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Damir Ivic: il livello della critica musicale in Italia non è mai stato così basso

Articoli di giornale che sembrano comunicati stampa delle case discografiche – dieci anni fa c’era un tentativo di fare critica, oggi il giornalismo parla come il prolungamento di un ufficio stampa – Damir Ivic

La digitalizzazione ha cambiato in maniera radicale il modo di fruire i contenuti di intrattenimento. Vale anche per il mondo della musica, spinto da un mercato in crescita costante: secondo il Global Music Record di Ifpi (International Federation of the Phonographic Industry) nel 2022 si è registrata un balzo del 9% a livello globale e un +11% in Italia. È proprio lo streaming a fare la parte del leone: rappresenta infatti oltre il 66% dei ricavi totali (26.2 miliardi di dollari), grazie allo sconfinato catalogo discografico messo a disposizione dell’utente per circa dieci euro al mese. L’impatto è stato significativo anche per il mondo dell’informazione, che ha integrato (se non sostituito) il fisico con il digitale, trasferendosi dall’edicola allo schermo, dalle pagine di carta al feed del social network di turno. 

Queste rivoluzioni hanno ridefinito i precedenti paradigmi dell’informazione musicale. Le webzine si sono moltiplicate, così come le possibilità di accesso e condivisione di dati, contenuti e prodotti discografici. Si è però anche assottigliata l’attenzione media degli heavy user del web, i ritmi di pubblicazione si sono fatti più martellanti, e farsi largo nell’offerta è diventato complicato. Così, tra ricerca di sintesi, caccia all’interazione, necessità di migliorare le metriche delle visite e corsa alla SERP è mutato anche il modo di fare e fruire il giornalismo.

La crisi dell’editoria non ha risparmiato la compagine musicale del settore

Guardando a certi esempi infelici di cronaca, lo statement di Luchè “non è a chi lo fa prima ma a chi lo fa meglio” sembrerebbe essersi completamente rovesciato; con buona pace di chi invoca la verifica delle fonti, spesso aggirata in favore di una condivisione immediata, della cieca traduzione o del copia e incolla. Ma anche la critica musicale ha cambiato pelle, con riflessi sulla qualità degli editoriali, dello status giornalistico e della retribuzione. Che stagione sta vivendo il giornalismo musicale italiano?

«Credo che sia nel punto più basso della sua storia» esordisce Damir Ivic. «Se è davvero così, lo scopriremo tra qualche anno. Ho memoria di quando il giornalismo musicale era veramente rilevante: influenzava il comportamento d’acquisto delle persone e il loro portafogli. Questo fa la differenza. Una recensione positiva o negativa poteva spostare fatturati per centinaia di milioni di lire. Adesso questa correlazione è completamente frantumata. Il giornalismo musicale ha perso questa centralità nelle dinamiche comportamentali, diventando un’opinione tra tante nel momento in cui tutti adesso possono esprimerne una e farla circolare»

Un abbonamento individuale a piattaforme come Apple Music, Spotify, Tidal e Amazon Music Unlimited costa 10,99 €. Meno, il più delle volte, del costo di un singolo album fisico. «Un tempo solo il giornalista musicale poteva avere accesso a un grande numero di dischi perché gli arrivavano i promo. Altrimenti dovevi essere ricco di famiglia. Nel 2023 chiunque può ascoltare tutta la musica che vuole; la conseguenza è che tutti si sentono un po’ giornalisti musicali, e facendo circolare questa patente la cosa si è deprezzata per un meccanismo puramente inflativo»

Digital News Report 2023, Reuters Institute for the Study of Journalism, il 17% dei profili coinvolti a livello mondiale nell’indagine paga per accedere all’informazione online

Secondo il Digital News Report 2023 redatto dal Reuters Institute for the Study of Journalism, il 17% dei profili coinvolti a livello mondiale nell’indagine paga per accedere all’informazione online

Il dato è in linea con i risultati del report dell’anno precedente. In Italia, nel 2022, soltanto il 12% degli intervistati ha sottoscritto un abbonamento online a una testata giornalistica.

