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God Made Us Queer, 2009, Nathaniel Paluga
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Se il Papa risveglia l’orgoglio frocio e altre storie di militanza

C’è troppa frociaggine. Lo dice il Papa, non Lino Banfi. Le parole del pontefice risvegliano l’orgoglio gay e ci invitano a fare un punto sullo stato dell’attivismo politico LGBTQ+

La ‘frociaggine’ e la reazione della comunità LGBTQ+. Alle origini dell’orgoglio gay e del Pride

Anno Domini 2024. Un collasso climatico, un genocidio in corso e un generale precipitare delle tensioni geopolitiche internazionali imporrebbero un impegno di tutte le istituzioni che contano – compreso il Vaticano, su cui più volte si è riposta la speranza di un intervento risolutivo come intermediario nelle questioni urgenti del nostro tempo. Il delirio senile non risparmia nessuno; nemmeno il Papa. Papa che lo scorso 20 maggio ha sentito l’impellenza di esternare la sua preoccupazione verso la dilagante “frociaggine” all’interno dei seminari. Il pontefice del cambiamento, il riformatore, il Papa del “chi sono io per giudicare”.

L’incredibile non sta nelle sue parole, ma nella semplificazione giornalistica che i media ne hanno fatto. C’è chi ha parlato di ‘inasprimento’, di ‘atteggiamento duro’, di ‘parole sinonimo di un cambio di linea, più conservatore’. Niente di tutto questo. Ciò che il Papa ha detto oltre ad essere volgare è anche offensivo. Lo hanno capito bene i membri delle comunità LGBTQ+ sparse in tutto il mondo. Una crescente sensibilità verso il rispetto della diversità umana è un cosa che diamo per scontato in questo millennio plurale e libero, ma nasconde decenni di battaglie di attivisti omosessuali, bisessuali, trans e queer. In particolare una battaglia che celebriamo tutti gli anni nel mese di giugno e che continueremo a celebrare anche quest’anno, tra pochi giorni, quello che chiamiamo Pride.

Cosa è il Pride? Perché esiste un ‘orgoglio gay’ e non un ‘orgoglio etero’?

La leggenda vuole che tutto sia incominciato da un tacco che venne lanciato contro un agente di polizia. Le radici delle rivendicazioni del movimento omosessuale americano – che negli anni successivi incontreranno sempre più adesioni, fino a diventare fenomeno globale –, ebbero origine con il gesto della donna trans afroamericana Marsha P. Johnson, nello Stonewall Inn di New York. Un atto carico di significato che è ormai entrato nella mitologia della storia omosessuale, miccia di un’inarrestabile ondata di orgoglio che ha investito molti paesi del mondo occidentale e non solo.

Per coloro che sono a digiuno di storia LGBTQ+ è utile ricordare il perché si parli della parola ‘orgoglio’ quando si fa riferimento alle parate che durante il mese di giugno scorrono come fiumi nelle nostre strade. Per capirlo dobbiamo tornare a quel lancio del tacco di Marsha P. Johnson, il 28 luglio 1969.

Lo Stonewall Inn al Greenwich Village, la fucina dell’attivismo della comunità LGBTQ+, dove il rispetto umano fonda le sue radici

A New York era estate, così come era estate in tutto l’emisfero boreale. In meno di un mese l’America sarebbe andata sulla luna e, ironia della sorte, proprio i figli della luna – così chiamava gli omosessuali Platone – si sarebbero ribellati alle ennesime incursioni della polizia nel ghetto gay dell’isola di Manhattan.

Il Greenwich Village era un quartiere fetido; la mafia investiva qui i propri soldi, in locali clandestini in cui le persone queer potevano incontrarsi, bere e ballare. Erano calamite per centinaia di persone considerate rifiuti umani, rigettate dalle proprie famiglie, buttate fuori casa come animali. Lo Stonewall Inn era un alveare di persone queer che giungevano da tutti gli angoli degli Stati Uniti alla ricerca di una dignità e nella speranza di incontrare propri simili che potessero sollevarli dal destino infame che la società dell’epoca aveva disegnato per loro. Il Greenwich Village era un grumo di froci incazzati che ticchettava come una bomba ad orologeria, pronta a squarciare il moralismo degli anni Sessanta e trasformare i reietti della società in militanti vestiti da pagliacci (così apparivano all’opinione pubblica).

