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Andrea Crespi, Collezione NFT, Genesis 69, opera numero 19
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Illusioni ottiche: Andrea Crespi è il pittore che non sa dipingere

Arte, sessualità e NFT: dal Surrealismo al Kamasutra. Andrea Crespi indaga nuovi linguaggi artistici e digitali ricordandoci però che la cosa più bella sono i nostri corpi nudi

Arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica e digitale: NFT e collezionismo con Andrea Crespi

Come sta evolvendo l’arte con gli NFT e il Metaverso? La tecnologia oggi sta aprendo molti più scenari all’arte, ma questa ne giova davvero? 

«Le nuove generazioni si stanno abituando a questa grande presenza della tecnologia e della vita. È un fattore evolutivo e l’arte è sempre specchio della realtà. È una nuova avanguardia. Una schiera di persone si esprimono con nuovi strumenti e generando forme di arte che sono fruibili in maniera diversa. L’innovazione è l’essere contemporanei. È inevitabile e non credo che questo crei un danno all’arte tradizionale. Ci sarà una maggiore adozione del mercato di creatori in questa ottica e di conseguenza ci saranno collezionisti interessati a questo tipo di arte. Nasceranno altri modi di possedere l’arte come sono gli NFT, che adesso puoi collezionare nei wallet. Metaverso è una parola ancora da definire. Fioriranno anche gli spazi immersivi, fruibili con Oculus dove puoi fare esperienze e visitare delle esibizioni. A livello di coinvolgimento e interazione con il pubblico, sta diventando un aspetto ricercato da chi fa mostre, basti vedere la Van Gogh Experience. Sono trend, che poi si consolidano e da novità diventano la costante. Io li vedo come nuovi stimoli e opportunità espressive. Non devono essere una forzatura per un artista se non li sente propri, ma se un artista nasce in questo contesto è bene che si esprima in questi modi e non deve essere considerata arte minore se ha un suo valore».

Non bisogna confondere il medium con il messaggio: l’arte secondo Andrea Crespi

Eliminando la parte sensibile non si perde il rapporto con lo spettatore?

«Guardare uno schermo dove è riprodotta un’opera rimane un medium. Quello che conta è il messaggio e il significato che ha quell’opera. Un’opera digitale può essere anche fruita all’interno di uno storytelling, quindi può evolvere, può essere dinamica, cosa che la tela fisica non può essere. Quanto un video rispetto a una foto suscita emozioni con la componente uditiva, cromatica e il movimento? Non è un limite la tecnologia, piuttosto un’amplificazione».

Andrea Crespi e la prima collezione di NFT: Genesis 69

Genesis 69 è la prima collezione NFT in edizione limitata di Andrea Crespi. Una reinterpretazione delle sessantaquattro posizioni originali del Kāmasūtra. Genesis 69 è nato anche come progetto per creare consapevolezza sugli NFT come forma d’arte e  sulla rivoluzione digitale che sta contaminando il mercato artistico oggi. 

«Ho colto il giusto momento, quando nell’ambito blockchain, NFT e crypto arte, era esploso il collezionismo. Volevo creare un ibrido che sfruttasse la struttura delle collezioni applicata all’arte. È una collezione di sessantanove pezzi, comunque limitata. Ogni opera è unica nei colori, nelle linee, e nei soggetti. Ho reinterpretato le sessantanove posizioni del Kamasutra, dagli scritti originari. Mi sono svincolato dal positioning dell’1 a 1 tipico della cripto nella crypto arte, che nel mio caso sarebbe stato impegnativo in termini economici. L’uno a uno è un pezzo unico, come la tela. Poteva costare un ethereum che all’epoca erano quattro mila euro. Per chi aveva investito in cripto erano bazzecole, però per quelli che iniziavano diventava impegnativo. Far sentire le persone parte del mio progetto, le fa anche sentire parte di una community e quindi è anche educational. Ho cercato di spiegare quello che stavo facendo e come funzionava la cripto arte. Le persone mi hanno supportato perché si sono interessate al progetto, per loro significava imparare qualcosa di nuovo. Fare cultura è uno dei ruoli dell’arte, no?».

La prima mostra in uno spazio virtuale, con Andrea Crespi

«Organizzare la mostra nello spazio immersivo e la creazione di queste opere,  mi hanno dato stimoli creativi. Tutto era nuovo anche per me. Avere un timing giusto mi ha ripagato in termini di positioning e di interesse del pubblico. Lo spazio si  fruisce al meglio con l’Oculus perché sembra di essere lì. La gente poteva anche navigarlo come se fosse un videogame e quindi una sorta di experience. C’era il lockdown e non ci si poteva spostare, è stato un modo di vivere le cose in maniera diversa. Sono stato tra i primi in Italia, forse il primo a proporre una mostra virtuale. È stata apprezzata perché era una novità. Quando una cosa è nuova puoi permetterti di non essere perfetto in tutto».

