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Mormorio e Sciascia
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Sciascia, la Sicilia e la fotografia oltre la letteratura: il racconto di Diego Mormorio

Il volume ‘Sulla fotografia. Leonardo Sciascia’,  edito Mimesis, regala una prospettiva inedita su come opera letteraria e immagine si fondano in una nuova entità

Sciascia, non “solo” scrittore raccontato da Diego Mormorio

Non tutti lo sanno, ma Leonardo Sciascia, lo scrittore siciliano nato a Racalmuto che ha cambiato la storia della letteratura italiana, ha avuto anche una lunga storia d’amore con la fotografia, e a scriverne non poteva che essere Diego Mormorio, storico, critico della fotografia e saggista italiano che proprio da Sciascia, preso a maestro, ha ereditato l’interesse a esplorare i rapporti tra mezzo fotografico e letteratura. Inestirpabile, in questa storia, il legame con la Sicilia, regione di entrambi, che li accomuna per sensibilità, lingua, tradizione.

«Cos’è la fotografia se non verità momentanea, verità che contraddice altre verità di altri momenti?», si chiedeva Sciascia. Una frase che Mormorio associa spesso a un brano del Gattopardo: «In nessun luogo quanto in Sicilia la verità ha vita breve: il fatto è avvenuto da cinque minuti e di già il suo nocciolo genuino è scomparso, camuffato, abbellito, sfigurato, oppresso, annientato dalla fantasie e dagli interessi: il pudore, la paura, la generosità, il malanimo, l’opportunismo, la carità, tutte le passioni, le buone quanto le cattive, si precipitano sul fatto e lo fanno a brani; in breve è scomparso.»

Abbiamo chiacchierato con Mormorio per scoprire nel volume edito da Mimesis, ‘Sulla fotografia. Leonardo Sciascia’, da lui curato, come opera letteraria e immagini si fondano tra loro in una prospettiva totalmente inedita. 

La Sicilia e l’incontro fra Mormorio e Sciascia

Ricorda il suo primo incontro con Sciascia? 

Era il 1977, o ‘78. Andai in via Siracusa, a Palermo, a trovare l’editore Enzo Sellerio – che era per me soprattutto un grande fotografo. Arrivavo da lui con una lettera di raccomandazione che mi aveva fatto il mio professore Mario Verdone, padre di Carlo, con cui collaboravo alla cattedra di Storia e critica dei film. Incontrai lui, la signora Elvira, e subito dopo Leonardo Sciascia. Lo vidi ed ebbi un colpo: ero contentissimo di incontrare  quest’uomo di cui avevo letto i libri e che avevo ammirato tanto, oltre che per la scrittura, per l’intelligenza e il suo modo di essere intellettuale. Mi sono presentato, ed è cominciata così la nostra frequentazione e amicizia. Appena seppe che mi ero laureato discutendo una tesi sulla fotografia, fu subito molto interessato e mi fece domande. All’inizio mi dava del lei, dopo alcuni mesi gli dissi di darmi del tu, come si fa qui in Sicilia, dove le persone più grandi danno del tu a quelle più giovani. Mi disse di dargli anche io del tu e gli risposi che non se ne parlava, non apparteneva alla nostra tradizione siciliana – e credo gli piacque la risposta, perché vide un ragazzo ancorato alla nostra cultura. Cominciò così. Avevo tante domande da fargli, avendo letto i suoi libri e le sue interviste e conoscendo un poco il suo pensiero sulla gran parte degli scrittori. Ero un po’ fastidioso, non finivo mai di fare domande, e devo dire che lui, con il suo carattere di uomo tranquillo, mite, prendeva tempo, ma rispondeva a tutto. Io da lui ho imparato tantissimo, mi ha spinto al coraggio di pensare, di arrivare fino in fondo, a farmi domande. Dare risposte a me stesso. Le domande sono più importanti delle risposte. Le risposte a volte funzionano, altre no, ma aiutano la domanda a venire fuori.

La fotografia come danza

Cos’è per lei, che l’ha studiata per anni, la  fotografia? È possibile un’unica definizione?