I moti di Stonewall: una rivolta per la rivendicazione dell’orgoglio, un ritrovato senso di dignità

Lo Stonewall Inn veniva assaltato in media una volta al mese prima dell’incursione del 28 giugno 1969, ed era già stato assaltato una volta quella stessa settimana. Le incursioni e le molestie della polizia erano un evento comune poiché in tutto lo Stato l’omosessualità era considerata un reato penale. Se si indossavano più di tre abiti “non conformi al proprio genere”, si poteva essere arrestati. Questo succedeva di frequente.

All’1:20 di sabato 28 giugno 1969, quattro poliziotti in borghese, due agenti di pattuglia in uniforme, il detective Charles Smythe e il vice ispettore Seymour Pine arrivarono alle doppie porte dello Stonewall Inn e presero il locale. Quella sera nel bar c’erano circa duecento persone. L’irruzione non andò come previsto. La procedura standard prevedeva che gli avventori venissero messi in fila, controllassero i loro documenti d’identità e che le poliziotte accompagnassero i clienti vestiti da donna in bagno per verificarne il sesso, dopodiché chiunque fosse apparso fisicamente maschio e vestito da donna sarebbe stato arrestato. Quella sera i clienti vestiti da donna si rifiutarono di essere perquisiti. All’urlo di “Gay Power” (Potere ai gay, ndr.), il quartiere si ribellò progressivamente alle retate della polizia nei vari locali del Greenwich Village. Nelle settimane successive nacquero movimenti, organizzazioni e comitati che intendevano parlare di uguaglianza e diritti delle persone queer, chiedendo quantomeno la cessazione dei continui rastrellamenti ad opera della polizia morale; la conseguenza delle rivolte fu un ritrovato senso di dignità, rivendicando con orgoglio la propria natura e il proprio diritto alla libera espressione e ad una emancipazione totale dalla morale.

Ario Mezzolani al World Pride di NY nel 2019
Ario Mezzolani al World Pride di New York, 2019

L’orgoglio divenne incontenibile. Così incontenibile che l’anno successivo, in occasione del primo anniversario le persone queer di New York organizzarono una marcia per le strade della città per far sentire la propria voce. I tafferugli condotti da riottosi omosessuali avevano completato la propria metamorfosi, trasformandosi in marcia pacifica di militanti pronti a esibire vistosamente e con orgoglio la propria non conformità, la propria destabilizzante subalternità. L’orgoglio diventa un punto fermo dal quale non è possibile prescindere. Si marcia come si è, senza compromessi. Prendendo in prestito le parole della pornoattrice italiana Moana Pozzi: “Talvolta la ricerca della propria felicità comporta il dispiacere degli altri”. Così fu. Il pride come esibizione esplosiva di una soggettività (e collettività) alternativa, libera dalle repressioni grigie della regola. L’orgoglio come distillato di una libertà agognata e faticosamente conquistata.

Il Pride è una parata ma anche un evento commemorativo della storia del movimento omosessuale, della comunità LGBTQ+. Qual è il significato del Pride, oggi?

Dovrebbe essere ormai chiaro che il Pride è innanzitutto un evento commemorativo. Un evento che, a cadenza regolare, ricorda il percorso che ha portato le istanze omosessuali ad una visibilità ampia e al riconoscimento di diritti. Ma si può affermare che questa consapevolezza sia ancora presente? Chi vi scrive è convinto di no.

Negli anni il Pride si è trasformato in un evento pop, fagocitato dalle logiche commerciali della massificazione che ne hanno svuotato il significato, riducendolo ad un evento di costume. Così anche il pride con la P minuscola. L’orgoglio LGBTQ+ si è rintanato in un linguaggio escludente e chiuso in sé stesso, incapace di comunicare al mondo le proprie istanze e dare per garantiti i propri diritti. L’orgoglio ha perso quella dimensione bellicosa ma efficace a smontare il pregiudizio. Ha preferito assopirsi ad un adeguamento lento e pacifico, rinunciando alla sua dissacrante alternatività. Rincorrendo il solo (doverso, per carità) equiparamento matrimoniale, ma non pensando alla richiesta alla società e allo Stato di una formulazione alternativa delle relazioni. Il movimento omoessuale aveva in seno una capacità di sovvertire le regole della etero-normatività, uscendo dalle logiche monogamiche, capace di avanzare una proposta nuova di modelli sociali e relazionali.

