Cerca
Close this search box.
  • EDITORIAL TEAM
    STOCKLIST
    NEWSLETTER

    FAQ
    Q&A
    LAVORA CON NOI

    CONTATTI
    INFORMAZIONI LEGALI – PRIVACY POLICY 

    lampoon magazine dot com

Erica Rutherford, Yellow Stockings (1970), gouache su carta, dettaglio
TESTO
CRONACHE
TAG
SFOGLIA
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

Italiani: siamo e saremo sempre, tutti stranieri

Siamo tutti stranieri, e gli stranieri sono ovunque. Straniero, può vuol dire strano, forse l’opposto di stereotipo. Revisione ruvida, forse provocatoria, della 60° Biennale d’Arte di Venezia

Italiani ovunque, stranieri in Italia: Milano dominata per quasi quattro secoli, la Rai e il calcio

Noi italiani, noi stranieri in Italia – stranieri nella nostra stessa patria. Prima di andare a Venezia, riprendiamo la storia di Milano quale esempio per ripensare al concetto di straniero. Milano fu territorio autonomo fino al 1499 – da lì in avanti, per quasi quattro secoli, Milano è stata dominata da stranieri: francesi, spagnoli, austriaci. La città fu una colonia spagnola per tutto il Seicento – il secolo che fa da sfondo ai Promessi Sposi. Le risorse e le ricchezze andavano in Spagna, che fosse d’ufficio o a prezzi convenzionati, così come succede anche oggi, quando parte dei guadagni della filiale italiana di Apple vanno in America. L’impero d’Asburgo ebbe il controllo di Milano fino a oltre il 1848 – quando iniziò a formarsi il Regno Savoia. 

La storia di Milano è simile a quella di quasi tutte le regioni italiane andando oggi a produrre una nazione che possiede un’amministrazione centrale poco rodata, che ancora zoppica. L’amministrazione si potrebbe risolvere con qualche buona testa ordinata, ma quello che non possiamo recuperare è la storia di un sentimento di appartenenza, della sensazione di un’identità collettiva. Siamo italiani? O siamo ancora e nonostante tutto stranieri in terra italiana? Sappiamo come gli italiani abbiano imparato i rudimenti per essere italiani grazie alla RAI e grazie alle partite di calcio.

Noi italiani siamo stranieri in Italia – è una provocazione, un luogo comune. Siamo gente che si mette le mani in tasca piuttosto che stringerle con le mani degli altri – che sia per aiutarsi, per salutarsi o per pregare. Le nostre tasche sono la nostra casa, il nostro giardino è chiuso da una porta. La strada fuori è sinonimo di pattumiera. Non è colpa nostra – è la storia che ci ha dipinto così. 

Stranieri Ovunque – il primo riferimento porta al tema dell’immigrazione, dei flussi nomadi e del decremento della natività nella civiltà occidentale, e in Nord Italia. Stranieri Ovunque – lo straniero come strano, come diverso. Il concetto di straniero è un controcanto al concetto di stereotipo.

Stranieri Ovunque – la 60° Biennale d’Arte a Venezia, 2024 

Stranieri Ovunque – è il titolo della 60° Biennale d’Arte di Venezia. Ne abbiamo compreso la fonte: il collettivo Claire Fontaine, le scritte in neon colorate che oggi sono disposte sotto le tese dell’arsenale; un collettivo torinese che combatteva razzismo e xenofobia in Italia durante i primi anni Duemila. Stranieri Ovunque – e noi siamo tutti stranieri.

Stranieri, Italiani ovunque – in una stanza è raccolto il Nucleo Storico: una scelta di artisti italiani, maestri della pittura del Novecento, che hanno vissuto altrove, nel mondo: Africa, Asia, America, non solo Europa. La fuga dal regime, la povertà e la guerra – noi italiani eravamo migranti, quindi emigrati. In molti arrivarono in Brasile – tra questi, nel 1946, Lina Bo Bardi. Disegnò gli espositori in vetro che troviamo oggi in questa stanza dell’Arsenale – i cavalete de vidro sono piedistalli per Domenico Gnoli, per quel Tobia e l’Angelo di Aligi Sassu che non ha retorica dal mito, ma è un manifesto la fluidità ruvida tutta l’esposizione. Il Pittore (1931) di Mario Tozzi passò dalla collezione di Margherita Sarfatti. Il cubismo sintetico di Gino Severini. Il dettaglio di una copulazione dietro a un piatto di frutta, di Umberto Giangrandi, che dipinge la sua vita in Colombia dagli anni Sessanta.

Dopo la fine del secondo conflitto e dopo la caduta del fascismo, la diaspora italiana smise di essere migrazione e diventò ramificazione. Oggi, gli italiani sono ovunque, come se una diaspora potesse diventare il linguaggio di una classe abbiente e altolocata. Non si tratta più di migrazione ma di formazione – la creazione di una rete di conoscenze, in inglese network, che poi possa servire a procedere un’attività commerciale da imprenditore o da dirigente. Come se le strade di Milano, Parigi, New York e Shangai fossero sulla mappa di un unico foglio e non sullo zoom di un satellite con aerei al posto dei taxi gialli. 

