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C’è una questione di tempo che non può essere superata. Le pietre vanno spaccate, ci vuole tempo. Un castello va costruito, ci vogliono otto anni. Il tempo – per quanto possa essere un discorso sul craft, sul fare e sul rifare, sulla costruzione e sui dettagli, il tempo è un elemento così come lo è il legno, la calce, il ferro, la pietra. Il tempo permette la disciplina: la danza delle ore cerca una narrazione di rigore. Argentaia è il titolo di una coreografia cerebrale, che comanda il lavoro della mani, la forza delle gambe, l’abilità delle parole. Italia, terra di resilienza e di acqua – l’acqua che cade pulita sulle Alpi, scende tra gli abeti e i marmi bianchi, si raccoglie nei fiumi, attraversa le città, i rubinetti, i cantieri, si sporca – di fango, di noi uomini e di sapone – ma alla fine l’acqua arriva al mare – e cosa c’è  di più bello per l’uomo oltre al mare? Nessuna terra è mai stata contaminata da tanti passaggi, dominazioni diverse, vie, percorsi, scambi, mix – quanto l’Italia. Non esiste niente di più internazionale dell’Italia – solo gli italiani non se ne accorgono.

A Firenze a casa di Massimo Listri, si conversava di Controriforma insieme a Ettore Mocchetti, architetto e direttore di AD Italia. Controriforma che tanto sviluppo economico e infrastrutturale portò a Milano grazie a Carlo Borromeo, può esser vista come la ragione della caduta di una supremazia per la civiltà italiana. Se in Nord Europa, la Riforma Protestante sosteneva il merito del lavoro, in Italia la Controriforma ridava vigore alla vocazione cattolica: se al Nord un’ascesa economica di un uomo libero era motivo di plauso, in Italia rimaneva un sospetto: raccomandazione, scaltrezza, opportunismo. Nel mondo cattolico romano, l’unica gloria poteva esser data da virtù e purezza – ovvero l’estrazione sociale. Si aggiungeva che al nord c’era pioggia e freddo, la gente che altro poteva fare se non lavorare – in Italia, un tempo come oggi, alle sette di sera non si vuole perdere il tramonto. 

L’ignoranza non si risolve con l’istruzione, ma con la curiosità. Se uno non si chiede cosa significhi oggi il 1789 e come abbia fatto a cambiare la storia, è colpa sua: individuale, personale – così come uno che non sa scrivere un do diesis, e parla di cultura hip hop. Madame de Staël non sarà in ogni caso dimenticata: se uno non capisce che leggere, guardare, ascoltare quello che gli altri fanno e hanno fatto significa mettere la propria vita a disposizione del mondo, è colpa sua. Se un ragazzo di 19 anni non trova la curiosità di salire su un regionale per andare a Mantova o a Urbino, di girare mille pagine, è colpa sua – rimarrà una persona prevedibile, davanti a un suo amico, a un suo amore, al suo datore di lavoro in un colloquio a 35 anni di età. Potrà guadagnare quanti soldi vuole, avere celebrità magari, lì su un tavolo o su uno schermo dove fortuna, furbizia, talento, impegno giocano con lo stesso mazzo di carte – pur sempre in squadra con il professore della Normale o con la casalinga di Voghera. Succede poi solo alla sera: quando si spegne la luce, quando le rughe appaiono sui volti e la pelle sotto il mento perde il tono, quando ci si ferma davanti a uno specchio o davanti a una lacrima, ci si rende conto di come le domande siano già state poste – e che ancora contano le domande, mai le risposte. 

Lampoon è una parola americana che vuol dire rivista, libello pungente, irriverente. In questo primo numero del suo nuovo corso, Lampoon sceglie come taglio di ogni sua narrazione il craft – il fare a mano, la ricerca del prototipo prima della produzione, la fantascienza di una manifattura da laboratorio contro la bottega artigianale di un mastro fabbro. Resteremo distanti dalle didascalie. Le forme mentali dei racconti e delle immagini saranno lavorate con un bisturi di ironia e di torsione, tagli che mi piace pensare ispirati dalle forbici di Alexander McQueen, cutter a Milano. Su Lampoon cerchiamo questa attitudine senza mai arrivare alla provocazione: il linguaggio resterà pacato, solo i collegamenti intellettuali appariranno caotici o agitati – utopicamente sofisticati, come le gocce pulite di Madre Teresa per cambiare l’oceano. Senza tanta ragione, tornano quelle righe di Kerouac su due ragazzi pazzi – altro non siamo che noi – pazzi per parlare e per essere salvati, con la voglia di ogni cosa, senza mai sbadigliare, senza mai accettare un luogo comune ma solo fuochi di artificio esplosi nel cielo come ragni gialli – e noi lì, a guardarli a testa in su, facendo ancora Ooooohhh.

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