previous arrow
next arrow
Slider

Era il 2007 e mancavano venti giorni all’8 marzo, data fissata per l’inaugurazione della mostra Street Art, Sweet Art al PAC, quando Manfredi Brunelli Bonetti inaugurava Avantgarden – allora la sede era in via Cadolini 29 – portando in galleria tre nomi del writing milanese: Pho, Rae Martini e Termine. ‘In comune tra loro le esperienze delle origini, quelle legate alle notti passate a dipingere i muri cittadini o i vagoni nei depositi, scriveva il curatore Davide Giannella. A 12 anni di distanza sono molti i rappresentanti della cultura underground, non solo italiana ma anche internazionale, ospitati da Avantgarden, con l’intento di spiegare al pubblico che quella che è comunemente definita ‘street art’ in realtà è arte contemporanea. Come quella di JR – citato dallo stesso Manfredi – con le performance urbane, le tele monumentali, i volti che abbracciano le città. Un’arte che è partecipazione collettiva, denuncia, faro che si accende sulle ingiustizie, come nel caso del bambino che cerca di scavalcare il muro a Tijuana, tra Messico e USA, una protesta che parte dalle banlieue parigine e arriva al Louvre senza perdere la sua coerenza, senza lasciarsi comprare dal miglior offerente.

«Io non vendo magliette, spille o cappellini – sottolinea Brunelli Bonetti –, vendo opere». Opere che usano linguaggi nuovi, che uniscono alla creazione l’azione, che abbandonano il concetto individualistico di artista eletto e diventano collettivo, famiglia. Come nel caso di 1UP, la crew berlinese che Avantgarden è riuscita a portare a Milano per la prima volta lo scorso maggio, inaugurando così la nuova sede in via Tertulliano, dipinta per l’occasione proprio da undici membri dei 1UP che hanno partecipato alla mostra Tutt cous!. Il numero totale dei componenti ammonta a una trentina. Le vere identità dei componenti della crew rimane segreta, avvolta da una leggenda, anche questa forse urbana, che li vuole ricercati da una polizia tedesca incapace di acciuffarli, con trecento denunce a loro carico e un corpo speciale istituito apposta per dargli la caccia.

Ciò che conta dei 1UP non è tanto capire chi sono, né cosa fanno di giorno, una volta dismessi guanti, tute e bombolette, quanto comprendere ciò che vogliono dire con le loro azioni spettacolari e rocambolesche, che uniscono all’astuzia una ferrea disciplina e che servono a puntare l’attenzione su problemi dimenticati dal mainstream dell’arte e dell’informazione. «L’intervento su un relitto abbandonato in Greciaporta come esempio Brunelli Bonetti – non è solo un’opera di valore dal punto di vista estetico per i suoi colori e per le sue dimensioni, ma serve a far luce sul fatto che in quella baia vengono abbandonate imbarcazioni con ancora liquidi inquinanti e gasolio a bordo». Alla stessa categoria di arte-denuncia corrispondono le opere sulla ghost tower di Bangkok – il grattacielo incompiuto nella capitale thailandese, la cui costruzione fu interrotta durante la crisi finanziaria asiatica del 1997, quando era già completata per circa l’80% – o il murales subacqueo nell’isola di Nusa Penida, al largo di Bali, realizzato in metallo e circondato da corallo vivo per attirare l’attenzione mondiale sulla lenta scomparsa della barriera corallina.

Nati dalle ceneri di un muro che ha segnato la storia del secolo scorso i 1UP, One United Power, sono considerati più che un gruppo di writer acrobati: «Sono come La casa de papel – spiega Manfredi – fanno disobbedienza civile, sociale. Sono amati dalla gente e anche dalla concorrenza. Per un writer che riempie muri e treni con le sue tag essere capito da chi guarda non è semplice. Riescono a essere inclusivi con tutti, le persone si sentono parte di quel potere unito». Un potere colorato, che non fa paura e non ha ambizioni tiranniche, un movimento che negli anni ha colorato strade, edifici e treni di tutto il mondo. «Uno di loro mi ha detto che se smettessero di dipingere adesso avrebbero comunque materiale per fare un post di qualità ogni due giorni per dieci anni», racconta Brunelli Bonetti.

Manfredi conosce, senza saperlo, i 1UP per la prima volta nel 2012, in una notte di spray illegali e azioni sovversive, grazie all’amico Morkone, writer milanese ormai di casa nel quartiere di Kreuzberg, dove «passa gente da tutta Europa che arriva a Berlino per condividere esperienze di vita». Quando capisce chi sono quei compagni di avventura inizia a seguirne il lavoro, ne rimane affascinato e per inaugurare la nuova Avantgarden è solo loro che vuole. La mostra, composta da muri portanti, cartelli stradali dipinti, un feticcio di sette metri che spruzzava acqua con un idrante e dalle fotografie di Martha Cooper, la fotoreporter americana che ha documentato la scena dei graffiti a New York negli anni Settanta e Ottanta e che ha pubblicato il libro One week with 1UP, è un successo: cortile gremito per l’inaugurazione e oltre 650 visitatori. 

L’opera che per Brunelli Bonetti ha più valore è la fotografia in formato gigante dell’amico e fotografo Sha Ribeiro. Realizzata in poche ore, convincendo nove membri dei 1UP a posare in un limbo bianco, completamente ricoperti di vernice rossa. «L’ha scattata con il banco ottico e una lastra da 20×25 centimetri. È una falange armata di colore».


Avantgarden 

Ad Banner3
Ad Banner3