«La gente non è più abituata a pagare per ottenere informazioni; la conseguenza è anche un diminuire della professionalità attorno a quello che si fa» prosegue Ivic. «Il quadro è abbastanza cupo. Non è che il giornalismo musicale sia irrilevante del tutto, ci sono delle voci che ancora possono influenzare il gusto collettivo. Ma mentre prima questa influenza era regina, senza concorrenti, adesso la voce di un critico ha la stessa importanza di quella di un influencer o di uno stylist. I gusti di Alessandro Michele possono contare di più di quelli di Andrea Laffranchi, principale critico musicale del Corriere. Ormai è un mondo molto più complesso, con molte più variabili».

La perdita di centralità della critica musicale

«Mentre prima quel ruolo era del giornalista musicale o dei programmatori radiofonici, adesso quel potere si è frastagliato, ed è molto più difficile capire perché un artista diventa di culto» spiega. «Un tempo potevi giustificarlo perché un giornale lo aveva definito eccezionale, una radio l’aveva messo in alta rotazione o una major aveva spinto per farlo funzionare. Oggi non è così: le cose possono nascere grandi dal passaparola, dalle views su YouTube o dal fatto di diventare virali su TikTok prima ancora che le major possano intervenire su questo. E anche i giornalisti musicali, che hanno capito ancora troppo poco il web».

«È un problema generazionale» continua Ivic «perché nel momento in cui girano sempre meno soldi attorno al giornalismo – musicale in particolare – diventa una via meno attrattiva per le persone. Quindi ci sono sempre più ventenni che fanno altro; di conseguenza il giornalista musicale classico sta invecchiando progressivamente, e molti erano talmente abituati ai meccanismi pre-internet che a quelli sono rimasti. I ventenni/trentenni, che dovrebbero portare anche un ricambio della visuale sulle cose, sono pochissimi, e scrivono di musica come hobby, perché giustamente non c’è l’economia»

Professione giornalistica musicale: sono cresciute le opportunità, ma diminuiti drasticamente i guadagni

«Le stesse opportunità sono molto meno accattivanti di un tempo. All’epoca, quindici, vent’anni fa, iniziare a scrivere sul giornale poteva darti la lecita speranza che prima o poi saresti riuscito a mantenerti di questo. Oggi è già un miracolo riuscire a farsi pagare dieci euro un articolo. Nel momento in cui persino quotidiani come Repubblica e Corriere arrivano a pagare 7,50 € un pezzo, dove vogliamo andare? Figuriamoci cosa possano fare le testate musicali che vivono con il gratuito. Ormai è normale pagare tanto per avere delle scarpe, ma non per essere informati. C’è questa distorsione in atto».

Tra i vizi contemporanei, la tendenza a sentenziare senza approfondire. Per una grossa fetta di web, la sola lettura del titolo di un articolo rappresenta un sufficiente lasciapassare per intavolare una discussione ed esprimere giudizi, anche feroci, sul tema in questione. «L’epoca dei social network ha sviluppato l’ego e il narcisismo di tutti noi, me compreso. Mentre prima interessava il parere degli esperti, adesso tutti noi ci sentiamo esperti di quello di cui fruiamo. C’è molto meno interesse ad approfondire, ad ascoltare le opinioni di chi in teoria dovrebbe saperne più di te, perché parti dal presupposto che tu già ne sai abbastanza, visto che hai accesso all’informazione, quindi ti senti sufficientemente preparato».

Ogni settimana esce nuova musica di ogni genere, e rimanere aggiornati è diventato faticoso tanto per i giornalisti quanto per chi canta e produce. Oggi è ancora possibile diventare esperti musicali?

«Ci sono maniere diverse. C’è l’esperto nozionistico, quella figura che può passare ore ad ascoltare e memorizzare dati, collegamenti e date. Si può poi avere un approccio più da bigger picture, quindi meno esperti sui singoli dischi e carriere, ma cercando di cogliere lo spirito dei tempi. Direi che i due grandi approcci restano questi. Anche prima era così, c’erano quelli più bravi in termini di precisione, e quelli più abili a inquadrare il fenomeno nel loro complesso. Ma oggi questa differenza è ancora più marcata»

Come è cambiato il modo in cui gli artisti si relazionano alla critica musicale?