Arte e sesso e social media con Andrea Crespi

Il sesso e la sessualità sono spesso presenti nelle tue opere. Perché vivi l’arte con una pulsione sessuale o è il sesso l’unica cosa che ancora vende anche nell’arte? 

«Mi piace giocare con il tabù, la censura, il nudo. Cose che a livello artistico si ripropongono dal passato fino ad oggi. Con i social network, la differenza tra una pornografia e un nudo artistico non viene letta, è borderline. Tanto che a me fanno passare delle immagini pornografiche, o al limite del porno, perché ritrattate con effetti ottici. Su Instagram se fai un disegno porno te lo fa passare, se fai una foto di nudo artistico no. Le foto di nudo erotico vengono bannante coe contenuti sensibili o non adatti alla community, quando quello che un artista o fotograto ha fatto è stato solo cogliere la bellezza estetica di un corpo, che è la cosa più naturale che ci sia, ovvero un corpo nudo. Ci siamo abituati che è bello ciò che ci vogliono farci credere che è bello, quindi la bellezza è una bugia. La verità è che noi siamo la vera bellezza. La sessualità mi piace, a me attrae; nella mia vita è un qualcosa che ha un peso specifico, quindi la esprimo».

Deve l’arte essere sostenibile? Con Andrea Crespi

La sostenibilità tocca anche l’arte. Arcangelo Sassolino, ospite del Padiglione Malta alla scorsa Biennale Arte 2022, è stato il primo artista a certificare la sua opera Carbon Neutral secondo gli standard ISO. Opere che riutilizzano materiali di scarto, partendo dai primi Ready Made di Duchamp ce ne sono molte. Riutilizzare scarti o plastiche provenienti dall’oceano rende davvero l’opera sostenibile? E poi è giusto che l’arte si prenda il fardello si trasmettere anche i valori della sostenibilità? Certificare opere d’arte secondo standard che vengono applicati alle aziende è corretto o limita la libertà creativa?

«Credo che l’artista abbia anche questo ruolo all’interno della società, di sensibilizzare sulle problematiche che ci toccano. Ognuno ha il proprio modo di esprimersi, io non sono nessuno per dire a un artista come deve fare la sua arte. Però in un contesto storico come quello che stiamo vivendo, avere un’attenzione all’ambiente penso sia necessario a livello artistico. Non deve però essere sfruttata e fare leva con il marketing per  promuovere determinati progetti. Ci deve essere coerenza con quello che è l’artista e la propria ricerca, non ci devono essere forzature, deve essere tutto naturale. Se non sei vero lo si percepisce». 

Andrea Crespi e la collaborazione con Dynamo Camp 

Andrea Crespi recentemente ha collaborato con Dynamo Camp per la mostra L’arte è wow! alla Triennale di Milano. Dal 2009 Dynamo Camp promuove con l’Art Factory attività che seguono l’approccio della Terapia Ricreativa e avvicinano i ragazzi all’arte contemporanea. Le opere esposte sono una parte degli oltre duemila lavori realizzati da più di 140 artisti che hanno preso parte al progetto, sia a Dynamo Camp che nei musei d’Italia e, dal 2021, esposti anche sulla piattaforma SuperRare. Tra gli artisti che hanno collaborato Andrea Mastrovito, Michelangelo Pistoletto ed Emilio Isgrò. Per Dynamo Camp, Andrea Crespi ha realizzato la sua opera di più grandi dimensioni. Un David su tela a grandezza naturale.

Com’è stata l’esperienza di lavorare insieme ai ragazzi di Dynamo Camp? 

«È stata un’esperienza forte a livello umano. Dynamo è una realtà che ha un grande impatto sociale, soprattutto per le famiglie di questi ragazzi. Le opere che sono state esposte, non sono un frutto solo mio, ma sono un lavoro collettivo, inclusivo. Si sente tanto parlare di inclusività come termine, ma nel contesto di Dynamo credo che sia giusto utilizzarlo. Ci sono ragazzi che hanno veramente dei limiti fisici, ma con Dynamo si riescono a fare attività che nella quotidianità non riuscirebbero o non potrebbero fare con i loro coetanei. Vengono messi in un contesto dove le problematiche passano in secondo piano. Riescono a sentirsi parte di un progetto. L’opera collettiva è il risultato del lavoro di cento ragazzi. Il David è un’opera monumentale, è la più grande che io abbia mai fatto e l’ho fatta con loro. Tutti gli artisti partecipano in maniera gratuita e donano le opere realizzate a Dynamo, che col ricavato finanzia le attività perché per i ragazzi è tutto gratuito. A breve partirò per l’Africa, in Tanzania, con una nuova Onlus che si occupa di educazione e costruisce di scuole. Ho la fortuna di poter ritagliare nel mio anno di lavoro dei progetti a sfondo sociale, per dare il mio contributo». 

