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Dettaglio copertina, La vita delle Forme
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Perché la moda è l’arte più espressiva del nostro secolo: La vita delle Forme

Le Leggi Suntuarie mantenevano distinte le classi sociali, oggi scardiniamo l’idea di genere e non più di classe: l’opera di Alessandro Michele ex direttore di Gucci ora Valentino attraverso il dialogo con il filosofo Emanuele Coccia

Venerdì 31 maggio Alessandro Michele ed Emanuele Coccia presentano il libro La vita delle forme con Matteo Parsivale al Teatro Franco Parenti

Leggi Suntuarie, dall’Antica Roma all’epoca moderna: regolare la società attraverso gli abiti

Le Leggi Suntuarie regolavano e limitavano il lusso e l’opulenza in una società, con l’intento di mantenere l’ordine sociale e distinguere le diverse classi sociali. Le prime forme di leggi Suntuarie risalgono all’antica Grecia e Roma. A Roma, ad esempio, la Lex Oppia (215 a.C.) limitava l’uso di oro e carrozze delle donne per ostentare meno ricchezza. Durante il Medioevo, molte città italiane promulgavano leggi Suntuarie per regolare l’abbigliamento, i banchetti e le celebrazioni. Queste leggi servivano a mantenere le distinzioni sociali e a prevenire l’eccessiva spesa tra i ceti mercantili emergenti che potevano minacciare le aristocrazie. A Firenze, le leggi limitavano l’uso di certi tessuti pregiati e colori, che erano riservati a nobili e alte cariche ecclesiastiche. In Inghilterra, nel XVI secolo, Elisabetta I emanò numerose leggi per regolare l’abbigliamento e altre manifestazioni di lusso per garantire che i sudditi vestissero in modo conforme alla loro posizione sociale. Con l’Illuminismo e la Rivoluzione Industriale, l’importanza e la rigida applicazione delle leggi suntuarie declinarono. 

La vita delle forme: dalle Leggi Suntuarie ad oggi, la moda ora scardina il genere non più la classe sociale 

La crescita del commercio e la maggiore disponibilità di beni di lusso hanno democratizzato i consumi, rendendo obsoleta la necessità di tali leggi. Oggi chiunque è libero di accedere al lusso senza restrizioni se non il proprio potere di spesa, almeno in una parte limitata di mondo. Oggi l’estetica non serve più a rompere le barriere tra classi sociali ma tra individui, scardinando l’idea di genere che passa attraverso l’abito. 

La vita delle forme. Filosofia del reincanto: il trattato di Emanuele Coccia e Alessandro Michele su moda e filosofia

La società non ha mai riconosciuto la complessità della moda sminuendola sempre ad arte inferiore, a puro imbellettamento. A questo giudizio ha indubbiamente contribuito il fatto che la moda sia storicamente appannaggio  prevalentemente femminile. Emanuele Coccia, professore all’École des hautes études en sciences sociales di Parigi, e Alessandro Michele stilista, ex direttore creativo di Gucci, oggi alle redini di Valentino, attraverso La vita delle forme. Filosofia del reincanto cercando di elevare la moda indagando la natura metafisica e intrecciando il linguaggio con la filosofia.

La vita delle forme, Filosofia del reincanto è un testo sacro

Il libro nasce dal frutto di lunghi dialoghi tra il filosofo Coccia e lo stilista Michele e unisce parti puramente filosofiche a rimandi personali alla vita privata di Michele. L’impaginazione grafica è un ispirata al Talmud, testo classico dell’ebraismo. I capitoli sono stati sostituiti dalle Stanze. Le voci dei due autori non si uniscono ma restano distinte anche nelle pagine: le riflessioni di Coccia sono riportate come delle esegesi in Italic, mentre le parti di Michele che ripercorrono la via vita personale e il racconto del suo processo creativo sono riportare in regular. Una provocazione tipografica che vuole sfidare la frivolezza attribuita alla moda. Nel riportare la veste grafica di un antico testo sacro gli autori hanno inoltre voluto sottolineare il rapporto di coabitazione che hanno passato e presente nella moda, rapporto che si ritrova anche nella visione che Michele ha riportato nelle sue collezioni rubando rimandi dal passato e abbinando capi moderni e vintage.