«Gli artisti si sono impigriti da fare schifo. Hanno iniziato ad affidarsi sin da giovani e sin da poco conosciuti a sedicenti management, finendo sotto una campana di vetro pensata per proteggerli senza che ce ne sia bisogno. Ora ci sono anche artisti di non eccelso successo che non vogliono essere intervistati; o se vengono fatte delle interviste, il loro management pretende la rimozione di tutte le parti problematiche o potenzialmente rischiose. Sul lungo periodo diventerà un problema per gli artisti stessi, perché in questa maniera sono staccati dalla vita e dalle emozioni, e la loro arte finirà per impoverirsi abbastanza presto»

C’è una scena del panorama musicale italiano non ancora intaccata da questo processo?

«La musica jazz, anche se ha altri problemi. La scena è rimasta sclerotizzata su vecchie determinate dinamiche, che in altri paesi come Austria, Inghilterra e (in parte) Germania sono riusciti a superare, rendendo il genere molto più contemporaneo. È un peccato perché in Italia ci sono dei talenti jazz strepitosi e musicisti con la mente molto aperta. Il fatto che il grosso del sistema che gira attorno a loro si regga su finanziamenti pubblici – e il pubblico è già sclerotizzato di suo – concorre a ingessare il tutto. Questo, d’altro canto, non essendo arrivata la ventata del pop, l’esposizione e l’hype, rende la scena jazz più pura. È impossibile che tu non riesca raggiungere un artista o che il management ti dica di lasciarlo in pace perché non rilascia interviste»

Giornalismo e critica musicale: il confine tra articolo e comunicato stampa

Al netto del differente cursus seguito dalle precedenti generazioni di aspiranti giornalisti, guardando alle nuove leve emergono penne di valore, ma anche differenze di stile e tendenze inedite: «Per fortuna ci sono ancora delle persone molto brave anche tra le nuove generazioni. Pochi, sempre meno, ma ce ne sono; il panorama non è desertico. Quello che mi dispiace è che soprattutto i più giovani facciano fatica a distinguere tra giornalismo e ufficio stampa. Vedo testate che pubblicano articoli che sembrano delle estensioni dei comunicati stampa delle case discografiche. Questa è una occasione persa. Nel decennio precedente c’era un tentativo di fare critica, ma adesso mi pare che il giornalismo sia sempre più abituato a parlare come se fosse il prolungamento di un ufficio stampa. È preoccupante»

Un altro punto di divergenza è costituito dalla presenza o dall’assenza di modelli professionali a cui rifarsi: «Ai miei tempi leggevi Rumore, trovavi gli articoli di Alberto Campo e dicevi “madonna santa, quanto è bravo questo”. Ancora adesso mi emoziono se penso di poter dare ad Alberto del tu. Per me è assurdo. Era un role model, un idolo calcisticamente parlando. Potrei anche fare il nome di Fabio De Luca, altro talento incredibile. Era soprattutto Rumore nei Novanta a radunare una quantità notevole di penne bravissime. Un altro reputo bravissimo è Carlo Bordone».

A chi si rifà il giornalista musicale odierno? «Oggi chi scrive di musica si rifà a se stesso» risponde Ivic. «Non lo dico come critica, ma come constatazione neutra: essendoci più superficialità nel fare le cose si studiano meno gli altri. Io ho sempre avuto il desiderio di scrivere, nello specifico di musica, da appassionato. E analizzavo con attenzione quello che facevano i giornalisti già affermati. Mi ricordavo le firme, guardavo le differenze stilistiche… Non credo che oggi ci sia la stessa attenzione, anche perché nell’80% dei casi gli articoli sono davvero all’acqua di rose»

La branca del giornalismo musicale italiana che è riuscita a posizionarsi meglio sui social network è forse quella legata al rap

