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Una scena di Sex Education
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Perché è necessaria l’educazione sessuale e all’affettività nelle scuole

L’Italia è uno dei cinque Paesi UE che non prevede l’educazione sessuo-affettiva tra i corsi curriculari a scuola, ma è necessaria per costruire una maggiore consapevolezza sul sesso e sulle relazioni

L’articolo di Magdalene J. Taylor sul New York Times: «Fate più sesso, per favore»

Magdalene J. Taylor, scrittrice statunitense esperta di sessualità e cultura, atrraverso un articolo apparso sul New York Times ha lanciato un appello ai giovani: «Fate più sesso, per favore. Stiamo vivendo un ‘epidemia di solitudine». L’appello ha un suo fondamento concreto: secondo i dati di un’indagine condotta dalla General Social Survey, nel 2020 circa un quarto degli statunitensi ha dichiarato di non aver fatto mai sesso. Il dato più basso mai registrato negli Stati Uniti. Le cause sono molteplici, ma ad aver avuto un ruolo determinate per questo risultato sono stati la pandemia, con il conseguente isolamento sociale, e i social network. 

Il sesso e la generazione dei Millennial: il ruolo dei social

La generazione che sembra risentire di più di questo cambiamento delle abitudini sessuali è quella dei Millennial: secondo una recente ricerca dell’Archives of Sexual Behavior, i nati tra il 1981 e il 1996 sono la generazione meno attiva sessualmente degli ultimi anni e praticano molto meno sesso rispetto alla generazione precedente, quella dei Boomer. Anche in questo caso, c’entra l’utilizzo di internet e delle piattaforme social che, secondo molti esperti, tendono a isolare le persone, portandole spesso a preferire i rapporti virtuali a quelli reali. I social sono invasi da contenuti più o meno espliciti ed erotici e i giovani fanno meno sesso dal vivo. 

I rischi del sesso su internet

Se, da una parte, la sfera digitale ha rappresentato e ancora oggi costituisce uno spazio sicuro per quelle comunità che sono discriminate e marginalizzate nella vita reale, dall’altra il suo abuso e l’assenza di particolari limitazioni hanno prodotto effetti negativi sulla psiche delle persone e l’aumento dei fenomeni criminosi nella rete, come il ‘revenge porn’ e la pedopornografia. Gli ultimi dati forniti dalla Polizia postale mostrano, infatti, un aumento del 110% dei casi di revenge porn in Italia nel 2021 rispetto all’anno precedente, con il 79% delle vittime donne. Anche la pedopornografia è in aumento nel nostro Paese: i casi segnalati dal Centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia online (Cncpo) della Polizia postale nel 2022 sono stati 4.542, i soggetti indagati 1.463, dei quali 149 sono stati arrestati. Un dato, quest’ultimo, in crescita dell’8% rispetto all’anno precedente.

Il ruolo dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole

Di fronte a un quadro così complesso e sfaccettato, l’educazione sessuale e all’affettività nelle scuole potrebbe rappresentare il cardine attorno al quale costruire una maggiore consapevolezza sul sesso e sulle relazioni, soprattutto per i più giovani. In Italia, però, l’educazione sessuo-affettiva non è ancora un insegnamento obbligatorio nelle scuole e i giovani sono spesso costretti a colmare le loro carenze su internet o sui social, dove le informazioni sono spesso approssimative e imprecise, se non quando addirittura false.

Il nostro rapporto con il digitale nell’intimità post-pandemia 

«Senza dubbio la pandemia e le restrizioni anti-contagio, prima tra tutte il lockdown, hanno avuto un grosso impatto a livello psicologico, sulle nostre vite», dice Isabella Borrelli  attivista e promotrice, assieme a Flavia Restivo e Andrea Giorgini, della petizione e campagna Saperlo prima, con la quale viene chiesta l’istituzione dell’educazione sessuo-affettiva e alla parità di genere nelle scuole, e che ha raccolto già più di 35 mila firme.

«Tra i giovani c’è anche una maggiore consapevolezza del rapporto con il proprio corpo, delle dinamiche tra i corpi, delle relazioni, del desiderio, e una maggiore conoscenza di temi come il consenso, la performatività e il superamento di tutta una serie di concetti anacronistici. Anche se siamo ancora all’inizio, oggi temi come il riconoscimento di malattie croniche invisibili, vengono affrontati e vissuti in modo molto più libero rispetto solo a qualche anno fa. Di certo – aggiunge Borrelli – anche l’utilizzo della comunicazione digitale in maniera sempre più massiva ha creato una sorta di disintermediazione con il corpo, per questo siamo meno abituati e facciamo più fatica a conoscere e ad approcciare dal vivo le persone. Siamo così abituati alla comunicazione digitale che in qualche modo abbiamo disimparato a relazionarci fisicamente con i corpi degli altri. È giusto sottolineare però come il digitale sia un facilitatore per l’incontro di altre persone, soprattutto quelle con un’identità di genere che non sia eterosessuale cisgender: ad esempio, quando ero adolescente, utilizzavo tantissimo i forum per cercare di esplorare i miei desideri, la mia identità e per conoscere altre ragazze. Oggi per alcune persone la dimensione digitale rappresenta ancora un luogo protetto, più sicuro rispetto all’esterno, dove esplorare e conoscersi». 