Ambiguità: Emanuele Coccia e Alessandro Michele gli abiti che indossiamo ci rendono ambigui e mutaforma

La seconda stanza del libro è dedicata al tema dell’ambiguità. «Ogni abito ci porta in questa strana sfera, in cui la nostra identità è qualcosa che si aggiunge alla nostra natura – si aggiunge cioè alla forma che ci è stata data alla nascita – ma che esiste prima che la volontà abbia impresso un movimento cosciente ai nostri arti. È per questo che la moda rende i corpi così speciali e così ambigui». Con Alessandro Michele il termine ambiguità è diventato sinonimo di moda, e l’arte vestimentaria è diventata insieme estetica e esistenziale. A partire dalla prima dalla prima sfilata Michele ha creato abiti che rifiutavano la binarietà, ed erano simultaneamente maschili e femminili. La lavallière  – abito maschile in origine e poi femminile per secoli – adornava la quasi totalità delle blouses della sfilata “Romanticismo urbano” e permetteva di produrre questa dualità. Così come la sfilata della collezione Cyborg di febbraio 2018. Collezione che intendeva opporsi alla tendenza del potere di di ‘imporre al soggetto una precisa identità’.

Alessandro Michele da Gucci: gli abiti gender neutral

Dopo l’arrivo di Alessandro Michele da Gucci, i ragazzi hanno iniziato ad indossare le perle e i pizzi. Alla seconda metà del XIX secolo si attribuisce la ‘Grande rinuncia maschile’ ovvero il momento in cui gli uomini dell’aristocrazia e dell’alta borghesia abbandonarono il linguaggio ricco e complesso con cui realizzavano i propri abiti e preferirono colori scuri e tagli semplificati, rinunciando all’espressione della propria personalità a favore della consacrazione della propria persona alla produzione di ricchezza. Così è nata la divisa dell’eleganza maschile che persiste ancora oggi, i colletti bianchi. Quando successivamente si è tentato di creare degli abiti ambigui si è sempre preso dei rimandi formali di un genere e applicati all’altro, prendendo forme puramente maschili o puramente femminili e sommandole alle preesistenti. Alessandro Michele è riuscito ad andare oltre il binarismo eteronormativo creando un’estetica ambigua che eccede nella significazione del genere.

La moda gender neutral di Alessandro Michele è un atto politico

Quello che ha fatto Alessandro Michele è stato un atto politico. Ha liberato l’individuo dalla visione dogmatica del genere, legittimando la libertà d’espressione attraverso l’abito delle nuove generazioni e dando forse inizio visivo alle lotte per i diritti che animano il nostro oggi. L’identità di genere e il non binarismo non erano tematiche così discusse al livello comunitario fino a qualche anno fa. In questo trattato filosofico sulla moda non si percepisce però la forza politica che la moda può esercitare. Attraverso la moda il corpo si fa bandiera, sia che si manifesti per i diritti LGBTQI+ o si parteggi un determinato partito. L’Io che pronunciamo indossando un abito è sempre un ‘Io’ politico. Tutto quello che indossiamo oggi è espressione di un pensiero politico che sia una kefiah o un paio di Jeans. Quante volte sui Red Carpet gli abiti sono stati indossati come portatori di messaggi politici, per ultima Cate Blanchett a Cannes. Inoltre esercitando il nostro potere economico per acquistare gli abiti esercitiamo anche il nostro potere politico. Un’altra lacuna di questo testo è l’assenza del sistema moda. La moda non è solo un’arte ma anche un settore tra i più inquinanti del pianeta, non tenere in considerazione questo lato è una mancanza di concretezza che suggerisce una visione puramente elitaria del settore. 

Foto di Alessandro Michele
Foto di Alessandro Michele

La vita delle forme: «il linguaggio più adatto per parlare di moda è quello della filosofia»

Quando nel 2015 Alessandro Michele è stato nominato da Marco Bizzarri direttore creativo di Gucci disegna la collezione in una sola settimana e trasforma il comunicato stampa della sfilata in un micro trattato di filosofia, non più un’asettica descrizione dei capi. Nessuno lo aveva fatto prima di lui. A suggerirgli il linguaggio della moda è il compagno Giovanni Attili, filosofo e professore di urbanistica. Michele racconta che nella ricerca di idee per la collezione le letture suggerite da Attili sono state fondamentali per l’ideazione delle collezioni. La prima collezione di febbraio 2015 si apre con una citazione di Giorgio Agamben e si chiude con una di Roland Barthes, «Il contemporaneo è l’intempestivo». Con Michele la moda di fa pensiero e per parlarne e per capirla è necessaria la filosofia.

