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La storia la fanno le giovani generazioni e le loro rivoluzioni, per fortuna

L’insopportabile sufficienza con cui si guarda alle proteste dei giovani al loro futuro – il paternalismo resta la chiave di lettura, ma così si nega la storia

International Indigenous Youth Council (IIYC) e il caso Dakota Access Pipeline

Nel 2016, la Energy Transfer cominciò la costruzione di un oleodotto di quasi duemila chilometri, la Dakota Access Pipeline. La struttura parte dal North Dakota e arriva nel sud dell’Illinois, passando per i fiumi Missouri e Mississippi, ma soprattutto attraverso la riserva indiana di Standing Rock. La costruzione dell’oleodotto avrebbe non solo compromesso le acque dei fiumi, ma avrebbe anche distrutto alcuni siti religiosi nativi, inclusi alcuni cimiteri. La popolazione di Standing Rock non restò a guardare. Furono soprattutto i giovani, e in particolare le donne e le persone two-spirit (un’identità di genere che va al di là del maschile e del femminile, storicamente presente nelle comunità native americane), a organizzare le proteste contro la Dakota Access Pipeline. Boicottaggi, cortei e manifestazioni non sono riusciti a bloccare la costruzione dell’oleodotto, sebbene un tribunale federale nel 2020 abbia stabilito che i lavori erano stati fatti senza le dovute indagini sull’impatto ambientale, e abbia bloccato il funzionamento dell’infrastruttura. A febbraio di quest’anno, la Corte Suprema ha rigettato il ricorso della Energy Transfer, che sperava di evitare la revisione ambientale, sancendo una grande vittoria per la tribù di Standing Rock.

Un caso di studio di resistenza civile

Questa vittoria non è bastata a fermare il funzionamento della Dakota Access che continuerà a trasportare petrolio almeno finché la battaglia legale non sarà del tutto terminata. La resistenza degli abitanti di Standing Rock e in particolare dell’International Indigenous Youth Council (IIYC), formato da under 30 e che coordina tutte le associazioni giovanili native, è stata definita «senza precedenti», oltre che «un caso di studio di resistenza civile». Oggi l’IIYC mette a disposizione la sua esperienza per altre battaglie ambientali che coinvolgono le comunità native e ha sei chapter in tutti gli Stati Uniti. 

L’assenza di riconoscimento politico dei giovani

La nostra società ha un problema col riconoscimento politico dei giovani sebbene, a ben guardare, la maggior parte dei movimenti politici, delle rivoluzioni e dell’attivismo è portata avanti proprio da loro. In Iran sono le studentesse ad aver ispirato le rivolte contro il regime, dopo la brutale uccisione di Mahsa Amini, una ragazza di 22 anni fermata e picchiata dalla polizia della morale per non aver indossato correttamente il velo. Ci sono tanti esempi nella storia: il maggio francese, il Sessantotto italiano, piazza Tienanmen in Cina, le proteste contro la guerra in Vietnam nei campus universitari statunitensi o ancora il gruppo della Rosa bianca, che all’università di Monaco si oppose al nazismo con atti di resistenza non violenta. Tutte rivoluzioni, moti o proteste cominciate proprio dall’avanguardia della società. Oggi le possiamo valutare storicamente, apprezzarne la portata, riconoscerne i fallimenti, ma il problema è che non guardiamo con la stessa indulgenza quelle che si svolgono in questo momento, intorno a noi.

Una zuppa di pomodoro sui Girasoli di van Gogh

La protesta di due attiviste del gruppo ambientalista Just Stop Oil che il 14 ottobre sono entrate alla National Gallery di Londra e hanno tirato una lattina di zuppa ai Girasoli di Van Gogh (che non hanno subìto danni perché coperti da una teca, come naturale in ogni museo) ha suscitato reazioni estremamente indignate. «I vostri genitori dovranno essere fieri di voi», «Immature», «Cretine», «Ora sì che avete risolto il cambiamento climatico» e via dicendo. Tralasciando il fatto che buona parte dei commentatori non ha nemmeno ascoltato le rivendicazioni delle attiviste o pensava che l’obiettivo fosse quello di rovinare la tela, il livore con cui è stato accolto il gesto è indicativo della nostra incapacità di considerare i giovani degli interlocutori politici validi, specie quando si affidano a modalità estreme per essere ascoltati in una società che, in fin dei conti, non li ascolta in altro modo. Sin dai primi scioperi di Greta Thunberg, i «ragazzi del clima» (espressione che è già esplicativa della sufficienza con cui ci si riferisce ai giovani) sono stati delegittimati in tutti i modi possibili. Il fatto che il movimento ambientalista avesse trovato risonanza tramite la determinazione di una ragazza di quindici anni, che sbugiardava l’inazione della politica istituzionale senza farsi troppi problemi, sembrava intollerabile: sicuramente dietro di lei c’erano poteri forti o interessi di altro tipo, perché non è plausibile non solo che una persona giovane abbia delle idee politiche, ma soprattutto che le rivendichi.  