Le pagine specializzate sono note anche al di fuori del pubblico di riferimento. Oltre alla presa esercitata sui più giovani, costituiscono delle cartine al tornasole per orientarsi nel variegato mondo urban tra trend musicali, costume, fashion e show biz; fanno da contenitore alle interviste più riprese degli artisti di riferimento, e collaborano spesso con importanti brand per la realizzazione di format e iniziative. Tra i magazine urban più seguiti spiccano Esse Magazine (+657.000 follower), più volte posizionatosi tra i primi quindici media italiani per interazioni e visualizzazioni nella classifica mensile stilata da Sensemakers e Prima Comunicazione, e Outpump, pagina con oltre 500.000 follower e un magazine cartaceo che annovera tra le copertine rapper come Geolier e volti della cultura pop come Fabio Caressa. 

Va da sé che l’esplosione di questo fenomeno web senza eguali nel panorama giornalistico musicale nazionale comporti risvolti positivi e criticità: «Ho grande stima per realtà come Esse Magazine o Outpump, con cui tra l’altro ho collaborato e collaboro tuttora» sottolinea «ma anche Boh Magazine, nata in aperta polemica con Esse. Per me fanno un lavoro notevole. Riuscire a fare i numeri è difficile a prescindere, ed è una cosa che va rispettata tantissimo. Poi chiaro, in certi casi hanno un tipo di approccio diverso dal mio, o comunque da quello che c’era un tempo. Sono molto lineari, spiegano molto le cose, non si schierano più di tanto se non in poche e determinate occasioni. Il paradosso è che schierandosi di meno, quando succede fanno ancora più rumore. Mi fa sorridere che Esse sia visto come un magazine problematico, che si becchi dissing, e che su Antonio Dikele Distefano (direttore di Esse Magazine, ndr) piovano accuse di tutti i tipi; quando in realtà, come giornale, Esse è molto equilibrato e attento a non scontentare. Non lo dico con connotazione negativa, ma neutra. Loro sono molto figli dei tempi, però chi riesce a fare le cose bene e chi volendo raggiungere i numeri poi li raggiunge davvero, merita stima».

La storia di Damir Ivic è legata al rap, da Aelle a oggi passando per  Fabri Fibra, Jake La Furia, Kaos e Marracash

La storia di Damir Ivic è legata al rap, tra passione personale, editoriali firmati per le principali testate, pubblicazioni di libri e interviste a rapper del calibro di Fabri Fibra, Jake La Furia, Kaos e Marracash. Ivic è stato anche parte di una delle esperienze fondative del movimento critico in Italia: AELLE, magazine fondato da Claudio Brignole e Paola Zukar nel 1991 e rimasto in attività fino al 2001. Il giornale, primo media in Italia dedicato alla cultura hip hop, arrivò a intervistare giganti del panorama statunitense come Tupac, Cypress Hill e De La Soul. C’è una continuità tra chi scrive di rap oggi e chi lo faceva più di vent’anni fa? «Si continua a essere molto naïf. Noi come Aelle ci sentivamo parte della scena, eravamo entusiastici di fare il tifo per essa. Anche oggi chi parla di rap si sente molto partigiano e coinvolto sotto questo punto di vista. La scena della critica rock è un pò più adulta, perché il genere e le sue applicazioni – anche le più sperimentali – sono in Italia da molto più tempo. Questo comporta uno spirito critico molto più sviluppato. Nella critica urban sono ancora poche le voci che riescono a essere autorevoli e un po’ fuori dal coro»

Giornalismo musicale e intelligenza artificiale

L’avvento dell’intelligenza artificiale generativa ha spaccato l’opinione in pubblica in due, tra chi ne vede in prospettiva un prezioso strumento al servizio del redattore di contenuti e chi uno spauracchio distopico che lascerà molti giornalisti senza lavoro. «Io sono incuriosito. Dipende tutto dall’utilizzo che ne fai. In teoria dovrei pure detestarla: avevo un lavoro ben retribuito per Microsoft News per disporre le notizie all’interno del portale, e il mio posto – come altri – era stato rimpiazzato dall’intelligenza artificiale qualche anno fa, quando ancora non ne parlava nessuno. Dovrei essere incazzato per il suo arrivo, invece no. Usata intelligentemente può essere un grandissimo aiuto. Se applicata in maniera ottusa, con l’idea che l’IA pensi al tuo posto, può essere problematica»