L’Arte e la censura secondo Andrea Crespi: David di Michelangelo, cosa c’è di scandaloso in un corpo nudo?

Lo scorso marzo un’insegnante in Florida è stata licenziata proprio per aver mostrato ai suoi studenti il David di Michelangelo. Per i genitori degli allievi l’opera avrebbe avuto un messaggio pornografico. Cosa ne pensi della censura sull’arte? 

«Quando l’ho letto pensavo fosse una fake news. Mi sembra assurdo che ci possa essere qualcuno che si svegli una mattina e dica che il David è oltraggioso e da censurare. È un corpo umano, che cosa ci può essere di scabroso? Sono più volgari certi comportamenti che possono contaminare in maniera negativa, ad esempio la violenza. In America, le sparatorie nelle scuole sono all’ordine del giorno. Quello è scandaloso». 

Andrea Crespi: Influenze tra arte e moda

In diversi tuoi lavori riprendi accessori o capi dal mondo della moda per ‘vestire’ le tue opere. Che legami ci sono tra arte e moda? Quando ne vieni influenzato?

«La moda attinge dall’arte per innovarsi e la moda stessa, diventa una forma d’arte. Schiaparelli si ispira tantissimo al surrealismo, frequentava gli artisti. Le sfilate di Gucci, con Alessandro Michele, erano delle performance. Diventa difficile comprendere qual è la linea sottile tra una mostra d’arte contemporanea e una sfilata moda, sono due settori molto connessi. Ho collaborato con brand come Bulgari, Etro ma anche Adidas e Fred Perry. Mi sono prestato a queste collaborazioni perché se riesci a trovare un’affinità valoriale con i brand riesci ad amplificare l’idea dell’artista e ad attrarre diverse comunità. Non dobbiamo essere ipocriti. Ogni artista per portare avanti il suo progetto ha bisogno di trovare una sostenibilità economica, derivata dalla vendita e dal collezionismo delle sue opere. Ho fatto delle opere che si rifanno alla moda, integrando dei figurativi contemporanei che uniscono il passato della tradizione scultorea a degli accessori di moda contemporanei, come gli occhiali di Balenciaga, o la borsa di Vuitton della collaborazione Yayoi Kusama. Creando un dialogo tra passato, futuro e contemporaneo». 

Over the Lines – la prima solo exhibition di Andrea Crespi

Linee infinite si rincorrono senza congiungersi mai, si sfiorano e si allontanano come in una danza sensuale. L’illusione ottica attrae lo sguardo e al tempo stesso lo destabilizza. ‘Over the Lines’ è un invito per l’osservatore a porre attenzione per decifrare l’immagine. Oltrepassare i limiti, spingersi in nuovi campi di innovazione artistica e porre l’attenzione su tematiche scomode. Per Andrea Crespi sperimentare è un modo per conoscersi meglio dando sfogo alla propria creatività. In occasione della mostra è stato presentato in anteprima assoluta il primo libro d’artista NFT ‘Andrea Crespi – CryptoArt Monograph’, edito da The NFT Magazine.

«La galleria Zanini Arte di Mantova che mi rappresenta, mi ha lasciato carta bianca. Ho realizzato una serie di opere, una quindicina di pezzi. Il titolo è ‘Over the Lines’, sopra le righe. È un gioco tra le mie opere che si compongono di righe, e lo stare sopra le righe come atteggiamento di vita. Anche per la fruizione delle opere bisogna prestare attenzione per poter vedere che cosa si nasconde tra le righe, sono astratte ma più ti allontani, più si materializza il soggetto. Mi sono ispirato al Surrealismo, Magritte e Dalì. Il sesso e il desiderio rientrano nella poetica surrealista, perchè sono connessi alla ricerca in psicanalisi di Sigmund Freud».

Andrea Crespi, visual e crypto artist

Artisti si diventa o si sceglie di essere? 

«Si sceglie di rimanere artisti. Siamo tutti artisti da bambini – lo diceva Picasso – il problema è rimanerlo. Per me è diventata un’esigenza personale esprimermi. Ho deciso di spendere le mie energie per riuscire a concretizzare questo bisogno in maniera naturale. Non ho avuto la pressione di dover accelerare i tempi. È stato un percorso. Lavoravo come Art Director in un’agenzia e inizialmente avevo trovato nella creazione di immagini – che non definisco opere – quello che potevo comunicare giocando con le grafiche e i significati. Un’espressione libera non vincolata dai brief creativi dell’agenzia. Mi faceva stare bene, e quando trovi qualcosa che ti fa stare bene ci dedichi sempre più tempo fino a che poi riesci a far coincidere quello che è il resto della tua vita con questo, e sei portato a fare una scelta. La scelta è arrivata dopo un lungo percorso in cui ho gradualmente investito del tempo. Non avevo la certezza in tasca, ma qualcosa stava succedendo. Ho capito cosa mi faceva stare bene, ho seguito la mia direzione e l’intuizione mi ha dato ragione».

