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In quello che era un insediamento romanico, in epoca ancor precedente al Medioevo, alcune monache di clausura vivevano su questa collina. Si suppone non si lavassero. Non c’era acqua. Scavando a 170 metri di profondità le vene erano troppo deboli per poter alimentare un pozzo. Oggi come allora, l’erba della Maremma non deve essere innaffiata – è una graminacea che non muore. Resta verde con le piogge di primavera, poi diventa gialla durante i calori estivi, segnando l’oro sui pendii toscani contro il Tirreno, per poi tornare con le prime pozzanghere di settembre, quando i temporali rompono la vita con la loro nostalgia. La cisterna raccoglie la pioggia; un corridoio sospeso la attraversa ed è un vano di passaggio sulla via dell’ingresso al castello –  a ottobre, la cisterna può riempirsi e diventare impraticabile. L’acquedotto porta acqua dal monte Amiata – un vulcano alle spalle della Maremma. Le parole sono aneddoti o poesie – Amiata, che provenga ad meata, per dire alle sorgenti, o che sia una dedica alla dea Tinia, regina tra le divinità etrusche. L’acqua che arriva dal Monte Amiata è analizzata – pulita e benevola, si rivela benefica.

Una carriera di trader tra Londra, New York e Ginevra. Dieci anni fa, Paolo Vico setacciava ogni chilometro di Italia dalla Liguria al Lazio. Visitava ogni proprietà che potesse essere in vendita. Una sera, a cena a Vicarello, qualcuno a tavola gli parlò di questo ex convento di monache. La collina era indicata come la collina della Banditaccia – tracce dell’insediamento religioso apparivano di epoca etrusca. Tutto era abbandonato. Con le sue cure, un vecchio agricoltore aveva mantenuto in vita sia le vigne sia gli uliveti. C’erano i piloni della luce che attraversavano la proprietà – una volta aperto il cantiere, Paolo li avrebbe interrati.

Studi di architettura romanica. La pulizia e l’essenzialità di abbazie prima delle cattedrali: le volte ampie, le geometrie, le pietre a vista. Tutto quanto fosse lineare, piano, espanso sulla terra in orizzontale, prima della proiezione all’alto di guglie e romanticismo da saga di spade. Nel romanico gli elementi sono strutturali o funzionali, difficilmente decorativi. Il nucleo originale dell’Argentaia è quel che resta dell’antico convento: appare come una casa coloniale, rifugio contadino, sulla parte più docile della collina. Coperta di cemento negli ultimi settanta anni, è stata ripulita e restaurata, la pietra dei muri è tornata alla sua solidità. All’interno, la frescura ombrosa porta il profumo del tempo, di un’umidità mai più asciugata, un pavimento mai più dritto, pietre lisce accarezzata da mani gentili lungo tanti secoli. Il corpo abitativo rimane posato sopra la volta di un’antica chiesa: oggi, il pavimento della navata è stato conservato in ghiaia come fu ai tempi, illuminato per una semioscurità – come fossero gargolle interne, lungo le pareti, sono disposte sculture realizzate in pasta di pane, opere di Matteo Lucca – mentre una testa di cavallo di Gustavo Aceves si pone come un altare, superstizione medioevale e dionisiaca. Argentaia – per il colore cangiante, tra il grigio e il verde degli ulivi, sulle sfumature dell’Argentario, davanti all’Isola del Giglio – un torrente segreto di argento vivo. Argentaia – la moglie di Paolo si chiama Ambra, è stata Ambra a scegliere questo nome.

Gli intonaci all’Argentaia sono dati da un impasto di terra del luogo, di paglia, sabbia e calce. La calce è la calce che si usava nel Medioevo, la stessa che dava la base per gli affreschi. Una dose elevata di marmo nella sua composizione di calcare, sabbia e conchiglie: polverizzando il marmo nella miscela, la pasta prende tonalità grigie e cangianti, la lucentezza del marmo riesce a mantenere il suo gioco di riflessi di luce. La calce dell’Argentaia è simile alla calce pozzolana con cui fu costruito il Colosseo, ma sulla base del tufo locale di Maremma. La calce si rigenera: a differenza del cemento, la calce si ripara da sola. Quando si rompe formando una crepa, la materia reagisce con l’ossigeno e la pioggia, produce un bonding che richiude – come fosse una ferita sulla pelle umana. Ogni opera di restauro contemporaneo si basa su materiali simili, sulle stesse tecniche antiche.

Non ci sono colonne, non ci sono merletti. Lo stile romanico trova modernità. Il progetto è stato studiato negli anni come disposizione di parallelepipedi, e così oggi appare: cinque torri, baluardi di difesa e orgoglio, alte fino ai metri, collegate dalle mura di cinta come un forte contro il Borgia. Al centro il mastio, e una costruzione a casa che funziona da salone. Il granaio, l’orto, il frutteto antico, con albicocche, pesche e prugne – nello stesso angolo dove lo coltivarono le monache. Il complesso si può osservare da Magliano, la collina di fronte: l’Argentaia si posa come una carezza, si allunga scendendo di poco i suoi pendii. La piscina è anche questa una torre, ma posata a terra in orizzontale: dal corpo centrale si allunga nel vuoto come un prospetto fortificato, si rivolge al mare, giocando su sfumature di lapislazzuli. L’affaccio a vuoto è un salto di cinque metri. 