Niente educazione sessuo-affettiva obbligatoria nelle scuole

Ad oggi, però, l’Italia è l’unico Paese europeo, insieme a Cipro, Bulgaria, Polonia, Romania e Lituania, a non prevedere programmi curriculari obbligatori in ambito sessuo-affettivo. Il primo tentativo di introdurre l’educazione sessuale nelle scuole italiane risale al 1975, con una proposta di legge a firma di Giorgio Bini, deputato del Pci. Quarantotto anni e sedici iniziative parlamentari dopo, non esiste ancora una legge in materia nel nostro Paese. La sua implementazione è suggerita sia dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che da quelle dell’Unesco, a cui si è aggiunto l’Obiettivo 3 dell’Agenda delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, che chiede di garantire l’accesso universale ai servizi di assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva, inclusa la pianificazione familiare. «Tolta la Svezia che ha reso obbligatoria l’educazione sessuale nelle scuole nel 1955, gli altri Paesi l’hanno istituita negli anni Settanta, più di cinquant’anni fa», spiega Borrelli, che aggiunge: «Questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che per l’Italia non è mai stata una priorità investire sulla consapevolezza, sulle informazioni e sull’istruzione dei giovani rispetto a questi temi».

La necessità di un approccio laico, egualitario e non classista

Ancora oggi in Italia diversi esponenti politici e associazioni conservatrici sostengono che l’educazione sessuale debba essere di competenza della famiglia e si oppongono a quella che definiscono la ‘sessualizzazione’ nelle scuole. «L’ingerenza maggiore è sicuramente quella di tipo religioso e viene in particolare dalla Chiesa cattolica – sostiene l’attivista – Tutti i tentativi che sono stati fatti fino ad oggi per introdurre l’educazione sessuale o sessuo-affettiva nelle scuole sono stati osteggiati anche da chi parla della conoscenza sessuale e affettiva come qualcosa di privato, che non dovrebbe essere di dominio della scuola, ma di competenza di quella istituzione dai confini sempre più rarefatti che è la famiglia. Definire cosa sia una famiglia è una questione molto complessa, oggi più che mai. Inoltre i genitori non sempre hanno delle competenze scientifiche e psicologiche adeguate sul tema, e non sono tenuti ad averle. L’educazione sessuo-affettiva dovrebbe allora essere laica, un tipo di sapere egualitario e anti-classista, fornito da professionisti e da esperti a tutti i ragazzi e le ragazze, indipendentemente dalla famiglia a cui appartengono, dalla provenienza e da altri fattori esterni. Per questo ritengo prioritario che questi insegnamenti avvengano all’interno della scuola».

Un approccio positivo alla sessualità

Secondo Borrelli, «è necessario avere un approccio positivo all’educazione sessuale e non relegarla al solo insegnamento delle infezioni sessualmente trasmissibili, o per scongiurare una gravidanza o un aborto. Educazione positiva al sesso significa parlare di desiderio, di relazioni, di parità di genere, di cultura del consenso, ma anche della gioia di vivere il desiderio e le relazioni nel rispetto delle altre persone. Questa cosa è molto difficile all’interno di una famiglia». Continua Borrelli: «Numerosi studi dimostrano che l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, al di là della consapevolezza, che dovrebbe essere il primo punto, non solo diminuisce gli episodi di discriminazione, ma va anche a lavorare su questioni più strutturali e sistemiche, come la parità tra i generi e la prevenzione di fenomeni drammatici come il femminicidio. Questo perché l’educazione sessuale va a insegnare alle persone, in un momento decisivo della loro formazione, il rispetto di sé e degli altri».

Il tabù delle malattie sessualmente trasmissibili

Nonostante si parli di prevenzione e di lotta alle malattie sessualmente trasmissibili da decenni, in Italia, nel 2023, parlare di HIV è ancora un tabù. Colpa anche di una mancata educazione sessuale dei giovani nelle scuole.

«Lo stigma intorno alle persone sieropositive è ancora molto alto e non si parla praticamente mai di tutte le altre infezioni sessualmente trasmissibili. Ci sono numerose lacune sul tema HIV: per esempio non tutti sono ancora a conoscenza del fatto che si può essere persone sieropositive e vivere serenamente, senza trasmettere più il virus ai partner, azzerando del tutto la propria carica virale. A livello ideologico, negli anni è stato fatto credere che l’HIV e l’AIDS fossero infezioni e malattie ‘tipiche’ della comunità Lgbt+, quando sappiamo che la metà dei casi oggi riguardano le persone eterosessuali o quantomeno persone in coppie eterosessuali. Con le conoscenze di cui disponiamo oggi, le infezioni da HIV dovrebbero essere praticamente azzerate in Italia, e invece oggi sappiamo da recenti studi dell’istituto Superiore di Sanità che nel 2019 sono stati più di mille i giovani che hanno contratto l’HIV: un dato che è  frutto di una grande ignoranza e mancanza di consapevolezza sulle infezioni sessualmente trasmissibili. Trovo inammissibile che nel 2023 non si riesca ancora a parlare di tematiche così importanti e a trasmettere questa conoscenza, che spesso noi stessi non abbiamo, alle persone più giovani», dichiara Borelli.

