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La moda di Milano tornerà a essere un mix di mondanità e cultura, di eccentricità e sapienza – il nome Aspesi tanto basta per evocare un’epoca in cui Leonardo Mondadori pubblicava i fumetti di Forattini, quando gli scrittori si mescolavano ai giornalisti, e a qualche cantautore socialista. Ilaria Occhini e Raffaele Di Capria sono ancora belli – insieme. Silenzio è una delle parole chiave di Alberto Aspesi. Letteratura e laboriosità delle zone di Gallarate, l’industria tessile, Rossana Orlandi e i Missoni. Non c’è differenza tra campi, l’energia è una soltanto – sotto i portici di via San Pietro all’Orto, Aspesi ha trasformato un ex edificio bancario in un luogo di ironia borghese. I volumi severi, squadrati sono oggi teatro di un divertissement che pretende contaminazioni materiche: PVC, vetroresina e plexiglass si alternano a elementi naturali, legno, ferro e pietra intarsiata. Le superfici grigie sono intervallate da pareti colorate, dal grigio-verde, all’ocra, al rosa cipria. La connessione tra interno ed esterno, città e natura, è una fotografia: Lemurian Morning Wood di David Benjamin Sherry, fiancheggia la scala frontale. 

Per chi è nato a Milano si tratta di un’attitudine; per chi di Milano ha fatto il suo luogo, dopo un certo numero di tram aspettati e di salti su pozzanghere nei vicoli di Brera, di blazer blu, di gonne al ginocchio sopra i mocassini. Un modo di essere, mai di apparire: autorevole senza prendersi sul serio. Estroverso, non sopra le righe. Attento in egual misura alla forma e al contenuto. Una camicia da uomo leopardata fu la scelta non convenzionale nel 1969 per una camiceria di Legnano – D-Camiceria di Alberto Aspesi. Negli anni Settanta, mentre a Parigi imperava Yves Saint Laurent, Aspesi inizia a scandagliare il prêt-à-porter tra serietà e sberleffo. 

Ad Alberto Aspesi le interviste non sono mai piaciute – un pudore, anche questo, milanese. Ha lasciato che le immagini parlassero al suo posto, le sue pubblicità. Nel 1988 Peter Lindbergh ritrae in color seppia una giovane Linda Evangelista – sono le immagini ripubblicate tra queste pagine. Nel 1991, Christy Turlington, sulle spiagge di Malibu – in apertura e chiusura, rielaborate da Pierre Schmidt. Robert Frank scatta per Aspesi un reportage, tra New York, Nuova Scozia e Zurigo. Nel 2006, mentre la maggior parte dei brand di moda creano e lanciano sul mercato un proprio profumo, Aspesi realizza una campagna pubblicitaria per sponsorizzare la sua bottiglia di detersivo disseminata di Kinky Atoms. Ancora una volta è ribadita la filosofia no-logo del brand. Oliviero Toscani ritrae tre studenti universitari – e venditori abusivi di prodotti contraffatti – mentre indossano piumini e impermeabili Aspesi insieme a delle borse non originali. 

Esiste un motore inclusivo. Quando Mina vestiva Versace e Lorella Cuccarini lo stesso abito di Valentino con cui Julia Roberts avrebbe vinto un Oscar, quando Alberto Aspesi andava a cena con Franco Moschino – e magari Rossella Jardini rimaneva in ufficio a sbrigare intoppi (chiediamo venia per licenza poetica). Il pop si basa, oggi come allora, su sostanza e talento. Linguaggi diversi, già – e qui torna la nostalgia, perché ogni tanto la nostalgia fa bene al cuore. Sono questi angoli che la moda sa raccontare senza neanche accorgersene. Ornella Vanoni – e tutta quella leggerezza borghese per cantare in mezzo alla strada. «Recuperiamo la normalità, perché mai come adesso la normalità è un valore» ha detto di Miuccia Prada. Milano, città post-industriale illuminata dai loghi dove vive e transita una donna borghese armata di archetipi seducenti – bustier, tulle e paillettes, in contrasto al nylon. Qui a Milano, la borghesia è silenziosa. Negli anni Ottanta, Alberto Aspesi lancia la camicia a scacchi, realizzata in una varietà di tessuti, dal madras made in India al tartan scozzese. Nel 1985 introduce un nuovo leitmotiv nelle sue collezioni: i materiali poveri di uniformi militari e gli abiti da lavoro sono lo spunto per realizzare delle camicie in tessuto chambray – informali e leggere – che danno una svolta casual alla moda uomo. Il suo talento nell’applicare lo stile e l’artigianalità italiani all’abbigliamento tecnico porta alla creazione della Field jacket, ispirata all’M65, una giacca militare indossata dai Marines durante la guerra del Vietnam. Mod.13 è una camicia realizzata in nylon e cotone, imbottita con ovatta termica, che dopo un primo insuccesso commerciale, diventerà un oggetto del desiderio di massa. 

C’è chi dice, in maniera un po’ poetica, che i grandi borghesi si siano estinti nell’Ottocento, quando i commercianti meneghini ricoprirono di paglia tutta via Manzoni perché il traffico delle carrozze non disturbasse il riposo di Giuseppe Verdi – si trattava di silenzio. «La Milano che c’era, con la sua società costituita in cui era bello dire che si era andati a cena e con la quale era bello progettare cose nuove», scriveva Lina Sotis, mentre Giulia Maria Crespi, insisteva una volta all’anno, con il concerto di Natale nella sua casa di Corso Venezia. «La borghesia milanese vive tranquilla i week-end, non ha rapporti con gli altri, non si mette in discussione», diceva Franca Sozzani. Lane e lini irlandesi, sete francesi, cotoni giapponesi, chambray, chachemire italiano, nylon coreano e fibre tecniche come il Gore-Tex americano, o il poliestere. Il tessuto è il fondamento di tutto il nostro lavoro, sembra ripetere ancora Alberto Aspesi – che sia un ordito di fibre o una trama di intelletto. Li ricerca e li seleziona, la mescolanza non è casuale. Alla fine degli anni Settanta, ispirandosi alle giacche sportive e agli spazi aperti degli Stati Uniti, Alberto Aspesi immaginò un imbottito dallo stile metropolitano, da indossare tutti i giorni – lo dedicò a Franco Moschino: il Moschino (ancora in produzione) diventò un capo di culto, indossato dalle donne in oversize. Era la prima volta che una giacca sportiva trovava spazio nei negozi del lusso.