Onestamente penso sarebbe troppo riduttiva, risponderebbe soltanto in parte alla domanda. Ci sono tanti modi per rispondere, soprattutto per me che sono arrivato alla fotografia per via antropologica, filosofica. Mi sono posto la domanda sul come e perché sia nata nella cultura occidentale: per me era questa la questione, il punto fondamentale. Per me la risposta è che è l’anima dell’Occidente, perché come nessun’altra cosa la incarna, e rappresenta questo modo di pensare che fa ora parte del mondo intero. Che ha messo nelle mani dell’Occidente il mondo. Ci sono due cose: la guerra e la fotografia. Attraverso queste due cose l’Occidente si è impossessato del mondo. Da un lato l’ha conquistato con la visione, dall’altro con la violenza. Ma la violenza da sola non sarebbe bastata, se non ci fosse stata la fotografia sarebbe ancora lì a combattere. La conquista è soprattutto psicologica. 

Nelle fotografie il movimento e l’attimo diventano un tutt’uno: la fotografia è danza

Cosa intendete lei e Sciascia con ‘la fotografia è danza’?

Viene da Paul Valéry: nelle fotografie il movimento e l’attimo diventano un tutt’uno. Si viene a formare una danza, non si possono staccare l’uno dall’altro. Se togli il ritmo non c’è danza, viene meno la sua bellezza. Così nelle fotografie. Io penso sempre che i grandi fotografi vedono tutto quello che succede come una danza e fermano momenti che ritengono particolarmente belli e significativi. Per mia cultura, io vedo tutto come una danza, tutto quello che avviene nel mondo ha questa caratteristica di unire attimo e movimento, il divenire non è altro che questo, in questo continuo cambiamento.

L’estetica non può mai essere dissociata dall’etica

Una danza anche tra etica ed estetica?

Etica ed estetica sono per me due cose inseparabili. Noi umani guardiamo le cose sempre pensando alla bellezza e a darne a quanto stiamo facendo, anche quando un falegname fa un tavolo, o chi fa pulizie in casa. Qualunque uomo muove da questo, anche il più umile, anche chi non lo esprime. Sciascia sosteneva che i contadini vedevano in alcune piante la bellezza, che la loro idea di bellezza è quella legata alla produzione. In un uliveto o in un vigneto bellezza e benessere stanno insieme. Dunque il benessere degli uomini, della gente, corrisponde anche a un discorso etico: bisogna sempre pensare all’altro. Il momento in cui lo dimentichi, hai dimenticato te stesso. 

La scoperta dello Sciascia fotografo

Nel libro da lei curato per Mimesis vengono pubblicate per la prima volta le immagini di Sciascia che troviamo in quelle pagine. Dov’erano prima? 

Queste fotografie erano a casa sua, le ha tirate fuori la famiglia. Io ho sempre saputo che esistevano, più di una volta disse di averle scattate, ma sono uscite così, per caso. Non so quante altre ne esistano, in che misura rappresentino dunque il suo gusto fotografico. La famiglia, che si occupa della fondazione a lui intitolata, mi chiese in quanto critico e storico della fotografia di proporre una mostra a Recalmuto: facevano i nomi di personaggi della Magnum, o di Doisneau. Secondo me non aveva senso alla fondazione Sciascia, in una città così difficile da raggiungere, realizzare una mostra su Doisneau, che chiunque avrebbe potuto vedere altrove. Soprattutto quando avremmo potuto dedicarla al rapporto straordinario che era sempre esistito tra lui e la fotografia, quello sì avrebbe potuto muovere delle persone per andare a vederla, e aveva senso, perché non se n’era mai parlato. Non poteva che essere così, e ha dato la possibilità di parlare di lui in modo interessante. Era qualcosa che mi ribolliva dentro da tempo, sapevo che prima o poi me ne sarei occupato: se è da tanti anni che mi occupo del rapporto tra fotografia e letteratura, lo devo in gran parte a lui.

L’occhio e la penna di Sciascia

Secondo lei cosa hanno in comune il modo di scrivere e di fotografare di Sciascia?