Claire Fontaine, Biennale Arte, Venezia 2024
Claire Fontaine, Biennale Arte, Venezia 2024

Il prossimo G7 in Puglia e la stanza dedicato al colonialismo americano a Puerto Rico: The Museum of the Old Colony

Il prossimo 13 giugno, la riunione del G7 avrà luogo in Puglia sotto la presidenza italiana. A sedersi al tavolo le sette potenze economiche mondiali – Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Giappone, Canada. Ai dati del 2020, prima della pandemia e della guerra con la Russia, le sette nazioni insieme detenevano il 70% dell’economia netta del pianeta. Questa prossima sarà la 50° edizione del G7 – la prima fu tenuta nel 1976 a Puerto Rico.

The Museum of the Old Colony – la stanza semi interrata del Padiglione Centrale è dedicata alla storia di Puerto Rico in un lavoro di Pablo Delano (nato nel 1954). L’isola non è mai stata indipendente: fu colonia spagnola fino al 1898, quando fu annessa agli Stati Uniti. Nel 1901, la Corte Suprema decise che Puerto Rico non fosse parte degli Stati Uniti e solo nel 1917 fu riconosciuta la cittadinanza. In molti supposero fosse meglio continuare a vivere come sudditi coloniali, stranieri nel proprio paese. Sfruttati e sfruttabili, ignoranti e ignorabili. Il sistema coloniale è il sistema con cui l’uomo ha degradato l’uomo – scrive Roman Baldorioty de Castro, educatore portoricano del Diciannovesimo secolo. Turismo esotico, rifugio per pensionati, crociere, banche offshore, limbo di criptovaluta. Nel 2017 l’uragano Maria spianò la strada al collasso economico e all’esodo della popolazione. Old Colony resta il nome di un drink popolare per il costume locale fin dagli anni Quaranta, a base di uva o di ananas.

Stranieri Ovunque, per la curatela di Adriano Pedrosa: in mostra opere di Saloua Raouda Choucair, Judith Lauand, Erica Rutherford, Luis Fratino

Stranieri Ovunque. Dal Libano a Parigi – La composizione ritmica con una Sfinge bianca, di Saloua Raouda Choucair, nata a Beirut nel 1916, lavorò a Parigi nel dopoguerra, frequentando il giro di Fernand Léger. Dal Libano al Brasile: Acervo 290 (opera del 1954), di Judith Lauand, figlia di immigrati libanesi, nacque a Pontal in Brasile, nella campagna sotto San Paolo. Il quadro, smalto su pannello, è un esempio di sperimentazione concretista, negli anni Cinquanta.

Le calze gialle di Erica Rutherford, artista, attrice regista e contadina, insegnante e scrittrice che attraversò la transazione di genere, diventando donna dopo aver divorziato da tre mogli. I suoi autoritratti sono prima fotografie, incontrano la pop art – ma non il suo volto. Gambe all’aria, il mondo ribaltato, ma i tratti intorno agli occhi rimangono estranei, comunque stranieri. 

Stockade at Eureka, 2021
Stockade at Eureka, 2021

Le attività sessuali nascoste, esperienze personali ed esperienze comuni. Luis Fratino è nato negli anni Ottanta, si contano forse dieci sue opere in mostra (quasi una personale all’interno di una collettiva). Quel ritmo o rima, il delta di due sillabe tra strano e straniero che lavora come una goccia costante nella curatela di Adriano Pedrosa – l’omosessualità e il sesso dell’altro, i peli, lo sperma e il sudore maschile – la saliva che scioglie il turgore vaginale – nella stanza di Luis Fratino tutto si condensa come se stessimo facendo l’amore d’inverno in macchina, in tre, nascosti dai vetri appannati. Queer, outsider, outcast – sono parole inglesi che si perdono in un rap, diventano trap, colori caldi cartoon, ritrovano Gauguin. 

Il Padiglione Italia: per-sona, attraverso il suono: esistiamo quando qualcuno ci parla

Il Padiglione Italia ha la curatela di Luca Cerizza e presenta il lavoro di Massimo Bartolini. Rimane l’immagine Sindaco di Venezia che gioca con il liquido fangoso disposto a muoversi sulle frequenze sonore. La Biennale funziona bene come luna park. 

Il Padiglione Italiano, come tutti gli altri padiglioni, procede il tema e l’argomento primario di questa Biennale, Stranieri Ovunque, ne sa dare una sintesi e una chiusura. Two Here To Hear – gioca in inglese: le due locuzioni si pronunciano identiche, ed è un gioco voluto: facendo intendere che per ascoltare bisogna essere in due. Precisando: non per ascoltarsi, bisogna essere in due, ma per ascoltare

L’etimologia è dibattuta, ci sono teorie che vedono la parola persona legarsi al verbo latino personare, ovvero per + sonare, risuonare. Probabile ci siano ragionamenti più corretti, ma vale la suggestione: una persona è un’entità attraversata da un suono. Noi esistiamo quando qualcuno ci parla. Qualcuno che non siamo noi, qualcun altro. Di fronte a un diverso, uno strano, straniero – noi sappiamo definirci.

Carlo Mazzoni

Luis Fratino, Kissing My Foot, 2024
Luis Fratino, Kissing My Foot, 2024
Saloua Raouda Choucair, Rhythmical Composition with White Sphinx, 1951
Saloua Raouda Choucair, Rhythmical Composition with White Sphinx, 1951
The Museum of the Old Colony - abbienza americana sulle spiagge tropicali
The Museum of the Old Colony – abbienza americana sulle spiagge tropicali

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

SFOGLIA
CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X