LUCIANO BIANCIARDI IN UNA SCENA DI GLI AMICI DI MILANO, DI CARLO MAZZARELLA, 1963
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A cent’anni dalla sua nascita, cosa rimane della Milano di Luciano Bianciardi?

Prima di tutti Luciano Bianciardi ha profetizzato i risvolti negativi del boom economico: nel suo libro A Milano con Luciano Bianciardi, Gaia Manzini ne ricostruisce la geografia letteraria

La Trilogia della rabbia torna in libreria con Feltrinelli

Per festeggiare il centenario della nascita di Luciano Bianciardi, nato nel 1922, Feltrinelli ha riportato in libreria in un unico volume la Trilogia della rabbia. I tre libri che ne fanno parte, Il lavoro culturale, L’integrazione e il capolavoro La vita agra, sono stati scritti tra il 1952 e il 1962. Bianciardi è uno scrittore di culto, lasciato ai margini della letteratura italiana per lungo tempo, la cui opera soltanto di recente è tornata al centro dell’attenzione della critica. In anticipo di cinquant’anni, Bianciardi ha trattato, con intelligenza e ironia, temi centrali del nostro tempo: la religione del lavoro, le contraddizioni dell’industria culturale, il lato oscuro del boom economico. Il primo libro di Bianciardi, I minatori della Maremma, scritto insieme a Carlo Cassola, è un tentativo di indagine sullo scoppio della miniera della Montecatini a Ribolla, che provocò la morte di 43 persone. Un’opera di denuncia che rivela la postura intellettuale che Bianciardi mantenne fino alla fine della sua vita: critico nei confronti del potere dominante e idealista nel vedere la cultura come aggregatore sociale. È proprio questa idea romantica dell’intellettuale capace di sanare le lacerazioni della società che spinge Bianciardi a lasciare Grosseto, la sua città natale, per Milano, motore degli sviluppi industriali che stanno cambiando l’Italia nel Dopoguerra. 

La chiamata di Giangiacomo Feltrinelli e l’arrivo di Bianciardi a Milano: L’integrazione

Nel 1954 Bianciardi risponde alla chiamata di Giangiacomo Feltrinelli, che lo vuole a Milano affinché lavori alla costruzione del catalogo della neonata casa editrice, e va a vivere nella pensione della signora Tedeschi nel quartiere di Brera. Il secondo libro della Trilogia della rabbia, L’integrazione, racconta l’arrivo a Milano di una coppia di fratelli, Luciano Bianchi, alter ego dell’autore, e Marcello. Nella città meneghina Bianciardi pensa di riuscire a ritagliarsi uno spazio come intellettuale nazionale. Lo scrittore vuole diventare l’anello di congiunzione in un’Italia divisa tra Nord e Sud, tra la provincia, ai margini del progresso, e le grandi città degli operai e di una nuova classe borghese. A Milano, però, Bianciardi scopre con amarezza che non vi è uno spazio reale per l’intellettuale, il cui ruolo spesso collude con gli interessi dei poteri economici. Non può esistere una riflessione critica sulle ideologie dominanti, perché le persone sono prese in una spirale consumistica dalla quale è impossibile sfuggire. 

Il licenziamento da Feltrinelli e il rifiuto dell’offerta del Corriere della Sera diretto da Montanelli

L’unica salvezza è il lavoro solitario, che ripudia le logiche clientelari. Non c’è da stupirsi, allora, che Bianciardi prima venga licenziato da Feltrinelli ‘per scarso rendimento’ – continuerà comunque a tradurre per la casa editrice da collaboratore esterno – e poi rifiuti un’offerta come giornalista per il Corriere della Sera diretto da Indro Montanelli. Di fronte alla possibilità di scendere a compromessi con quella stessa classe borghese che aveva tanto criticato nei romanzi e nel suo lavoro giornalistico, Luciano Bianciardi si ritrae: no, grazie. 

Cosa resta della Milano de La vita agra: intervista a Gaia Manzini autrice di A Milano con Luciano Bianciardi

Nel suo libro A Milano con Luciano Bianciardi, edito da Giulio Perrone editore, la scrittrice Gaia Manzini diventa una flâneuse, una passeggiatrice che passo dopo passo ricostruisce la geografia letteraria dell’autore cercando lo spirito dello scrittore nei luoghi da lui amati e frequentati.
«La Milano di Luciano Bianciardi quasi non esiste più» ammette Gaia Manzini «basti pensare a com’è cambiata Brera, il quartiere in cui lo scrittore abitava, che da zona popolare è diventata esclusiva. A Milano c’è sempre stato un continuo processo di gentrificazione che si allarga dal centro alle periferie. Ogni zona subisce una rigenerazione, un quartiere popolare diventa di moda e abitato da artisti, e infine di lusso. Lo spirito della città è sempre stato quello del trasformismo. Milano si rinnova in continuazione per via dello stretto legame con le trasformazioni economiche, ma il rischio è che vengano cancellate le radici popolari, le piccole tradizioni che facevano parte della quotidianità dei suoi abitanti. Ne sono un esempio le vecchie trattorie e latterie in cui Bianciardi e i suoi amici andavano a mangiare con pochi soldi, oggi del tutto scomparse». Eppure, alcune tracce della Milano dell’epoca, seppur nascoste, rimangono ancora. C’è il bar Jamaica, frequentato da Bianciardi insieme agli amici pittori, che non è mai stato rinnovato. C’è il torracchione della Montecatini, oggi identificato con il palazzo di Gio Ponti, sede di Radio Monte Carlo, che il protagonista de La vita agra vuole far saltare in aria per vendicare i morti della miniera di Ribolla. «Per l’Expo 2015 sono stati costruiti nuovi grattacieli, che oggi abbiamo cominciato a chiamare torri e che duplicano in modo iperbolico l’altezza di quelli degli anni Cinquanta, secondo lo spirito milanese» dice Manzini. 