Hanno in comune Sciascia. Lui era essenziale per la sua scrittura, e anche nelle sue fotografie non c’è niente che esca fuori dalla misura, è un prendere ciò che lo colpisce e gli interessa, senza orpelli. Certo, nella scrittura lo può fare molto meglio, essendo un grande scrittore. Non si può dire sia un grande fotografo, è un fotografo, come me, come lei, ma anche lui nella fotografia non va mai fuori dal seminato, raccoglie solo le cose che hanno essenzialità. Il tratto di unione è questo. C’è stato un signore che mi ha chiesto l’anno scorso se preferissi i suoi libri o la sua fotografia: ho risposto tutt’e due, perché sono frutto della stessa persona. A me interessa in maniera particolare lo scrittore e nelle fotografie ho cercato di trovarvi una parte della sua scrittura. Lui ha fotografato la Sicilia, è questo l’interesse che lo muove, la materia prima che ribolle nella sua testa, non fotografa per fotografare, come succede oggi, che tutti vogliono fare delle belle fotografie, inventando inquadrature particolari. A lui interessa il soggetto, è chiamato e colpito dal soggetto, non dall’inventarsi qualcosa nell’immagine. Le fotografie vengono fuori da sé, dalla Sicilia e dallo spirito di Sciascia. 

L’educazione è attenzione verso il soggetto

Come lei scrive, Sciascia non si avvicina ai soggetti, se non alle figlie, li osserva da lontano, in un misto di timidezza e con approccio maggiormente paesaggistico. Da cosa dipende? Se gli interessa il soggetto, perché mantenere le distanze?

Non era un mantenere le distanze. Era una persona molto timida e riguardosa. Non voleva sconfinare nel privato della gente. In Sicilia avremmo detto “una persona educata”, che non si avvicina troppo e mantiene una distanza di rispetto, data dalla timidezza. Mi è sempre piaciuto questo suo modo di fare e di essere: educato, sempre attento, solo quando era in una fase di amicizia intensa poteva avvicinarsi di più, fare delle domande. Anche mio padre era così, cercava sempre di mettere tra sé e le persone una giusta misura, di non infastidire. Aveva questa delicatezza d’animo particolare che oggi forse esiste meno, anche perché la tv abitua ad altri modi di fare e di agire. 

Le scelte del curatore

Come ha scelto lei di abbinare fotografie e testi di Sciascia?

È stata una cosa naturale. Per una sorta di vicinanza con l’immagine, per ricreare un equilibrio tra le due cose, perché parola e immagine sono strettamente connesse. 

È partito dalle fotografie che hanno evocato parole dei testi scritti o viceversa?

Tutte e due le cose. Non è stato difficile, è stato piacevole, una cosa che viene senza dire, come quando due persone si incontrano, si piacciono, si abbracciano. E per me è stata una cosa bellissima fare questo libro, tanti ne ho fatti, e questo appartiene a quelli che ho fatto con più piacere, perché ha portato qualcuno a conoscerlo meglio. Un libro piacevolissimo ma anche triste, perché mi dice della sua assenza, penso a volte che sarebbe bello domandare a lui che cosa ne pensa, ma non può rispondere.

Crede che gli sarebbe piaciuto?

Penso di sì, perché ne avrebbe capito lo spirito, che non voleva essere qualcosa di esaustivo. Ci avremmo potuto mettere altre cose, ma è un libro piccino, che si tiene in tasca, lui amava i libri piccoli e diceva sempre: «a tagliare ci si guadagna», e io lo uso come comandamento. 

C’è una fotografia di Sciascia che preferisce?

No, in questo libro no. A me tutte rimandano a lui. Poi se è una fotografia di paesaggio, di una Sicilia un po’ arsa, quella mi piace, non per la qualità o particolarità della fotografia ma per la qualità della Sicilia, la nostra siccità, questo castigo di Dio che ci è toccato, di essere in una terra bruciata, sempre di più, ogni anno. In un luogo come questo si deve sempre prendere il buono con il cattivo. Quante cose ci sono della Sicilia che non sopportiamo e facciamo finta di non sapere, perché così siamo noi siciliani che nascondiamo a noi stessi, non agli altri, ma a noi stessi. 

