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Dior Couture SS23, le modelle
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La moda non è solo consumismo: vogliamo ritrovarne il valore? Couture SS23

Tutto quello che oggi appare opulente risulta fuori tempo, fuori dal contesto umano che stiamo vivendo – la moda opulente non è attuale, è spreco e consumismo

Fashion month, fashion week, wanna be

In inglese si chiamano fashion month, raccolgono quelle fashion week che hanno riempito le bocche di tanti wanna be – perdonate la ritmica. A gennaio sono presentate le collezioni maschili dell’autunno successivo: capi che sfilano per essere venduti da fine agosto in avanti. Sono introdotte le pre-collezioni femminili, che appaiono in negozio a luglio. Sempre a gennaio, a Parigi, vanno in scena le sfilate di alta moda. Alla fine di gennaio, è stato annunciato il nuovo direttore creativo di Gucci: Sabato De Sarno.

Niente più opulenza: la moda si deve muovere altrove

In questo momento storico, nel contesto che stiamo vivendo, c’è un assetto che appare fuori luogo: l’opulenza. Per assetto possiamo intendere il modo di porsi, di presentarsi, di disporsi, di scegliersi – il concetto è simile all’atteggiamento, se ne evince per logica come quindi l’assetto sia intrinseco a una definizione ragionata di moda. Tutto quanto passa apparire e presentarsi opulente, non è moda – ma è fuori luogo, fuori dal contesto attuale, culturale, e umano che stiamo vivendo. 

Giorgio Armani: non dobbiamo vivere circondati di cose

Non solo esclude l’eleganza: l’opulenza oggi ricorda la maleducazione. Abitazioni che straripano di oggetti, di strati, di tessuti; gioielli di plastica; vestiti a colori forti, che ottengono quel risalto perché stampati su tessuti sintetici con processi chimici. Giorgio Armani dice che non abbiamo bisogno di tanto, che non dobbiamo vivere circondati di cose: non fa bene a noi, non alla nostra mente. Non fa bene al pianeta. Armani aggiunge che oggi non si può produrre, ma neanche definire, il bello, se la bellezza va a scapito degli altri esseri umani. 

Le sfilate di alta moda a Parigi: la couture SS23 per la primavera 

Si potrebbe collegare la couture all’opulenza, ma sono qui a scrivere il contrario: la couture potrebbe – mi piacerebbe osare dovrebbe – essere quel momento in cui la moda prende distacco dall’opulenza ritrovando il suo valore di ricerca e di racconto del tempo. L’alta moda è il settore meno collegato a un commercio di massa: i vestiti sono pezzi unici o limitatamente replicati, a volte previsti su ordinazione quando sono già venduti. Hanno generalmente un prezzo che supera i quaranta mila euro. Le sfilate di alta moda – a Parigi, couture – sono riservate alle signore clienti abituali, a commerciali che possono raggiungere le clienti; alle celebrità del cinema e dello spettacolo. La stampa è invitata, per rappresentanza: se ne può scrivere, ma difficilmente i vestiti di couture sono fotografabili. Dopo le sfilate, hanno luogo gli appuntamenti con le signore arrivate in città. Le case di moda vedono la couture come un momento di reddito per il quale mantenere riserbo. Alcune clienti non gradiscono vedere pubblicizzati gli abiti che comprano a quel valore economico – e nel momento in cui alcune tra le riviste cartacee si confondono in una diffusione digitale e virale piuttosto che consolidarsi in un contesto autoriale e autorevole, le fotografie sui giornali non appaiono necessarie. 

Métiers d’Art: artigianato, arte, decoro e design

Scrivo poco sopra che la couture presenta abiti a pezzo unico, realizzati con lavorazioni fatte a mano: ricami per i quali sono impiegate ore di lavoro con le dita di chi possiede esperienza; tessuti realizzati con telai antichi non possibili in epoca moderna; riappare un velluto soprarizzo in seta, e non in nylon. In Francia, lo stato tutela i Métiers d’Art, maestranze manuali che oggi pongono la domanda su cosa sia arte, cosa sia decoro, cosa sia artigianato e cos’altro possa essere design. Un Métier d’Art è un’abilità tecnica per realizzare manufatti che definiscono quello che sta all’opposto, oggi e domani, del concetto di opulenza, e che a me piace chiamare meraviglia.