I ragionieri che persino durante la pausa pranzo in trattoria continuano a fare i calcoli sui foglietti

Nel suo libro, la scrittrice ricorda come Bianciardi sia sempre stato insofferente alla ricerca del guadagno a tutti i costi che pervade la città meneghina nel boom economico: «Bianciardi fa un ritratto critico della società dei consumi, ricorrendo al sarcasmo e a una fredda ironia per mettere una distanza tra sé e quello che racconta. Si prende gioco dello stile di vita dei milanesi: per esempio, racconta dei ragionieri che persino durante la pausa pranzo in trattoria continuano a fare i calcoli sui foglietti, perché ossessionati dal lavoro». 

Milano è un’illusione

Per Bianciardi qualsiasi tentativo pseudo rivoluzionario viene stroncato sul nascere dalle false promesse di felicità della società dei consumi: «Il miracolo economico nasconde numerose contraddizioni. Ha portato ricchezza, ma non per tutti, perché alcuni ne sono rimasti esclusi per sempre. Si pensi a chi dalle campagne si era trasferito nelle periferie delle grandi città del Nord Italia in cerca di una rinascita, senza però trovare nulla oltre alla miseria. Allo stesso tempo, le classi medie si sono illuse di essere libere e di poter ottenere tutto quello che desiderano, ma questo le ha portate a consumare di più, e quindi a lavorare di più per il padrone».
Anche senza padroni, la conquista della libertà quando per vivere si deve lavorare, rimane un’utopia, e Bianciardi stesso lo sperimenta: «Nel momento in cui viene licenziato da Feltrinelli si trova a dover tradurre anche quattordici ore al giorno per poter sopravvivere. Lui stesso deve rimanere chiuso tutto il giorno in una stanza, in una gabbia milanese» conclude Manzini. 

Bianciardi, oltre il mito per non oscurarne le opere

Scrittore bohémien, scapigliato, Bianciardi nel tempo è diventato un mito letterario con le radici nell’immaginario del Romanticismo: Francesco Bianconi dei Baustelle, non a caso, gli ha dedicato la canzone Un romantico a Milano. Il rischio è che l’icona finisca per oscurare le opere, che vanno lette per poter essere apprezzate: «Il mito dà una contestualizzazione e storicizza l’opera, che però non ha soltanto il pregio di raccontare gli anni Cinquanta e Sessanta». Il valore è nella lingua dei romanzi: la natura febbrile, non canonica di Bianciardi trova la sua massima espressione nella pagina scritta, diventa operazione letteraria. «Ne La vita agra lo spaesamento personale dello scrittore si riflette nella scelta di mescolare l’andamento saggistico ai ricordi privati, nel passaggio dai temi elevati, come la ricerca etimologica, al parlare volgare, nell’utilizzo di mix lessicali con calchi delle traduzioni di Jack Kerouac o di Henry Miller» dice Manzini.

L’attualità della riflessione sul ruolo dell’intellettuale di Bianciardi 

Che cosa rappresenta Bianciardi per lo scrittore contemporaneo? «La riflessione sul ruolo dell’intellettuale di Bianciardi è applicabile anche alla realtà di oggi» ritiene Manzini. «Il lavoro dello scrittore è ancora precario e si muove tra ambiti diversi, comprende la stesura di romanzi, il giornalismo, la traduzione, le scuole di scrittura. È un lavoro composito. C’è la sensazione che non ci sia un ruolo, un posto giusto per chi scrive e prova a raccontare la complessità della realtà contemporanea. Bianciardi è stato un intellettuale che, pur essendo morto negli anni Settanta, ha vissuto in modo simile a diversi scrittori di oggi. La società nel frattempo è cambiata, ma resta il dubbio se l’intellettuale abbia o meno uno spazio per poter incidere su di essa». 

Gaia Manzini

Manzini è nata a Milano. Ha scritto Nudo di famiglia (Fandango, 2009, finalista Premio Chiara), La scomparsa di Lauren Armstrong (Fandango, 2012), Ultima la luce (Mondadori, 2017) e Nessuna parola dice di noi (Bompiani, 2021). È collaboratrice della rubrica Atlante del Portale Treccani e tra gli autori del soggetto della pellicola Mia madre (2015) di Nanni Moretti. Il saggio A Milano con Luciano Bianciardi è uscito nel 2021 per Giulio Perrone editore. 

Linda Terrafino

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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