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C’è una rosa che cresce vicino alla città di Taif, nella parte occidentale dell’Arabia Saudita. Prende il nome di Rosa di Taif – tecnicamente Rosa Damascena Trigintifolia, ovvero dai trenta petali. Questa caratteristica, insieme al colore rosa chiaro, la rende simile a una peonia. A coltivarla sono circa duemila aziende, spesso a conduzione familiare e la fioritura avviene tra marzo e aprile. In questo periodo il profumo dei fiori pervade l’intera regione e dalle zone collinari circostanti si può osservare una distesa di colore rosa. La raccolta deve avvenire velocemente. Si comincia dopo il Fajr – la preghiera dell’alba – e si conclude alle sette del mattino. Più tardi il calore vaporizzerebbe l’olio essenziale. Dalla distillazione dei fiori si ottiene l’essenza, Attar: su questa si basa quasi tutta l’economia della regione di Taif.

L’olio essenziale derivato dalla rosa di Taif arriva a costare cinquantamila euro al chilo. Nessuno l’ha mai potuto comprare poiché l’intera produzione – circa sedici chilogrammi all’anno – appartiene alla famiglia reale, che lo regala ai suoi dignitari più meritevoli: in Arabia Saudita una persona che profuma di rosa gode della stima del re. Oltre a non essere acquistabile, l’utilizzo dell’Attar per prodotti cosmetici e profumi è proibito. Esiste in commercio solo una rima al profumo della rosa di Taif: ne prende il nome, Rose de Taif, il profumo creato da Luca Maffei per la maison Perris Monte Carlo. «La rosa di Taif ha un profumo speziato: ho utilizzato noce moscata, pepe rosa, geraniolo e ho aggiunto una parte citrica», racconta Luca Maffei. «Per ricrearlo ho chiesto al produttore di oli essenziali di lavorare su una rosa bulgara, mantenendola il più possibile pura». Se l’utilizzo dell’Attar nella profumeria è proibito, l’unico modo per fare indossare il suo profumo anche a chi non è un dignitario del re, è quello di ricrearlo: «La sfida per un profumiere non è ricreare gli odori già definiti dalla natura – in potenza estraibili. Non si può imitare il profumo della rosa e del gelsomino. La magia sta nel creare l’odore di quello che non si può estrarre – la pioggia, l’aria, il cemento».

Luca Maffei è nato a Milano da una famiglia di profumieri. Cresciuto tra erbe, aromi, materie prime e chimica, ha studiato economia. I personaggi che gravitavano attorno all’universo famigliare – profumieri affermati – lo ispirano. Inizia un percorso di formazione sotto la guida di Françoise Marin, naso ed ex direttrice della scuola di Grasse. Dopo aver lavorato per case profumiere all’estero, nel 2011 torna in Italia. Non ha una sua linea ma presta il naso ai brand marchi. La sua azienda – Atelier Fragranze Milano – idea, crea e sviluppa le miscele olfattive, che poi diventano profumi e vanno a riempire gli scaffali delle profumerie di nicchia. «Se nei primi del Novecento i nasi che hanno fatto la storia del profumo – Rudinskà, Guerlain – racchiudevano la natura in una boccetta come i pittori in un quadro di still life, oggi i nasi si comportano come dei designer. Firmano profumi per i marchi di moda o della profumeria artistica. Disegnano non sulla carta ma nell’aria. Vedono una foto, un disegno, ascoltano una storia, e cercano di immaginare che odore possa avere».

Se si uniscono due odori non se ne ottiene un terzo, si ottiene un accordo. Nella musica esistono sette note principali, si può arrivare ad una ventina di accordi. Nella profumeria ci sono migliaia di materie prime – si può arrivare a creare qualunque cosa. Nel libro La famiglia Aubrey di Rebecca West, la protagonista – Rose – ironizza sul fatto che la sorella Cordelia, poco dotata a livello musicale, finga di leggere una partitura a letto. Leggere una partitura per piacere e sentire il suono delle note è appannaggio dei professionisti della musica. Leggere una formula e sentirne l’odore è alla base del lavoro dei nasi.

Il lavoro del profumiere comincia con un brief dal cliente, redatto a partire dall’ispirazione che può arrivare da un romanzo, da un’opera d’arte, da un personaggio storico. Il profumiere immagina l’odore e sa che ha a disposizione trecento odori per creare una nota olfattiva (durante il primo anno, nella scuole di profumeria, l’allievo impara a riconoscere oltre mille odori differenti e tra questi seleziona i trecento più affini al suo gusto, n.d.r.). I nasi lavorano per associazioni, come gli psicanalisti: sentono gli odori e li associano a sensazioni, emozioni, colori, luoghi. Quando un naso vede scritta la formula di un profumo riesce a capire che odore ha: «Quando io scrivo una formula non faccio altro che trascrivere l’idea che ho avuto di materie prime. Devo poi verificare che le quantità che ho messo siano giuste e che l’accordo che ho pensato funzioni, ma il processo creativo parte da un’idea».

Così come un architetto desidera costruire a New York, Berlino o Sidney, un naso sogna di lavorare per Tom Ford, Armani e Prada. Luca Maffei ha scelto la profumeria artistica: «Lavorare nella profumerai artistica significa non dover per forza piacere a tutti, il brief non sarà mai ‘per donne dai venti ai sessant’anni’. Posso metterci qualcosa di mio, di personale. Posso andare sopra le righe e fuori dal coro». I  grandi brand tendono ad avvalersi solo della collaborazione di nasi affermati. Un limite per i giovani emergenti, che però riescono a esprimersi nella profumeria artistica. Nella moda non esiste oggi un equivalente della profumeria artistica.