Damir Ivic segue attivamente il mondo dell’elettronica – il ricambio generazionale  nel genere elettronico

Oltre a esserne un cultore, Damir Ivic segue attivamente il mondo dell’elettronica, entrato in una particolare fase della sua storia: «È un momento di transizione dovuto a un grandissimo ricambio generazionale. Tolti alcuni artisti super established che funzionano ancora adesso, non ci sono più le sicurezze di un tempo. Prima Richie Hawtin era una certezza assoluta dal punto di vista del mercato, oggi non lo è più. Ci sono un sacco di nomi che fino a cinque anni fa erano inesistenti e oggi comandano, come Michael Bibi, che speriamo si riprenda a livello di salute (di recente ha annunciato la diagnosi di un linfoma del sistema nervoso centrale, ndr), o Pawsa»

«Nella line-up del Kappa Future Festival, l’evento principale in Italia per il settore, i nomi sono rimasti a lungo gli stessi» prosegue Ivic. «Negli ultimi tre, quattro anni sono saltate fuori delle grosse novità che funzionano veramente tanto. Finalmente si sta guardando a un pubblico di ventenni. Da quarantenne/cinquantenne potrei lamentarmi del fatto che gli artisti pensino più a Instagram che a fare bella musica. In realtà credo che il ricambio sia buono a prescindere. Poi, la critica musicale è sempre giusto farla, ma anche portare rispetto verso fenomeni che riescono a essere popolari è fondamentale»

Da Tedua al fenomeno Nu Genea

Quale disco in uscita non vedi l’ora di recensire?

«Ero molto curioso del disco di Tedua, perché in lavorazione da un sacco di tempo. Il risultato finale, anche se imperfetto, è comunque molto convincente. Un’attesa ben ripagata. Tra i dischi più di nicchia in uscita, aspetto il nuovo album di Daykoda. Trovo sia uno dei talenti italiani sotterranei più interessanti; è il nostro Flying Lotus, come avevo già scritto»

Un fenomeno che la critica musicale italiana ha inquadrato male, se non proprio frainteso?

«Ho una grandissima stima per i Nu Genea. Sono molto contento del successo che stanno avendo; è più che meritato, perché loro hanno fatto la gavetta vera per anni. Potevano avere successo nella scena minimal techno e pensare a macinare soldi e date; invece, si sono messi a fare la musica che volevano loro. Alla fine, un progetto nato un po’ per scherzo che è diventata una roba serissima. Mi piacerebbe che tornassero a sfidarsi un po’ di più artisticamente. Le persone che si sono avvicinate a loro adesso gridano al miracolo per un progetto secondo me divertente, ma niente di più. Intrattiene molto bene con molta qualità, ma sono convinto che se tornassero a fare ricerca potrebbero stupire tutti quanti. O almeno noi finti intenditori rompicoglioni (ride, ndr)».

Damir Ivic

Damir Ivic è giornalista, saggista, content manager e consulente. Classe ’74, è riconosciuto come una delle penne più autorevoli del giornalismo musicale italiano. Negli anni è diventato un punto di riferimento per Red Bull Music Academy e stretto collaboratore per diversi festival musicali. Firma storica de Il Mucchio Selvaggio e Soundwall, ha intervistato alcuni tra gli artisti più importanti del panorama musicale nazionale e internazionale. Ha lavorato in realtà editoriali pionieristiche come il rap magazine AELLE, primo media italiano dedicato alla cultura hip hop. È autore di Fuck it, let’s all stand up. I testi di Eminem (2006) e Storia ragionata dell’hip hop italiano (2010), entrambi editi da Arcadia. Tra le numerose collaborazioni passate e presenti, DNA Concerti, MTV, Rolling Stone, TRX Radio, Esse Magazine, Outpump, Billboard Italia e La Svolta.

Filippo Motti

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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