Archi a tutto sesto o a sesto ribassato – nessun acuto, nessuna punta – solo lame di metallo, colori di ruggine e sabbia. L’unica virgola è una bifora sulla facciata del mastio, nella la stanza padronale, il cuore disposto per il duca del feudo. La bifora permette la maggior luce, non è un vezzo ma una necessità. La pietra per costruire l’Argentaia è estratta dalla sua stessa collina, scavando per le fondamenta.  Sono stati estratti 38mila metri cubi di pietra – ai quali sono stati aggiungi 250mila mattoni e 70 mila coppi – antichi di recupero. All’opera, ogni giorno 5 scalpellini. Ogni singola pietra cantonale è stata sbozzata. Le pietre delle mura hanno un peso tra i 20 a 50 chili, mentre le pietre di volta degli archi arrivano ai 250 chili. Ogni architrave, davanzale è stato scalpellato, scolpito e rifinito a mano. La pietra dei pavimenti interni è uno spacco di cava: la crosta dei blocchi marmorei, la pietra grezza più vicina alla superficie, che presenta la ruvidità delle atmosfere e del tempo che scorre. Ci sono voluti 8 anni di lavoro.

«Tutti i disegni e le idee nascono dalla materia per arrivare alla forma. Non è mai successo che il falegname o il fabbro mi dicesse impossibile realizzare qualche cosa, perché il mio ragionamento partiva dalla risorsa. Non sono stato coinvolto da progetti di architetti che gli artigiani mi avrebbero liquidato. Prima dell’idea c’è il dialogo con l’artigiano – da lì si parte per trovare la soluzione, strutturale ed estetica». I soffitti sono in legno di castagno. I tavoli sono legni di recupero, così le porte, i portali e i portoni. Quattro falegnami tra cui uno arrivato da Sestriere, Val di Susa – un’area italiana dove si trovano ancora le tradizioni medioevali ancora utili nei valichi alpini. Non è stata usata la colla, non sono state usate le viti: Paolo Vico ha voluto che mobili e componenti fossero costruiti con soluzioni a incastro, resistenze meccaniche per tenere unite le parti. Code di rondine, picozzi in legno. Diversamente, quando è posta una vite nel legno, questa crea un focus di umidità che dopo anni sgretola le fibre vegetali. L’incastro, può rimanere secolare. «Avevamo recuperato i primi elementi in pietra medioevali, tutto il resto doveva essere fatto con le stesse tecniche». 

I camini si aprono nelle stanze da bagno – appunto, stanza da bagno che in ogni torre prende il posto del salotto: un luogo di piacere, di indulgenza, tra divani, tappeti e finestre sulla valle e sul mare. Le piastrelle sono blu cobalto, tagliate per l’Argentaia in cotto antico. Ogni rubinetto è stato disegnato appositamente – come un fontanile esterno, l’acqua scivola su un piatto orizzontale, una lamiera di ottone brunito e piegato – brunire l’ottone è inusuale. Ogni rubinetto pesa tre chili e mezzo – la bocca della doccia può raggiungere i 30 chili. Cosa si trovava in commercio non era giusto per la filosofia del luogo, non aveva la resistenza e la durabilità dei secoli. Le lenzuola solo in lino. Non cotone – lino, tessuto romanico ancor prima che medioevale – ricorda l’ocra della terra. La iuta, per le strutture morbide, per ricoprire alcune tubature e strutture esterne o idrauliche. La pelle nelle sedie. I tappeti sono tessuti, mai dipinti – arrivano dal Marocco. La cucina è l’elemento di aggregazione, sintesi sicura di questa filosofia. Moderna e hi-tech, tutto disegnato in acciaio inox. Un camino di 4 metri e venti per cucinare la carne alla brace. 

«Man mano che andavo avanti, volevo vedere il segno umano in tutto quello stavo costruendo e mai il segno della macchina. Cercavo l’impronta dell’uomo, l’abilità artigianale. Ho chiesto al fabbro di forgiare e battere umano, di non usare prestampati». Cinque fabbri nel cantiere, quasi tutti residenti nelle loro officine locali. I bastoni delle tende sono in ferro forgiato – così come sono stati forgiati i catenacci delle porte. I chiodi – «non li trovi oggi chiodi 15 centimetri per bloccare i portali medioevali. Anche le bandelle: tutto è stato forgiato dal fabbro». Il ferro è elemento architettonico. Lungo tutto il perimetro e all’interno, le fondamenta in pietra sono rinforzate da contrafforti in ferro – fino a trasformare il metallo in elemento di decoro oltre che strutturale. Le ringhiere sono lamine di ferro, i gradini in ferro sono sospesi e ancorati alle pareti. Pioli esterni sulle pareti dei torrioni come per i soldati del maniero. Tra gli spazi, grate in maglia larga di ferro sono ornamenti spartani: telai di fasce larghe quattro centimetri montate a rete. Un pezzo d’arte sempre in ferro arriva dall’Africa: è una cornice che racchiude vignette sagomate – una sorta di teatro per marionette, una televisione ancestrale – se una candela si muove sul retro, le scene prendono vita con le loro ombre. 

L’Argentaia si dispone in tre colori: il bianco, il blu come linee di contorno e demarcazione sul colore della terra: l’ocra della Maremma, che cangiante passa dall’oro del sole a mezzogiorno, al fuoco del crepuscolo, alle creme dell’alba all’indomani di questa canzone medioevale. La sacralità – che ci sia luce o che ci sia la mancanza di luce – gli angoli neri contro spigoli chiari: non si può comprendere il sole se non si conosce il buio. Una letteratura di linee nuove, i tagli della meridiana fermano il ricamo dell’ombra delle foglie di un leccio. Non ci sono insetti, non ci sono zanzare – tre vipere se ne sono andate via, annoiate – alla ricerca di altre monache con cui litigare.