La pubblicità è arte?

«L’arte è comunicazione. Molta arte per come la vediamo oggi sembra una pubblicità. Non c’è un concetto univoco della definizione di arte. Il mio trascorso nell’ambito della pubblicità lo utilizzo per veicolare la mia arte. Riuscire a sfruttare le competenze che ho acquisito in altri settori ed applicarle all’arte aiuta a far arrivare il mio lavoro alle persone. In più è parte della mia formazione, non avendo fatto l’Accademia. Il mio background, non lo vedo come un limite anzi lo sfrutto a mio vantaggio».

Andrea Crespi, il pittore del ventiduesimo secolo

Ti definisci un pittore del ventiduesimo secolo. Chi è il pittore del ventiduesimo secolo e come sarà l’arte del ventiduesimo secolo? 

«La mia è una provocazione. È come se fossi una persona che viene dal futuro. Una persona che si esprime con un occhio in avanti, che cerca di integrare nella sua pratica le innovazioni e avere un linguaggio il più possibile contemporaneo, quindi anche l’utilizzo della tecnologia. Qualora abbia senso integrarla. La mia arte è estetica, è un gioco ottico che lavora sul concetto di meraviglia. Quando l’integrazione con la tecnologia trova un senso rende l’arte contemporanea».

Andrea Crespi: l’artista che non sa dipingere

Le opere di Andrea Crespi hanno uno stile ottico, linee dipinte a mano che nascondono figure e messaggi. Il suo stile è un espediente per superare i suoi limiti ma che si fonde con gli studi da product designer. «Prima di definire lo stile ottico, nei miei quadri c’erano citazioni di artisti che mi hanno ispirato – Dalì, Magritte, Warhol. Sono riuscito a trovare uno stile che fosse nelle mie corde, che mi rappresentasse. Sono un pittore del ventiduesimo secolo che non sa disegnare. Gli strumenti con cui mi esprimo sono digitali. Il pennello e gli strumenti tradizionali da Accademia d’arte non li ho mai utilizzati. Non sapendo disegnare, ho dovuto trovare un espediente che dal digitale mi permettesse di semplificare il più possibile facendo dei figurativi complessi, come il corpo umano, in modo semplice per quelle che sono le mie capacità. La connessione al mio background nel design è la sintesi, quella alla Bruno Munari. Togliere per semplificare. Linee bianche e nere che permettono di declinare e spaziare in tante forme. Se devo fare un murale con questo stile riesco a farlo, anche in grandi dimensioni. Nel togliere, in realtà, puoi ampliare le possibilità».

Riprendere opere esistenti e rielaborarle in chiave contemporanea con Andrea Crespi  

Le opere di Andrea Crespi spesso riprendono opere note che vengono rielaborate secondo il suo stile: dalla Venere di Botticelli alle statue neoclassiche. Qui si pone il quesito sulla paternità dell’opera. 

L’opera è l’esecuzione o l’idea? 

«La mia crescita più grande l’ho avuta con le interviste. Le risposte arrivano quando ti fai delle domande. Magari alcune domande non me le pongo, e quando me le fanno la ricerca della risposta mi apre nuovi immaginari. Nello stile che ho definito e che mi rappresenta, c’è spazio per la ripresa del passato e la reinterpretazione. Come Dalì che prendeva le statue greche, ma aggiungeva un orecchio al posto del naso. C’è sempre un attingere dal passato, dando la propria interpretazione e una forma contemporanea. Contemporanea perché io parto da un processo digitale. Ora sto facendo una collezione ispirata al Surrealismo. Reinterpretare il passato crea qualcosa di nuovo. Nell’arte esiste già tutto, sta a noi trovare nuovi punti di connessione».

Andrea Crespi

Classe 1992, Andrea Crespi lavora e vive tra Milano e Lugano. Dopo gli studi in industrial design allo IED, ha lavorato come Art Director in agenzia di comunicazione avvicinandosi all’arte visiva. Le opere di Andrea Crespi tramite l’utilizzo illusioni ottiche indagano le trasformazioni sociali e la rivoluzione digitale. ‘Over The Lines’ è visitabile alla Galleria Zanini Arte (Mantova) fino al 10 giugno.

Domiziana Montello

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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