L’iper-classificazione del mondo fluido, l’orgoglio gay e  le battaglie del movimento LGBTQ+: il rispetto umano della diversità umana

Privato della sua dimensione politica, l’orgoglio gay è scivolato nell’omologazione che tanto avversava. Un esempio eclatante è la tematica della fluidità. Nel rifuggire dalla classificazione e dell’etichettatura è finito per creare un universo iper-classificato dove i termini ombrello diventano infiniti e incomprensibili alla maggioranza della popolazione che di queste cose non solo non sa nulla, ma nemmeno se ne interessa. Etichettare è limitante, certo, ma è utile – un atto che tende alla semplificazione, ma necessario per farci riconoscere, per darci un volto agli occhi degli altri. Siamo finiti nella logica del “fare coming out non è più necessario”, quando invece la lezione politica più grande della storia dell’orgoglio gay era quella del coraggio di esporsi. La generazione degli anni Sessanta ha conquistato i diritti di cui noi possiamo godere, noi siamo la generazione che deve custodirli. Per custodire un patrimonio occorre essere disposti alla sua tutela ma anche alla sua difesa.

Gilbert Baker, la prima bandiera del Pride LGBTQ+ del 1978, e il paradosso della bandiera inclusiva

Il paradosso della bandiera inclusiva è una questione eloquente. La bandiera arcobaleno nasce grazie a Gilbert Baker, l’artista e attivista ha creato la prima bandiera del Pride LGBTQ+, riconosciuta nel 1978. I colori simboleggiano le sfumature, le diversità, e quindi anche la complessità che compone le battaglie e le rivendicazioni del movimento LGBTQ+. Negli ultimi anni la bandiera è diventata inclusiva, incorporando anche la bandiera delle persone transenger, quella degli intersessuali, e quella delle persone nere. Il messaggio universale della bandiera ha ceduto alle lamentele di gruppi che hanno rivendicato una propria rappresentazione, senza considerare che il messaggio era già plurale e voleva già sfuggire alle classificazioni di parte.

L’orgoglio infatti deve tenere conto che la sua minaccia più grande è la tracotanza. L’idea della comunità si tiene in piedi grazie al riconoscimento delle soggettività, ma anche grazie ad una dimensione collettiva che ne fa una sintesi. In questi termini l’orgoglio politico gay è cambiato. Ha seguito la segmentazione degli ego e ha perduto la sua dimensione corale. Risulta più utile allora perseguire una strada in cui si pensa alla direzione di questa comunità sempre più ampia e articolata, una strada che nella valorizzazione delle differenze trovi un destino comune. Una sigla che invece di estendersi (LGBTQIA+, eccetera), trova una unità di intenti. Forse è questo il grande lascito di una comunità militante: mettere ciò che ci accomuna davanti preservando orgogliosamente le diversità umane che ci differenziano. Anche perché agli occhi degli altri siamo tutti semplicemente froci.

Che cos’è il Pride? Perché si celebra il Pride?

Il Pride è una parata dell’orgoglio LGBTQ+ (nota anche come pride event, pride parade o pride march), evento che celebra l’accettazione sociale e personale di lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBTQ+), le conquiste, i diritti legali e l’orgoglio. La maggior parte dei pride si svolge annualmente in tutto il mondo occidentale nel mese di giugno, il mese in cui sono accaduti i fatti di Stonewall. Le parate cercano di creare una comunità e di onorare la storia del movimento. Nel 1970, a Chicago, Los Angeles, New York e San Francisco si tennero marce di orgoglio e di protesta in occasione del primo anniversario di Stonewall. Gli eventi divennero annuali e si svilupparono a livello internazionale. Nel 2019, New York e il mondo intero hanno celebrato la più grande celebrazione internazionale del Pride della storia: Stonewall 50 – WorldPride NYC 2019, prodotta da Heritage of Pride per commemorare il 50° anniversario dei moti di Stonewall, con cinque milioni di partecipanti nella sola Manhattan. L’autore di questo articolo era orgogliosamente presente.

Ario Mezzolani

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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