Francia e Italia, lo stilista applica sempre, con il beneficio della variazione sul tema, i suoi simboli e reperti culturali. Ironia e leggerezza ne sono il sigillo e la chiave di lettura privilegiata, accanto all’immissione di temi folk-popolari e giocosi. Così facendo, ogni collezione creata apporta, oltre al nome della Maison di destinazione, il marchio da lui stesso registrato: «Sono un’etichetta vivente. Il mio nome è Labelfeld e non Lagerfeld». Eredi di questa linea in cui passato e presente si riflettono e si duplicano come in una matrioska sono Hussein Chalayan, Viktor & Rolf ma anche Nicolas Ghesquière, Alexander McQueen e Alessandro Michele, partecipi della medesima poetica intrisa di spasso o francese divertissement

The Metropolitan Museum of Art’s Costume Institute Benefit

Il Met Gala, sigla abbreviata del più sonoro The Metropolitan Museum of Art’s Costume Institute Benefit, è la cerimonia inaugurale della mostra annuale di moda all’interno dell’istituto museale newyorkese. Si tratta di un evento di beneficenza che ogni anno raccoglie fondi per il sostentamento del Metropolitan Museum of Art con donazioni fino a quattordici milioni. Quella di evento di beneficenza è tuttavia una definizione solo parziale del Met Gala, oggi ritenuto l’evento di massima visibilità e importanza nell’industria della moda. Il tema della serata che apre le porte della mostra coincide con quello della mostra stessa e a tutti gli ospiti è richiesto di rispettare le linee guida anche nell’abbigliamento.

L’Anna Wintour Costume Center

La sezione del MET che ospita le collezioni di abiti allestite dal Costume Institute, deve la sua fondazione alla donazione di abiti antichi da parte della produttrice teatrale Irene Lewisohn e della scenografa Aline Bernstein. Alle origini del Met Gala troviamo invece la giornalista Eleanor Lambert, che nel 1948, forte della visione pienamente americana di museo come azienda bisognosa di fondi e contributi privati per sostenersi – un concetto ben lontano dalla tradizione italiana di museo statale sostenuto, per l’appunto, da contributi statali – suggerisce una prima versione di Met Gala come cena di beneficenza riservata ai grandi ricchi di New York. Nel 1971, con il contributo fondamentale di Diana Vreeland, da poco ex-direttrice di Vogue America a seguito di un amaro licenziamento, il Met diventa quello che è oggi. Portando benefattori e figure note dal mondo dell’arte e dello spettacolo, l’evento di beneficenza si traduce nella primaria fonte economica del museo. 

Karl Lagerfeld: A Line of Beauty

il titolo della mostra annuale allestita dal Costume Institute del Metropolitan Museum di New York inaugurata il primo maggio in concomitanza al Met Gala. L’evento, finalizzato alla raccolta fondi per il museo, anticipa l’apertura della mostra al pubblico, il cinque maggio. Tema designato per quest’anno è la persona di Karl Lagerfeld, cui gli invitati al Met hanno dovuto ispirarsi nella scelta degli abiti. 

Stella Manferdini

Karl Lagerfeld Portrait. Photo Annie Leibovitz. Vogue, Trunk Archive
Karl Lagerfeld Portrait. Photo Annie Leibovitz. Vogue, Trunk Archive
Sketch of CHANEL dress, Spring-Summer 2019 Haute Couture; Courtesy Patrimoine de CHANEL, Paris.
Sketch of CHANEL dress, Spring-Summer 2019 Haute Couture; Courtesy Patrimoine de CHANEL, Paris.

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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L’ossessione per Prada: quanto durerà ancora?

L’industria della moda rimane ossessionata da Prada: l’identità della borghesia, l’ironia ruvida di una signora che cammina a passi svelti, l’orgoglio di una donna che identifica Milano e i milanesi