I prezzi di una bottiglia di profumo artistico salgono in base al costo delle materie prime – laddove per Chanel o Gucci si paga per il nome del brand. Un chilo di essenza di rosa costa dai dodici ai tredicimila euro al chilo. La tuberosa arriva a sedici. L’oud – una muffa che cresce su una pianta in Laos – costa trentamila. L’iris fiorentino settantamila. Fragrances du bois produce profumi che costano settecentomila euro al flacone.

Gli oli essenziali naturali vengono dalle piante, dai fiori, dalle resine (incenso, mirra), dai legni e dalle spezie. Ci sono odori che, pur esistendo in natura, non si possono catturare. La delicatezza del mughetto, che ha l’odore dei fiori bianchi, non ne permette l’estrazione. Nasi affini alla chimica hanno riprodotto in laboratorio la sua molecola odorosa: quello che oggi in profumeria si chiama mughetto è in realtà idrossicitronellale. I muschi- musks sulle etichette una volta erano muschi animali. Oggi, per ragioni di conservazione, si usano muschi prodotti artificialmente. La profumeria moderna è un misto tra naturale e sintetico. La natura firma un prodotto, la sintesi lo esalta. Le piante dai quali si ricavano gli oli essenziali naturali devono essere raccolte in loco, l’ylang ylang in Madagascar, il vetiver ad Haiti, il patchouli in Indonesia, le rose in Turchia e in Bulgaria. La stessa pianta coltivata in terreni simili non ha lo stesso odore. Dior ha comprato dei terreni in Italia per assicurarsi la produzione di bergamotto – a Reggio Calabria, fra il mar Jonio e l’Aspromonte. Esistono anche nasi che, come i cool hunter o i talent scouter della moda, girano il mondo alla ricerca di nuovi odori.

Luca Maffei attribuisce a ciascun odore un potere: «Gli agrumi – limone, bergamotto, cedro – e le note solari – cocco, frangipani, thiarè – contribuiscono al buon umore. Il narciso, la tuberosa e la rosa sono fragranze seduttive, iperfemminili. Cleopatra, per narcotizzare i suoi nemici, faceva ungere le vele delle navi con olio di gelsomino. I legni danno sicurezza, carattere». Tra gli odori della sua infanzia Luca ricorda il gelsomino, il pitosforo e la fragranza iodata del mare. Oggi predilige il vetiver, il sandalo, l’iris e la rosa. La profumeria artistica è nata come lusso, chi voleva distinguersi comprava un marchio di nicchia, garanzia di complessità e ricercatezza. Oggi è una passione – come chi beve una bottiglia d’annata non per ostentare benessere ma per amore di un vino di qualità superiore. «Siamo stati abituati a vivere il profumo come un oggetto: ‘mi vesto Gucci e profumo Gucci. Quello che mi piace è la marca’. Non abbiamo mai fatto davvero attenzione al naso, agli odori, eppure l’olfatto è l’unico dei cinque sensi che non puoi mai fermare: si può non toccare, non vedere, non sentire, non mangiare ma non si può non respirare, non si può non sentire odori. Bisogna imparare a sentirli e comprare un profumo perché ho voglia di sentirne l’odore, mi ricordarmi quel momento della mia vita, quel viaggio, quella persona».  

Dal lunedì al venerdì in Atelier Fragranze Milano è vietato indossare il profumo. Ognuno deve essere libero di annusare senza contaminazioni. Luca indossa profumo nel tempo libero. Impegnato nella profumeria artistica è un professionista che sa ragionare sui prodotti commerciali, e pur avendo amato Dreamer di Versace, Blu di Chanel e Iris Nazarena di Aedes de Venustas, attribuisce a One Million di Paco Rabanne e a La vie est belle di Lancôme lo scettro di profumo dei nostri tempi. «Sono stati i due più grandi successi commerciali in epoca recente. Viviamo in un mondo affascinato dalla ricchezza – la mattonella d’oro di One Million. I social ci presentano un mondo fatto di persone belle, felici e sorridenti, la vita è bella – La vie est belle».

Il primo profumo nel quale Luca Maffei si cimenta con l’utilizzo di una materia prima dal costo elevato è Oud Imperial, sempre per la maison Perris Monte Carlo: un profumo dove le note dell’oud incontrano altri legni pregiati – legno di cedro, sandalo, vetiver. Black Pepper & Sandalwood di Acca Kappa vince, nel 2015, gli Art & Olfaction Awards – ancora una volta il sandalo, insieme al pepe nel quale il pubblico si riconosce. Tra le sue creazioni più recenti troviamo Brera 6, una collezione creata in esclusiva per la boutique milanese Profumo – sei fragranze ispirate all’identità della città di Milano. L’atmosfera di Foyer ricorda la prima alla scala mentre No-Name si basa su un understatement milanese. Hesperia prende ispirazione da uno dei tesori nascosti della città, l’orto botanico di Brera, e Liberty rende omaggio all’architettura floreale del centro. Il silenzio e la penombra del Duomo, esaltati dall’odore dell’incenso, prendono vita in Gothic, mentre 60mph Club cattura in un flacone la velocità di una città che non si ferma. 1848 fa un tuffo nel passato, il tabacco, la polvere da sparo e l’odore pungente del legno raccontano la storia delle cinque giornate di Milano.