La capacità di contraddirsi

«Di me come individuo, individuo che incidentalmente ha scritto dei libri, vorrei che si dicesse: ‘Ha contraddetto e si è contraddetto’, come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante ‘anime morte’, a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano». (L. Sciascia, La sicilia come metafora, 1979). Si è contraddetto Sciascia?

Sì, ma non mi chieda in che cosa. Soprattutto ha contraddetto. Lui non aveva molto da contraddirsi, però nella sua ragione questa frase rispecchia lui e il suo modo di pensare. Il vero uomo non può soltanto contraddire, ma avere anche la capacità di contraddirsi. Leonardo Sciascia è stato in tutto e per tutto un uomo di una cultura profonda, ha pensato fino in fondo, e questo a me sembra bellissimo. Non so quante siano oggi le persone che arrivano a questo tipo di considerazione, perché oggi la gente pensa soprattutto a contraddire, per l’educazione che viene dall’elettrodomestico televisivo. Non ho mai visto alla tv una discussione dove uno che parla dice «mi devo correggere». Certe volte aveva un sorriso sornione, come a dire «è vero, certe cose sono effettivamente difficili da analizzare fino in fondo», lo sapeva, che la vita è così, rimangono tanti fili scoperti.

La composizione fotografica  appare molto più istintiva della scrittura, almeno quella legata al reportage e slegata da un set. Con la scrittura si pensa in modo più lento, ci si ritorna, si cesella, si rielabora. È come se coinvolgessero due diverse aree del cervello. Saper scrivere rende fotografi migliori, o viceversa?

No, essendomi occupato di questo problema di tanti anni, posso dire che non sempre un grandissimo scrittore può diventare un grandissimo fotografo. Io mi interesso alle fotografie di un grande scrittore perché è un grande scrittore, non penso che le due cose siano strettamente correlate. Anche perché, come hai detto tu, sono due parti del cervello distinte che agiscono. La capacità letteraria è una cosa, la fotografia come dici tu è più istintiva. Il problema è che anche la fotografia richiede intelligenza: se uno non ne ha non può scrivere e nemmeno fotografare. Ne sono sicuro, se un grande scrittore si mette in testa di fare grandi fotografie non sempre accade, anzi, è il contrario. 

Il rapporto fra scrittura e fotografia

La lingua modella le parole e quindi il modo di pensare e la letteratura. La fotografia dovrebbe essere in grado di parlare qualsiasi lingua, dicono. Davvero è così? 

No, perché ognuno arriva da un proprio vissuto, da esperienze familiari e incontri diversi: tutte queste cose ci hanno predisposto a scegliere o a selezionare le cose che ci stanno attorno come immagini. Noi vediamo con i nostri occhi cose che si sono sedimentate nella nostra mente, coscienza, cuore. Ognuno di noi ha vissuto una propria esperienza che è sempre al tempo stesso gioiosa e dolorosa, e quando guardiamo, guardiamo attraverso la gioia e il dolore che abbiamo vissuto.  Penso che ogni lingua ci condizioni, sì, come quando in Camilleri c’è la frase “Montalbano sono.” Questo modo di costruire le frasi ti crea, scava dentro di te un modo di essere. La lingua è anche un modo di pensare a seconda di dove metti soggetto e verbo. Ognuno di noi ha dentro un tempo, un ritmo, dato anche dalla lingua che ci ha cresciuto e ci condiziona, la cultura ha un’importanza straordinaria. E gli scrittori siciliani in qualche modo si somigliano, anche quando sono molto lontani tra loro. Io mi sento molto siciliano, purtroppo. Vivo Roma da 40 anni e ancora sono così, ho scritto due libri su Roma ma non mi sono romanizzato fino in fondo: è una città che mi piace moltissimo ma sono rimasto siciliano e non potrebbe essere diversamente. Penso alla mia famiglia e ai miei amici quando penso. E questo però credo che sia anche bello. 


Sono le radici.
Sì, un albero senza radici non può crescere, lo fa solo se sono profonde. Ho comprato un fico, aveva un apparato radicale troppo debole e dopo appena due anni è morto.

Alessandra Lanza

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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