L’animismo della moda: ogni cosa è viva anche i vestiti portano un’anima, Alessandro Michele e Emanuele Coccia

Secondo Michele ogni forma è vita, e la moda è l’espressione radicale dell’intimità che intercorre tra forma e vita. Alessandro Michele come un rabdomante ascolta le voci degli oggetti per creare altre forme. Gli abiti in quanto forme sono vivi e portano con loro le anime di chi li ha indossati. Secondo Coccia il nostro Io incarnato nel nostro corpo anatomico e quello reso visibile dal vestito sono isomorfi.  la moda come arte universale «Anche la moda, in quanto arte, è uno spazio in cui impariamo ad avere una relazione animista con gli oggetti, ma in maniera più diffusa e democratica: non si limita, infatti, a farci riconoscere che la materia è animata, ma cerca di ideare oggetti che rendano possibile la nostra stessa personalità. La gonna che indossiamo o la camicia di lino o i pantaloni strappati hanno la medesima forma del nostro Io, e ci aiutano del resto a fare della personalità qualcosa di reale e visibile, qualcosa di pubblico, oggettivo, materiale, non più chiuso nella camera oscura e immateriale della co-scienza, un fatto non più solo privato. Ogni abito non è che un corridoio che permette all’ego e all’anima di tracimare fuori dal corpo e di vivere fuori da noi». Grazie alla moda – continua Coccia – le merci non sono la fonte dell’alienazione ma diventano la via dell’emancipazione, gli strumenti per costruire la libertà. Per Coccia un abito è un supplemento psichico che permette a chi lo indossa di trasformarsi di estendere la propria anima ma è anche una porzione di mondo in grado di assorbire per osmosi il volto di chi lo anima. 

Alessandro Michele e Emanuele Coccia: moda e filosofia: la moda come arte universale e la più potente

«Un abito è, infatti, l’artefatto più universale che possa esistere nelle società umane. È usato da tutte e tutti, indifferentemente dalle classi, dall’età, dalla provenienza geografica, dalla religione, dall’identità etnica o dal genere. E lo usiamo tutti i giorni, senza distinzione tra il feriale e il festivo. Anzi, sono proprio gli abiti a marcare la qualità del tempo. […] l’utilizzo di questi artefatti non ha nulla di puramente contemplativo. Indossare un abito significa rovesciare il rapporto che di solito instauriamo con un’opera d’arte: piuttosto che porlo a distanza, in un luogo separato dal nostro quotidiano, ed entrare quindi in contatto sporadico con esso, lo facciamo aderire al nostro corpo, ci fondiamo con esso e lasciamo che sia lui a scolpire la nostra identità». Scrive Coccia nella prima Stanza, quella dedicata alla filosofia. 

La vita delle forme: La moda come arte universale e contraddittoria 

Manca però una definizione di moda, se intendiamo come moda qualsiasi abito indossabile o solo la moda delle sfilate disegnate da Michele. Come suggerisce Coccia, noi tutti abbiamo un rapporto intimo e privilegiato con gli abiti che indossiamo.  Al contrario possiamo comprendere la potenza espressiva di un quadro senza possederlo, così come di una musica. Ma affinché il nostro pensiero si faccia abito è necessario il possesso, ci dobbiamo vivere dentro. Se ci limitiamo a contemplare un abito senza poterlo indossare, questo allora non è dissimile ad una statua, e perde così la sua peculiarità espressiva che sottintende il contatto con il nostro corpo sensibile. Il possesso implica inevitabilmente una disparità, una disuguaglianza. Per secoli gli abiti hanno sancito la distinzione in classi, mentre ora secondo Coccia ciò che indossiamo è la massima espressione amplificata di chi siamo. Ma se tutti avessero accesso agli abiti disegnati da Alessandro Michele quale forma avrebbe il mondo? La moda non è democratica ma è lo specchio del mondo in cui viviamo. È la sua contraddittorietà, l’essere allo stesso tempo elitaria e popolare, l’essere una forma d’arte ed essere regolata dal mercato che la rende un linguaggio universale. Per elevare la moda alla stregua delle altre arti è necessario accettare la contraddizione che la abita che è la stessa cosa che la rende il più potente mezzo espressivo della contemporaneità. La moda non è l‘arte più potente perché è l’unica capace di mutare in un attimo la nostra vita, il nostro corpo, il nostro volto ma perché è contraddittoria la contraddizione è insita nell’essere umano. 

Domiziana Montello

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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