Couture francese: Dior e Chanel

Osservando le due sfilate andate in scena a gennaio 2023, si rileva un design per lo più semplice, applicato a tessuti che esprimono complessità. Un telaio che lavora lentamente, filo dopo filo, cambiando titoli, consistenze, ritorciture, inserendo variabili in trama, azzardando l’ordito su più livelli. I tessuti hanno una consistenza che permettono tagli angolari e ricami in rilievo. Le triple battiture sono dettagli in cucitura. C’è poco di opulente – anzi, in quelle uscite quando il tono dello stile va oltre le righe, sembra si possa liquidare una sbavatura creativa, una défaillance in troppe paillettes. La meraviglia non esagera, non si mescola mai. Se l’opulenza si illude in un disordine che vorrebbe definirsi creativo e che si autocompiace in una serie di parole da dilettanti quali coolness e chicness – la meraviglia vuole aria, rispetto, luce propria.

Le case italiane a Parigi: Fendi 

Le lavorazioni appaiono nella couture di Kim Jones per Fendi, che porta le mani artigiane romane a Parigi: la couture di Fendi è una linea nuova, con un esercizio che questo volta inizia a ricordare i punti raggiunti da Karl Lagerfeld a Fontana di Trevi – quella fu una sfilata di Haute Fourrure che riuscì a raccontare il DNA di Fendi con una precisione che mai prima e mai ancora una brand abbia saputo sintetizzare. 

Valentino Couture SS23 a Parigi: l’identità come emulazione

Valentino rimane nella ricerca di una identità troppo simile a un’emulazione: i volumi di Balenciaga e la noncuranza di Yves Saint Laurent negli anni Ottanta: i fiocchi di seta cadono nell’opulenza; il night club dopo una sera da Wallis Windsor è una didascalia ferma nel contrasto con la disco – mentre i maschi vestiti in couture valgono finalmente il merito e il plauso. Le piume finte, le pellicce fucsia, tessuti esplosi in vapore, uno sopra l’altro. Non ci servono così tante cose, non ne abbiamo spazio, non ne abbiamo voglia – soprattutto, non abbiamo più tempo. 

La couture e la responsabilità dei distretti manifatturieri

La couture potrebbe raccontare il messaggio della moda di domani: una moda che trasforma il lavoro manuale in un mestiere nobile per il quale le nuove generazioni vogliano coltivarsi e cimentarsi. Il sistema può rendere plausibile una prospettiva di retribuzione economica consistente: l’artigiano può diventare un professionista di prima ambizione. I centri fuori dalle grandi città tornerebbero ad avere una vita sociale basata su una ricchezza locale. Sia in Francia, sia in Italia: i distretti di provincia rinascerebbero come luoghi centrali, non più angoli limitrofi da cui i giovani sognano di andare via per vivere in monolocali a Milano o a Parigi. La moda ha un valore aspirazione e di conduzione dell’industria tessile: per trovare un nuovo valore, deve recuperare il rigore. 

Couture, Alta moda: il rigore di una produzione artigianale, limitata, sostenibile – non industriale, non scalabile

La chiave è il rigore: se la produzione in serie deve scendere a compromessi per scalabilità quantitativa, la couture può richiedere una produzione trasparente e positiva in ogni fase. Senza scorciatoie. Si usa definire couture una produzione di qualità tale da non essere industrializzabile: a questo codice si dovrebbe aggiungere la filiera corta completa; la totale assenza di plastica e di tessuto sintetico; le colorazioni e le fibre solo naturali; la pelle da allevamento mai intensivo; così procedendo. La couture potrebbe presentare questi dettagli e spingere la creatività dentro questi confini. La moda non è solo un’ossessione fashionista di un pubblico miliardario che spende per emulazione e per apparenza. La moda può raccontare il sogno di questo lavoro, far sì che il mondo veda la maestria e far comprendere il valore economico.

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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