L’immobilismo della politica e l’intraprendenza degli attivisti

Se la politica sembra rimanere immobile, la società civile e gli attivisti si mobilitano e si organizzano per chiedere l’inserimento dell’educazione sessuale obbligatoria nelle scuole. Come spiega Borrelli: «La politica si può fare comunque in tante sedi: ci sono molte leggi o iniziative che sono partite dal basso, da attivisti, militanti o organizzazioni che portavano avanti una determinata sensibilità. Se una battaglia è utile e può portare a un miglioramento dell’intera società civile, perché non provarci? Io penso che ognuno debba fare la propria parte nella nostra società, che è possibile farlo a qualsiasi livello e che prendere parte a queste azioni sia il primo passo da fare per vivere da cittadini consapevoli e non indifferenti a quello che accade nel Paese. Nel momento in cui c’è una legge da fare, che secondo noi è in ritardo di quarant’anni, e non ci esponiamo in prima persona per dire quello che riteniamo giusto, quello lo considero fallimento».

Una petizione e un festival per l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole

A fine 2021 Isabella Borrelli, assieme ai due attivisti Flavia Restivo e Andrea Giorgini, ha lanciato una petizione su Change.org per chiedere l’introduzione dell’educazione sessuale-affettiva obbligatoria nelle scuole superiori della città di Roma e della Regione Lazio, che prevede anche una Giornata dedicata al tema, e l’istituzione di uno spazio online permanente curato da psicologi, divulgatori, sessuologi ed altri esperti del settore che risulti accessibile a studenti, famiglie e professori da ogni dispositivo. «Chiediamo l’istituzione di un’ora di educazione sessuale a settimana nelle scuole che comprenda un programma completo, quindi legato anche all’affettività, alla sessualità e alla parità di genere, e un potenziamento dello strumento del servizio psicologico scolastico, con uno sportello di consueling psicologico e sessuo-affettivo a disposizione non solo degli studenti, ma anche dei genitori. In pochi mesi la petizione ha raccolto oltre 35mila firme e ricevuto il sostegno da parte del comune di Roma e della Regione Lazio», racconta Borrelli. 

L’impegno politico e l’appoggio delle Istituzioni: Saperlo prima, il primo festival in Italia sull’educazione sessuo-affettiva

L’incontro tra i tre attivisti è stato dettato dalla passione in comune per le stesse cause: «Tutti e tre siamo, in modo diverso, attivisti. Io e Flavia Restivo ci siamo candidate alle scorse elezioni amministrative di Roma, e in entrambi i nostri programmi, anche se eravamo in due liste diverse, era presente l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Non essendo state elette in Comune, abbiamo così deciso di strutturare una campagna per portare comunque avanti il nostro impegno come società civile. Abbiamo iniziato a lavorare, ricevendo da subito sostegno da parte delle Istituzioni e delle persone che hanno condiviso in maniera spontanea la petizione, facendo girare la voce. Così è nata l’idea di realizzare anche Saperlo prima, il primo festival in Italia sull’educazione sessuo-affettiva, completamente gratuito e sostenuto e patrocinato dalla Regione Lazio». Il festival si è svolto a Roma dal 17 al 19 febbraio e ha visto la presenza di esperti del settore che davanti a più di mille persone in tre giorni hanno parlato di diverse tematiche legate alle relazioni, all’intimità, all’affettività e alla sessualità. Il cambio di colore della Regione, dopo la vittoria del centrodestra alle ultime elezioni regionali nel Lazio, non scoraggia l’attivista: «Pensiamo che l’educazione sessuo-affettiva sia una battaglia di civiltà che dovrebbe essere sostenuta in maniera trasversale da tutti i partiti politici e speriamo che anche l’attuale giunta regionale sostenga l’iniziativa». Borelli spiega che i prossimi passi saranno in vista di un’estensione della campagna a livello nazionale: «La petizione è stata un punto di partenza ed era giusto iniziare da un territorio che conoscevamo bene. Adesso stiamo proseguendo il dialogo con altre associazioni che condividono con noi gli stessi ideali e con chi sta portando avanti l’iniziativa nei vari municipi di Roma e in altre realtà di carattere nazionale». 

Isabella Borrelli

Classe 1989, Isabella Borrelli è una digital strategist, attivista femminista intersezionale e LGBT+, assistente e cultrice della materia per la cattedra di Gender Politics all’Università LUISS Guido Carli di Roma, vice presidente di Period Think tank e nominata una delle 1000 donne che stanno cambiando l’Italia per Startup Italia nel 2019. Nel 2021, assieme a Flavia Restivo e Andrea Giorgini, ha lanciato una petizione, che ha raccolto oltre 35 mila firme, e realizzato il festival Saperlo prima, per introdurre l’educazione sessuo-affettiva e alla parità di genere nelle scuole.

Alessandro Mancini

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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