Nancy Fraser: «avere pari dignità nell’interazione»

La filosofa e teorica politica Nancy Fraser definisce il riconoscimento come un «avere pari dignità nell’interazione». Nel momento in cui ci riferiamo ai giovani come a un gruppo sociale indistinto, quasi chimerico, quella dignità viene messa automaticamente in discussione. Di fatto, questi non sono adulti, ma lo saranno soltanto in futuro, e questo li esclude in automatico dalle decisioni che prendono i cosiddetti grandi. I tristi tentativi dei politici di ingraziarsi l’elettorato under 30 con video su TikTok e appelli intrisi di retorica vuota si sono tradotti poi in una paradossale mancanza di rappresentanza politica: solo il 15% dei candidati alle elezioni aveva meno di 40 anni e solo il 3% meno di 30. Soltanto quattro deputati con meno di 30 anni, tutte donne, sono entrati in Parlamento. 

Le giovani generazioni fuori dai luoghi decisionali

Anche se faticano a entrare nelle sedi istituzionali per portare le proprie istanze, le nuove generazioni si sono comunque ricavate il proprio spazio di protagonismo politico, soprattutto nei movimenti sociali e civili. Se oggi temi come l’ambientalismo, la parità di genere o l’antirazzismo dominano il discorso pubblico, è perché sono trainati da lotte animate dai ragazzi, e non è un caso che siano temi dimenticati dalla politica dei palazzi. Spesso queste lotte sono accusate di essere lontane dalla realtà o dai problemi concreti della gente, ma forse potrebbero essere lette più che come la causa della disaffezione per la politica, come la sua conseguenza. Senza una rappresentanza nei luoghi dove si prendono le decisioni, ci si reinventa in spazi diversi, che sono soprattutto spazi di dissenso. Questo meccanismo è evidente proprio in ciò che sta accadendo in Iran in questi giorni. Le rivolte sono nate da un’esigenza emancipatoria da parte delle giovani donne, ma ben presto alle proteste si è aggiunto il resto della popolazione, che considera il regime degli Ayatollah un’istituzione vecchia e autoreferenziale, repressiva, fuori dal mondo. 

La spinta che anima questi movimenti spacca l’opinione pubblica in due: da un lato c’è la condanna che critica il carattere velleitario di certe rivendicazioni e soprattutto, come dimostra il caso di Just Stop Oil, le loro modalità. In cerca di una sorta di perfezionismo politico, quello messo in atto non è mai il modo giusto di lottare. C’è una petizione? Non serve a niente, bisogna scendere in piazza. Si scende in piazza? Non serve a niente, bisogna trovare il compromesso con le istituzioni. Si trova il compromesso con le istituzioni? Non serve a niente, le vere proteste si fanno in piazza. Così in un loop infinito. Dall’altro c’è un’operazione più subdola, che si può definire di benaltrismo del futuro. In questo caso ‘ben altri’ non sono i problemi, ma le persone che li dovranno affrontare. Non è raro sentire da parte degli adulti, in particolare da parte dei politici, frasi come «I giovani salveranno questo Paese» o «Per fortuna ci sono le nuove generazioni a occuparsi di questo problema», magari invocando la scuola o l’educazione come una sorta di potere taumaturgico per tutti i mali della società. La contraddizione è evidente: o gli adulti di oggi si prendono le loro responsabilità politiche e coinvolgono le nuove generazioni nei luoghi decisionali, oppure si rimanderà il tutto a un futuro sempre più indefinito e lontano.

Un Paese vecchio ma schiavo del Forever young

Il problema del benaltrismo del futuro è che la chimerica categoria dei giovani ha sempre meno senso. Persino sui nomi e le date di inizio delle generazioni – Millennial, Gen Y, Gen Z, Zoomer – non si riesce a trovare la quadra. Specie in Italia, si è giovani fino ai 50 anni. L’Istat, a fini statistici, considera giovani le persone tra i 15 e i 34 anni, un arco di tempo in cui le esperienze di vita, ma soprattutto le istanze politiche, subiscono trasformazioni. Ciò che uno studente delle superiori, un neolaureato precario e una persona in procinto di formare una famiglia chiede alla classe dirigente non potrebbe essere più diverso. Secondo un sondaggio dell’Osservatorio Demos-Coop, invece, gli italiani pensano di essere giovani fino a 52 anni e che la vecchiaia cominci a 76, riducendo l’età adulta a un lasso di tempo di soli 24 anni. In questo caso non si tratta di chiacchiere da bar sul sentirsi eternamente giovani, ma di considerarsi proprio parte dello stesso orizzonte politico di chi, prendendo come riferimento la forbice dell’Istat, non ha nemmeno fatto la maturità. Al di là delle proprie convinzioni personali, anche i media tendono a usare espressioni come «giovani ricercatori», «la giovane mamma», «il baby laureato» per parlare di persone che hanno ampiamente superato la maggiore età.

In questa confusione generazionale resta un dato di fatto: senza le istanze giovanili, la politica sarebbe ancora più elitaria e autoreferenziale di quanto non sia già. Senza qualcuno che pungola, anche con modalità discutibili o immature, il potere costituito, la società sarebbe vittima di un immobilismo senza via d’uscita. Anche se quel potere riesce comunque a sopravvivere, a far funzionare i propri oleodotti o a reprimere le rivolte con la violenza, i giovani, qualunque cosa siano, potranno vantarsi di essere dalla parte giusta della storia. 

Jennifer Guerra

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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